Mercoledì 12 novembre, negli spazi raccolti e vibranti del Tartarughe Bar & Bottega in Piazza Mattei, a Roma, si è svolto Absentia, un evento che più che una semplice installazione artistica è stato un varco emotivo, un attraversamento. Realizzato in collaborazione con ASL Roma 1, Regione Lazio e lo stesso Tartarughe Bar & Bottega, e presentato da Serena Stella Petrone, l’incontro ha offerto al pubblico un’esperienza magnetica, veridica, persino catartica, centrata sul tema complesso e urgente dei disturbi alimentari.
Un simbolo che colpisce al cuore
Al centro dell’installazione, un piatto infranto. Una crepa, come una verità che non può più essere trattenuta. Accanto, un martello, utensile e metafora: strumento di distruzione, ma anche di possibilità. Attorno, le briciole, come residui di un conflitto che avviene prima di tutto nella coscienza.
Absentia non racconta l’assenza come vuoto, ma come ferita che chiede ascolto. La disposizione scenica è semplice, quasi ascetica, ma potentissima: ciò che manca, in realtà, è ciò che parla di più.
Il contributo clinico che orienta lo sguardo
A sostenere il percorso interpretativo dell’opera, il contributo scritto della Dottoressa Roberta D’Ottavi, psicologa, che ha restituito con lucidità la dimensione psicologica del disturbo alimentare: una lotta spesso invisibile, vissuta nel privato delle identità e dei corpi, dove il cibo diviene linguaggio, punizione, controllo, talvolta richiesta estrema di amore o riconoscimento.
Un grazie necessario
Una nota di merito va riconosciuta anche a Francesco Di Domenico, la cui disponibilità e attenzione organizzativa hanno reso possibile la realizzazione dell’evento. Il suo contributo, discreto ma fondamentale, ha permesso che Absentia prendesse forma nel modo più efficace e accogliente.
Un evento magnetico e partecipato
La serata ha visto un pubblico numeroso e profondamente coinvolto. Non un semplice flusso di spettatori, ma una comunità temporanea riunita attorno a un tema che tocca – direttamente o indirettamente – moltissime vite.
Molti visitatori hanno sostato a lungo davanti all’opera, quasi in silenzio, come se quel piatto rotto rappresentasse qualcosa di intimo. L’atmosfera era sospesa, raccolta: in molti si sono riconosciuti, altri hanno trovato nell’installazione il coraggio per formulare una domanda, una confidenza, una breve condivisione.
Un linguaggio universale
La forza di Absentia risiede nella sua capacità di trasformare un dramma personale in un simbolo collettivo. L’arte, qui, non è ornamento: è strumento di cura, di denuncia, di ricucitura. La simbologia è immediata ma non banale, precisa e allo stesso tempo aperta all’interpretazione, come tutte le opere che funzionano davvero.
Absentia ha dimostrato come l’arte possa diventare una soglia, un’occasione per guardare diversamente fragilità che troppo spesso rimangono nascoste. L’evento del 12 novembre non è stato soltanto un momento culturale, ma un gesto etico: un invito ad ascoltare il silenzio di chi lotta con un disturbo alimentare e a spezzare, insieme, l’assenza che lo circonda.
Un’installazione che resta impressa, che scuote, che trascende il tempo della serata per continuare a parlare nelle coscienze di chi l’ha attraversata.





















