Il 10 gennaio 2016 il telegiornale annunciava in fretta e furia che il Duca Bianco se n’era andato, e solo dopo si scopriva che quella partenza non era un incidente di percorso, ma l’ultima, lucidissima regia di un uomo che aveva trasformato in scena ogni centimetro della propria vita. Due giorni prima aveva compiuto 69 anni, due giorni prima aveva pubblicato Blackstar. Il saluto finale era già stato inciso, impacchettato, mandato nei negozi. Mentre noi ancora cercavamo di capire, lui era già oltre.
Per inquadrarlo, bisogna prima di tutto liberarlo dal carnevale. Dietro Ziggy Stardust, dietro gli ombretti e le tute spaziali, c’era un inglese di periferia: nato a Brixton nel 1947, cresciuto tra le case modeste del dopoguerra, educazione artistica, studi di musica, design, teatro. Il ragazzo David Jones passò anni a suonare in gruppetti beat che non comprava nessuno, a farsi rifiutare singoli, a vedere gli altri sfondare. Il primo varco vero lo trova nel 1969 con Space Oddity: in piena ubriacatura per l’Apollo 11, lui racconta Major Tom, l’astronauta che si perde nel cosmo. Mentre il mondo guarda alla conquista, Bowie mette a fuoco lo smarrimento. Non è una posa: è già la sua ossessione – essere sempre un po’ fuori fuoco rispetto al resto dell’umanità.
Poi arriva il personaggio che lo fa esplodere e rischia di divorarlo: Ziggy Stardust. Nel 1972, con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, si inventa un profeta alieno, androgino, caduto sulla Terra per salvarci a colpi di glam rock. Non è solo trucco: è un’opera d’arte vivente. Canzoni come Starman o Five Years tengono insieme melodia immediata e testi che parlano di fine del mondo, solitudine collettiva, catastrofe annunciata. La cosa davvero bowiana è che, nel momento esatto in cui quel personaggio potrebbe garantire una vita intera di merchandising, lui lo uccide sul palco e cambia pelle. Chi oggi si dichiara “artista libero” e campa vent’anni sullo stesso tormentone, dovrebbe riascoltare quella conferenza stampa fatta in concerto: “This is the last show we’ll ever do”.
La fuga dalla caricatura passa per Berlino. Scappa da Los Angeles, dalla cocaina, dal circo che gli ronzava attorno e va a nascondersi a Berlino Ovest, insieme a Iggy Pop. È la città del Muro, delle fabbriche, dei bar fumosi e del freddo. Qui, con Brian Eno e Tony Visconti, incide la cosiddetta trilogia berlinese: Low, “Heroes” e Lodger. Per chi ascolta musica con un minimo di attenzione, sono tre cattedrali. Lati A con brani brevi, taglienti, pop solo in apparenza; lati B con paesaggi strumentali, elettronica, suggestioni krautrock, ambient ante litteram. In Heroes la sua voce viene registrata con un gioco di microfoni a distanza crescente: più lui urla “We can be heroes, just for one day”, più il suono si apre, come se volesse scavalcarlo davvero quel muro. È la traduzione tecnica di un pensiero: il rock non come rifugio, ma come tentativo disperato di bucare il cemento della storia.
Poi sì, c’è anche il Bowie “venduto”, quello che i puristi amano criticare da sepolcri imbiancati: gli anni Ottanta di Let’s Dance, i singoli da classifica, i videoclip ovunque. Ma bisogna essere intellettualmente onesti: il patto col diavolo pop lo firma alle sue condizioni. Prende Nile Rodgers, impacchetta una manciata di brani irresistibili, fa ballare mezzo pianeta e dentro ci infila comunque i suoi accordi storti, le sue soluzioni armoniche laterali, quella capacità di trasformare un giro semplice in qualcosa che, al pianoforte, ti fa sudare. Il suo “commerciale” è, nella peggiore delle ipotesi, arte che si lascia canticchiare.
Caratterialmente, Bowie non è mai stato il pagliaccio che certi travestimenti potevano far pensare. Chi lo ha conosciuto ne racconta la timidezza, l’educazione quasi borghese, il senso dell’umorismo asciutto. Un osservatore maniaco, lettore vorace, ascoltatore onnivoro. I personaggi non li costruisce per gioco, ma per necessità: ognuno di loro è un modo diverso di combattere la depressione, la dipendenza, la paranoia. Il Thin White Duke degli anni ’76–’77, elegante e glaciale, nasce in pieno abisso cocainico; il David più sobrio di Heathen o Reality è quello che ha fatto pace con l’idea di invecchiare, senza smettere di cercare.
E poi c’è l’ultima pagina, Blackstar. Nel 2013 è tornato dal nulla con The Next Day, disco solido e quasi “classico”. Ma il vero testamento è il lavoro uscito il giorno del suo 69° compleanno. Sette brani in cui chiama una band jazz newyorkese, mescola tempi dispari, sax aggressivi, una scrittura che guarda più alle avanguardie che alle classifiche. Qui il Bowie letterato e il Bowie musicista si fondono come mai prima: simboli religiosi deformati, astronauti in pensione, profeti già morti che parlano dal lato sbagliato della tomba. “Look up here, I’m in heaven”, canta in Lazarus, e nessuno di noi aveva capito che non era una metafora.
Sul piano dei testi, Bowie è forse uno dei pochi cantautori rock che si possono definire “scrittori” senza fare torto alla parola. Ha letto Burroughs, Orwell, la fantascienza più cupa e la filosofia esistenzialista, e tutto questo finisce nei suoi versi. Major Tom, Ziggy, il Duca Bianco, i personaggi anonimi di Low o di Blackstar sono maschere che incarnano sempre lo stesso problema: chi sono io, quando spengo i riflettori? La tecnica del cut-up, che usa per anni, gli serve a scardinare il discorso lineare: ritaglia frasi, le ricompone, lascia che siano le immagini – satelliti, stelle, motel, eroi per un giorno soltanto – a creare un significato più emotivo che logico. Non è poesia ermetica da liceo, è letteratura pop: sembra strana, ma tocca nervi molto concreti.
Dal punto di vista musicale, i dettagli che un orecchio un minimo allenato riconosce sono sempre gli stessi, anche senza farci caso. Le armonie: parte da strutture comprensibili, ci infila accordi “fuori strada”, modulazioni improvvise, ponti che aprono come finestre su un’altra stanza. La voce: non è mai solo canto, è recitazione, sussurro, urlo, falsetto, parlato. Cambia volto come cambiano i personaggi. La produzione: ogni epoca ha un suono mondo diverso, dai synth di Berlino alle chitarre saturate di Scary Monsters, dal funk tirato di Let’s Dance ai fiati jazz di Blackstar. Non esiste un semplice “stile Bowie”: esiste un metodo Bowie.
Dieci anni dopo, in un’epoca in cui basta azzeccare un ritornello da TikTok per essere definiti “geni”, David Bowie manca soprattutto come misura. Non era un santo, non era un martire, non era un intellettuale da cattedra. Era un artista pop che ha preso sul serio la propria vocazione: cambiare, rischiare, fallire, reinventarsi, senza farsi imprigionare né dal mercato né dal personaggio che lui stesso aveva creato. Oggi che abbondano le maschere e scarseggiano le metamorfosi, il vero alieno continua ad essere lui.
Dieci anni senza David Bowie significano dieci anni senza qualcuno che ci ricordi, con una canzone, che si può essere fragili, contraddittori e spaventati, e allo stesso tempo avere il coraggio di cambiare pelle per restare, ostinatamente, sé stessi. E per chi ama davvero la musica, non come sottofondo da supermercato ma come strumento per capire il mondo, il suo catalogo resta lì, come una costellazione: basta alzare gli occhi, o premere play, per scoprire che l’unico modo per non diventare marionette è concedersi, ogni tanto, il lusso di sentirsi alieni.
















