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Nicola Acunzo in “Eduardo, parliamoci chiaro”

Dal 15 al 17 maggio al Teatro di Villa Lanzaroni di Roma

Olga Matsyna by Olga Matsyna
4 Maggio 2026
in Spettacoli
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Nicola Acunzo in “Eduardo, parliamoci chiaro”
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Dal 15 al 17 maggio 2026 al Teatro di Villa Lazzaroni di Roma va in scena “Eduardo, parliamoci chiaro”, spettacolo scritto da Claudio Proietti e diretto da Giancarlo Sammartano. Il protagonista assoluto di questo spettacolo comico è Nicola Acunzo che abbiamo intervistato per i nostri lettori invitandoli a vedere la commedia.

Nicola, perché questo personaggio di Raffaele Lapena? L’hai scelto o ti è stato proposto?

Tutto nasce dalla penna di Claudio Proietti perché ha scritto di sana pianta,  su di me (e anche sulle mie corde perché Raffaele è Nicola e Nicola è Raffaele) immaginando i sacrifici e la gavetta che ho fatto. È vero ciò che raccontiamo, il mio personaggio è, come me, sul palcoscenico dall’età di quattordici anni anche perché inizialmente il testo era veramente su Nicola e mi rispecchiava molto. Vogliamo che sia il più reale che possa essere. È il tipo di atteggiamento che io ho a teatro, anche nel brillante che mi piacerebbe portare in scena. Questo testo mi è stato proposto da Claudio Proietti che me l’ha cucito, come un sarto, addosso.

Cosa ti ha incuriosito in questo personaggio e nel testo di Claudio Proietti?

Senza ombra di dubbio, la profondità della drammaturgia. È un testo molto profondo perché parla di coraggio. È anche un testo psicologico perché parla del problema che tutti noi affrontiamo nella nostra vita. La napoletanità presenta tutto ciò in chiave ironica, e si ride. Ma c’è un ottimo equilibrio, qui, fra la profondità, la comicità e i momenti di grande dramma. E poi, c’è un finale bomba che riguarda la figura e la persona di Eduardo De Filippo. C’è una bella commistione perché si parla molto anche del teatro di Eduardo. E per me, quando si tratta di Eduardo, si ragiona sull’ilarità e comicità, ma anche sul dramma dell’italiano, dell’Italia, delle persone che ci vivono. E il testo di Claudio Proietti riesce ad emozionare, a far ridere, a far piangere come lo sapevano fare le opere di Eduardo.

Come ti sei trovato a lavorare diretto dal maestro Giancarlo Samnartano?

Devo dire, con Giancarlo ormai c’è un rapporto di grande sintonia che mi permette di sbagliare che è cosa fondamentale: poter evidenziare l’essenziale, potersi mettere a nudo perché quella mia verità, grazie alla maestria, saggezza ed esperienza del regista, possa diventare un elemento di forza della messa in scena. Oltre alla stima reciproca che ci lega e al fatto che ci piace lavorare insieme, la forza della nostra  collaborazione artistica sta nel mio poter lavorare con un giovanotto che ha il doppio dei miei anni, che conosce l’Italia di quell’epoca e che ha conoscuto i mostri sacri del teatro e del cinema italiani (perché Giancarlo Sammartano ha fatto da assistente a Federico Fellini, per intenderci). Io, ovviamente, sono più giovane, ma sono, per certi versi, antico perché legato alla tradizione e sono d’accordo con i pensieri e il modo di fare la regia di  Sammartano che adora gli attori e vuole tirar fuori il meglio di me. Quando senti che c’è un’approvazione riesci ad essere sempre più forte, vivo. Giancarlo Sammartano mi fa sentire vivo. È un tipo di collaborazione in cui l’attore e la parola dell’attore sono il perno centrale. Le sue regie non hanno l’obiettivo di evidenziare che c’è la mano di un regista che racconta. Lui costruisce tutto come se fosse tutto vero. Sostiene che non si debba sentire la mano della regia – cosa che non appartiene a molti registi moderni.

Quali delle tue esperienze da attore di teatro e cinema ti sono state d’aiuto (e quali d’intralcio, magari) per calarti nei panni di Raffaele?

Mi sono ricordato del personaggio che ho fatto sul set de “Le rose del deserto” di Mario Monicelli. È simile  È molto comico. E poi ci sono i momenti in cui interviene Eduardo, tutto ciò che ci ha regalato lui e il suo teatro. Il personaggio che forse mi ha intralciato è stato proprio quello che ho interpretato  precedentemente: il sindaco scomparso, uomo risoluto, duro, irascibile, molto diverso da Raffaele Lapena. Al cinema ho ultimamente lavorato in un film horror di Claudio Fragasso per cui ho interpretato un prete esorcista che ha a che fare con il demonio, molto distante da Raffaele anche lui. Insomma, durante le prime letture, avevo un po’ di difficoltà a recuperare il Nicola brillante che potete vedere negli spettacoli di Vincenzo Salemme e nei film comici che ho fatto.

Come hai lavorato sul personaggio?

Ho lavorato sul personaggio fino a poche settimane prima. Ho dovuto metabolizzare molto, ho dovuto recuperare la vena briosa, quella comica. E anche gli elementi di confronto che il personaggio ha con sé steso. Con il coraggio di cui parla Eduardo. Ho dovuto ricordare il coraggio che ho avuto da ragazzo per fare questa professione, recuperare la cosiddetto memoria emotiva, tutto ciò che – non dico che mi ero buttato alle spalle, ma ho anche un po’ dimenticato nel tempo.
Mi sono ricordato le cose del passato perché Raffaele Lapena si trova agli albori della sua carriera, deve ancora farsi come attore. Ciò è distante da me. Non dico sicuramente di essere nel coronamento del mio percorso artistico, ma non sono più al debutto. Per cui, la parte l’ho preparata così: ricordando un Raffaele che c’era in me qualche anno fa.

Chi è per te Eduardo De Filippo e come condividi – nella finzione di uno spettacolo teatrale – il palcoscenico con lui?

Per me, Eduardo De Filippo è l’immensità. Per cui il mio rapporto con la sua figura è pieno di rispetto e dedizione che ancora adesso mi tengono “ingessato”, ma caratterizza molto l’immagine che Raffaele, il mio personaggio, ha di Eduardo De Filippo. Perché qui si recupera l’immagine di Eduardo De Filippo, ma, in realtà, è come parlerebbe Eduardo De Filippo secondo Raffaele Lapena, nella sua idolatria. Non è l’Eduardo vero in scena. Ecco perché è bello questo testo: perché è nella testa di Raffaele, ma il pubblico lo vede. Non è un’imitazione di com’era realmente Efuardo. Vediamo un Eduardo che si immagina Raffaele Lapena.

I dubbi e le incertezze del tuo personaggio hanno fatto parte anche del tuo percorso artistico?

Penso che, se il Signore mi farà arrivare ai novanta’anni, avrò dubbi anche a quell’età lì. Se un attore non ha dei dubbi, credo sia spacciato. Ha un’ “insicurezza positiva” di base. L’attore deve essere insicuro. Da attore, non puoi mai sapere se la cosa è così. Puoi sentire dentro di te se la performance è andata bene o l’esibizione potevi farla meglio, però la verità è che la giudica sempre il pubblico. Anche in questo mio dire c’è l’insicurezza. La verità non c’è, in realtà. È un lavoro che si poggia sulle nuvole. Ognuno ha la propria sensibilità, e una cosa gli può piacere o non piacere. È anche il nostro lavoro che non ci consente di avere certezze. Non facciamo i fisici o i matematici. Come faccio io a sapere se può piacere questa mia espressione o questo mio tono di voce o il modo in cui ho detto una battuta? Magari, a una persona piace, a un’altra no. Quindi, l’Insicurezza è necessaria. Altrimenti puoi essere convinto che la tua voce possa piacere a tutti, e questo, secondo me, è un errore. Da questo punto di vista, sono fortunato: i dubbi continuo ad averli.

Napoli e napoletanità: che cosa sono pef te?

Sono per me Eduardo, l’immensità che non ha un inizio e non ha una fine. Qualcosa che non finisce più, questa è Napoli per me. E la vedo così da salernitano perché, poi, non sono napoletano. La vedo come un punto di arrivo. Io adoro la mia provenienza: vengo da Battipaglia nella provincia di Salerno. Grazie alla mia provenienza ho sempre lavorato con le compagnie napoletane. Ma il napoletano verace (ciò che io non sono) mi ha sempre fatto pensare: “Mannaggia, se fossi napoletano”. Se fossi nato ai Quartieri spagnoli, per dire, avrei avuto tutt’altro percorso. Comunque, per rispondere, Napoli, per me, è  l’immensità: non ha un inizio, non ha una fine.

Secondo te, la comicità è innata o la si può sviluppare?

Secondo me, la comicità è innata. Ce l’hai. Però la si può anche sviluppare. Il punto è: un grande interprete può anche far ridere. Soprattutto al cinema. Però, c’è un elemento molto importante: a teatro è diverso. Il teatro, lo dice anche Eduardo, ti regala la verità. Lo spettatore ti sente proprio perché è live. Anche la parola “live” è bella perché il teatro è in presenza. Puoi essere simpatico o antipatico alle persone che ti guadano. A teatro, a una persona del pubblico puoi essere simpatico o antipatico. E la comicità  o ce l’hai o non c’è l’hai. Ci sono esempi in cui un attore comico è diventato drammatico, e viceversa. Al cinema. Ma, a teatro, la comicità o ce l’hai o non c’è l’hai.

Ti definisci un attore comico o brillante?

Io mi considero un interprete, non mi considero nemmeno un attore brillante.
Per raccontare le storie che mi piacciono, sono consapevole che dipende molto dalla storia quale sarà il genere: comico, brillante o drammatico. Certo, nella vita sono (o mi considero) una persona brillante. Sono comico con Vincenzo Salemme. Quando lavoro con Vincenzo Salemme, divento comico. È un grande regista. In questo spettacolo io credo di essere molto comico. Venendo da quel tipo di tradizione e di insegnamento dei maestri come Salemme, utilizzerò la formula acquisita lavorando con lui. È uno spettacolo comico, ma anche brillante, e ha anche dei risvolti drammatici. utilizzerò, quindi, insegnamenti di Vincenzo Salemme che viene proprio dal teatro di Eduardo De Filippo.

Perché consiglieresti agli spettatori di vedere “Eduardo, parliamoci chiaro”?

Si ride tanto, ci si confronta con sé stessi e si torna a casa con più energie per affrontare le paure che magari non abbiamo il coraggio di svelarci nemmeno a no stessi. In una risata c’è la possibilità di riscatto e di colpo di mano per ognuno di noi. Ridendo, possiamo tirar fuori gli scheletri dall’armadio di noi stessi. E poi, perché  si ripercorrono un po’ le commedie di Eduardo De Filippo, e qualcuno  vorrà andarle anche a rivedere. Perché Eduardo ci darà tanti insegnamenti, ci dirà molto sulle contraddizioni che stiamo vivendo.

Ringraziamo Nicola Acunzo per la sua disponibilità e sincerità. *nvitirmo i nostri lettori a vedere la commedia “Eduardo, parliamoci chiaro” scritta da Claudio Proietti e diretta da Guancarlo Sammartano.

Olga Matsyna

Olga Matsyna

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