Si è spento a 66 anni lo storico capitano rossonero e leggenda azzurra. Operato lo scorso anno per un nodulo polmonare, lascia un vuoto incolmabile. Il ricordo di una carriera irripetibile, segnata da trionfi, lealtà e un legame indissolubile con i colori rossoneri.
Il cordoglio e l’ultimo saluto
Il mondo del calcio piange la scomparsa di Franco Baresi, arresosi a 66 anni a una malattia contro cui ha lottato fino all’ultimo a testa alta. A darne l’annuncio è stato lo stesso AC Milan con una nota colma di commozione:
”La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club”.
Operato nel 2025 per un nodulo polmonare, Baresi era apparso ancora in pubblico nelle occasioni speciali, come quando aveva sfilato con la fiamma olimpica durante l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026. Con 719 presenze in rossonero, 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 81 gettoni in Nazionale e il titolo Mondiale del 1982, saluta un gigante riconosciuto da compagni e avversari come modello assoluto di sportività.
Gli esordi, il rifiuto dell’Inter e la nascita del “Piscinin”
Tempra d’acciaio fin da ragazzo, Franco affronta presto le avversità della vita rimanendo orfano a soli 14 anni. Cresciuto nella polisportiva di Travagliato (Brescia), il suo destino si incrocia in modo curioso con quello del fratello maggiore Beppe: Beppe, tifoso rossonero, finisce alle giovanili dell’Inter; Franchino, di fede nerazzurra, viene scartato dal club del cuore perché ritenuto troppo minuto.
A coglierne il talento puro è Italo Galbiati, che lo porta al Milan nel 1974. Dietro un aspetto gracile e il caschetto biondo si nascondono una tecnica superiore e una grinta feroce nei tackle. Il massaggiatore Mariconti lo battezza subito “Piscinin” (piccolino in dialetto milanese), un soprannome che diventerà leggenda.
L’esordio con Liedholm, Rivera e la fascia a soli 22 anni
Il debutto in Serie A arriva il 23 aprile 1978 sotto la guida di Nils Liedholm (vittoria per 2-1). Il Barone non lo schiera per scaramanzia, ma perché ne intuisce le doti straordinarie, facendone il perno della squadra che l’anno successivo conquisterà la stella del decimo scudetto.
A benedirne la leadership è Gianni Rivera in persona. Durante un’amichevole contro il Flamengo a San Siro, il giovane Baresi si rivolge con personalità al “Golden Boy”: “Allora, me la passi?”. L’icona rossonera ne apprezza il carattere e la stoffa da leader. Non a caso, a soli 22 anni, Franco Baresi diventa ufficialmente il capitano del Milan.
Le cadute, il buio delle retrocessioni e la Spagna del 1982
La carriera di Baresi non è stata solo una marcia trionfale, ma anche una prova di resilienza. Attraversa l’inferno della B dopo lo scandalo Totonero e, a soli 21 anni, affronta un virus debilitante che lo tiene lontano dai campi per oltre tre mesi. Tra retrocessioni e momenti bui, resta fedele ai colori rossoneri.
In Nazionale, Enzo Bearzot lo convoca per i Mondiali di Spagna ’82: pur facendo da riserva a un mostro sacro come Gaetano Scirea e senza mai scendere in campo, si laurea Campione del Mondo a Madrid.
L’era Berlusconi, la rivoluzione di Sacchi e la fame con Capello
Nonostante le sirene dei grandi club, Baresi decide di rimanere a Milano, diventando il pilastro della rinascita. Nel 1986 l’arrivo di Silvio Berlusconi salva la società e traccia una nuova rotta; l’anno dopo, con l’ingaggio di Arrigo Sacchi, nasce il “Milan degli immortali”. Insieme al trio olandese (Gullit, Van Basten e Rijkaard), Baresi comanda una difesa perfetta che domina l’Italia e l’Europa. Il suo stile è inconfondibile: guida il reparto con lo sguardo, senza mai alzare la voce.
Con il passaggio della panchina a Fabio Capello, Baresi accetta la sfida di chi lo considera a fine ciclo. Stuzzicato nell’orgoglio, trascina il Milan alla conquista di altri quattro Scudetti e della Champions League del 1994.
L’epopea in Azzurro: il pianto di Pasadena
In Nazionale Baresi diventa un punto fermo anche per Arrigo Sacchi. Dopo aver annunciato l’addio all’Azzurro nel 1992, torna sui suoi passi per i Mondiali di USA ’94. Operato al menisco a torneo in corso, compie un recupero prodigioso e gioca una finale monumentale contro il Brasile. Errore dal dischetto nella sequenza finale e le sue lacrime a fine gara commuovono l’intera nazione, mostrando il lato più umano ed emotivo del capitano.
Vita privata, l’addio al calcio e la maglia numero 6
Uomo schivo e dai valori saldi, Baresi ha condiviso la sua vita con la moglie Maura, conosciuta in Toscana nei primi anni ’80, e con i figli Edoardo e Gianandrea.
Dopo lo scudetto del 1996 e l’ultima complessa stagione 1996-97, segnata dai cambi in panchina tra Tabárez e il Sacchi-bis, Baresi decide di ritirarsi nel giugno 1997. Il Milan compie allora un gesto senza precedenti: ritira per sempre la maglia numero 6, consegnandola all’eternità.
L’eredità dirigenziale e il breve capitolo inglese
Appesi gli scarpini al chiodo, entra subito nei quadri dirigenziali del Milan come vicepresidente e responsabile del settore giovanile. Nel 2002 tenta una breve avventura all’estero accettando il ruolo di direttore tecnico al Fulham, esperienza che si interrompe dopo meno di tre mesi per incomprensioni con l’allenatore Jean Tigana.
Un’icona eterna
Rientrato alla base, Baresi ha continuato a rappresentare l’anima, l’eleganza e la storia del Milan negli anni. Il suo nome resta sinonimo di fedeltà, leadership silenziosa e appartenenza. Oggi tutto il mondo del pallone si stringe nel ricordo di “Piscinin”, il ragazzo diventato un gigante immortale.
Ubaldo Santoro

















