A Roma puoi uscire ogni sera e non sentirti mai davvero da nessuna parte.
Non è che siamo soli, è che nessuno resta abbastanza.
L’altra sera al Pigneto, tavolino piccolo, quattro persone, due birre lasciate lì a scaldarsi, tre telefoni sul tavolo, uno in mano, a un certo punto uno racconta qualcosa, poi si ferma da solo, non perché ha finito. Perché capisce che metà del tavolo non lo sta seguendo, nessuno dice niente, si va avanti lo stesso.
È una scena normale, ed è questo che dovrebbe preoccupare.
Roma è piena così, Trastevere, San Lorenzo, cambia poco, gente ovunque, voci alte, locali pieni, sembra impossibile sentirsi fuori posto e invece succede proprio lì, in mezzo a tutto.
La parte strana arriva dopo, quando torni a casa. Non è tristezza è peggio, in un certo senso. È quella sensazione vuota, difficile da spiegare, come se la serata fosse passata senza lasciare niente, hai parlato, hai riso, però non è rimasto niente.
Il problema non è che mancano le persone, il problema è che le persone non restano, o forse siamo noi a non restare, che è la versione meno comoda, perché oggi è tutto facile. Scrivi, risponde, non risponde, scrivi a un’altra, organizzi, disdici, rimandi, tutto senza peso, senza conseguenze vere. Smettere è diventata la parte più semplice.
Le app come Instagram o Tinder non hanno rovinato le relazioni, hanno reso normale una cosa precisa, se qualcosa richiede tempo, si lascia perdere.
E così lasciamo perdere quasi tutto, non è cattiveria è abitudine.
Ci siamo disabituati a restare quando non è più facile.
Roma, in questo, è perfetta. Non ti lascia mai senza alternative, c’è sempre qualcuno, sempre qualcosa e quindi vai avanti. Sempre avanti.
Il problema è che andando sempre avanti, non costruisci niente che tenga.
Ci si vede, si sta bene, poi si perde il giro, senza litigare, senza chiudere. Semplicemente non succede più, ed è talmente normale che non ci fai più caso. Finché non ti serve qualcuno davvero, e lì cambia tutto.
Perché puoi avere cento nomi in rubrica, ma non sapere chi chiamare senza pensarci troppo, e quella sensazione lì è molto più comune di quanto si dica, la verità è semplice, anche se dà fastidio, non è che non troviamo le persone giuste, è che non restiamo abbastanza da scoprirlo.
Perché restare significa attraversare anche la parte noiosa, quella lenta, quella che non si racconta, e quella parte oggi la evitiamo quasi sempre.
Sappiamo iniziare tutto, ma non sappiamo continuare niente.
E alla fine restiamo lì, in mezzo, con gente intorno, sempre.
Ma quasi mai qualcuno che resta davvero.
Alberto Acampora




















