In un’epoca in cui il genere fantasy viene spesso relegato a semplice intrattenimento, privo di radici e profondità simbolica, l’opera di J.R.R. Tolkien continua a distinguersi come un universo narrativo capace di parlare alle dimensioni più profonde dell’animo umano. Un’opera silenziosa ma potente, archetipica nel senso più autentico del termine.
Al “Fairylands Celtic Festival” a Guidonia, tra suoni ancestrali, rievocazioni storiche e simboli di un passato che ancora vibra, l’intervento del Professor Mario Polia ha assunto il tono di una voce antica e necessaria. Con la presentazione del suo ultimo saggio, “Mitologia Tolkieniana. Fantasia e Tradizione“, Polia non si è limitato a proporre una lettura erudita dell’universo tolkieniano: ha aperto un varco tra la modernità e le radici profonde della Tradizione, tracciando connessioni vive tra la sapienza mitica dei popoli antichi e la forza immaginativa del XX secolo.
Quella che segue è l’intervista che ho realizzato con il Professor Mario Polia, un dialogo che va oltre la semplice presentazione di un libro. È un viaggio nel cuore del mito, un’analisi che, pagina dopo pagina, ci ha costretti a mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere sull’opera di J.R.R. Tolkien.
Professor Polia, nel suo libro “Mitologia Tolkieniana Fantasia e Tradizione”, lei indaga se la mitologia di Tolkien sia frutto di pura fantasia o attinga a tradizioni millenarie. Qual è stata la scintilla iniziale che l’ha spinta ad approfondire questa specifica prospettiva sull’opera tolkieniana? Constatare il fatto che la mitologia tolkieniana è comparabile con le mitologie tradizionali pur senza derivare da esse passivamente, rielabora liberamente, in modo aderente al significato originale del mito, una sua propria mitologia.
Il suo studio effettua un confronto tra la cosmogonia di Tolkien e diverse tradizioni, tra cui quelle greco-romana, azteca, cinese, indiana vedica e Sioux. C’è stata una cultura o un insieme di miti che l’ha sorpresa di più per le inaspettate analogie con il mondo tolkieniano? Basta scorrere le pagine del mio libro (forse poco più d’un giudizioso quaderno d’appunti) per rendersi conto delle profonde, sostanziali analogie tra la cosmogonia tolkieniana e le cosmogonie di altre culture tra cui, ad esempio, la vedica, la filosofia presocratica e persino le cosmogonie d’oltreoceano.
Considerando la sua vasta esperienza come archeologo, antropologo ed etnografo, in che modo il suo background accademico ha influenzato la sua analisi delle radici tradizionali nell’opera di Tolkien? Non ha in alcun modo influenzato la mia analisi ma l’ha agevolata. In caso contrario, sarei risultato un antropologo non all’altezza del proprio compito, come peraltro troppo spesso succede a chi non prescinde dalla propria appartenenza culturale, al momento dell’analisi, pur senza rinunciare ad essa.
Lei paragona Tolkien a figure come Omero o Virgilio, definendolo un “Autore della Tradizione”. Quali sono gli elementi chiave, a suo parere, che elevano l’opera di Tolkien a questo livello di importanza e risonanza culturale, paragonabile a quella degli epici antichi? Omero, Virgilio attingono a un deposito sapienziale pre-esistenze, trasmesso di generazione in generazione: l’invocazione alla Musa chiede l’ottenimento del ricordo, e la capacità di rielaborare il mito in modo consono ai tempi e ai luoghi. Per quanto riguarda la “epica”, l’opera di Tolkien va giustamente annoverata come epica, sebbene la battaglia cominci nei cieli tra potenze del bene e del male per poi deflagrare sulla terra. Questa è la differenza sostanziale con la “fantasy” spicciola: la teologia che interpreta la storia.
Il libro è uscito in un periodo in cui l’interesse per Tolkien è sempre vivo, anche grazie a nuove produzioni televisive e cinematografiche. Ritiene che la sua analisi possa offrire ai lettori e agli spettatori moderni una chiave di lettura più profonda e arricchente del mondo di Arda? Ovvio, altrimenti non mi sarei preso la briga di prendere carta e penna e sciupare carta. La domanda che mi ha spinto a scendere in campo è stata: in che modo intendere il “Silmarillion”? Opera fondamentale per intendere da dentro l’intera produzione tolkieniana. Le mie pagine risulteranno utili a chi non si accontenta della scorza ma vuol provare il sapore del frutto. Sono cosciente che si tratta di un primo approccio, ma sono certo di aver fatto un lavoro utile e soprattutto corretto.
In che misura la spiritualità o le convinzioni personali di Tolkien, in particolare la sua fede cattolica, hanno influenzato la sua capacità di attingere e rielaborare temi mitologici universali in modo così coerente e potente? Nell’opera di Tolkien la presenza del divino non compare nelle citazioni del nome di Dio: il divino s’occulta e manifesta nella scrittura. Ovvio, a chi ha orecchi e cuore per intendere.
Dopo aver completato questo approfondito studio, c’è un aspetto della “Mitologia Tolkieniana”; che la affascina ancora particolarmente o che la invita a ulteriori esplorazioni? Sto elaborando la relazione tra Tolkien e il Mos Maiorum. Questo sarà il tema del mio intervento al prossimo Hobbiton di Gorizia. Poi, riporrò la penna stanca di tradurre in lettere il flusso gioioso del pensiero.
Eleonora Francescucci


















