Tra le voci più intense e autentiche del panorama letterario contemporaneo italiano, Maria Fonte Fucci si distingue per la sua capacità di trasformare vissuti personali e dinamiche psicologiche in storie profonde, cariche di realismo emotivo e significato sociale. Originaria di Canosa di Puglia ma residente in Trentino-Alto Adige, Maria vive e racconta il contrasto tra due mondi geografici e culturali profondamente diversi, rendendolo un elemento cardine della sua narrativa.
Con romanzi come “Accad(d)e” e il più recente “E se…“, Maria Fonte Fucci non teme di esplorare gli abissi dell’animo umano, affrontando con coraggio e lucidità temi sociali di bruciante attualità come il femminicidio e la violenza di genere, non solo fisica ma anche psicologica. Le sue non sono semplici storie, ma analisi chirurgiche di traumi familiari, lotte interiori e relazioni tossiche che lasciano il lettore senza fiato, costringendolo a guardare oltre la superficie delle apparenze.
Il suo talento nel creare personaggi tridimensionali e trame avvincenti, capaci di “essere viste” come un film, le è valso un posto tra i finalisti del prestigioso concorso “Una Storia per il Cinema“. In questa intervista esclusiva, Maria Fonte Fucci ci apre le porte del suo mondo, svelando il legame indissolubile con la sua terra, il percorso che l’ha portata dalla psicologia alla scrittura e il bisogno di raccontare la realtà, anche quando non prevede un lieto fine.
Sei originaria di Canosa di Puglia ma insegni in Trentino Alto-Adige. Come vivi questo doppio legame geografico? Quali aspetti della tua terra natale influenzano la tua scrittura? I primi anni sono stati per me molto difficili. Temperature estreme per me, sole quasi assente e colori che non mi appartenevano. Tanto legno mentre io ero abituata ai colori, a vedere il cielo che si estende fino all’orizzonte. È stata dura anche se col tempo ho imparato ad apprezzarne la pace e la tranquillità che un posto come quello riesce a donarti. Sicuramente ci vuole molto spirito di adattamento, cosa che a me all’inizio mancava, ma che ho riscoperto col tempo, quando ho deciso di aprirmi al luogo e agli abitanti dello stesso. Nel romanzo “E se…” ci sono diversi riferimenti alla difficoltà nell’adeguarsi a un posto di montagna quando si viene dal sud e alla difficoltà di integrazione. In entrambi i romanzi faccio però riferimento al Salento. A questa parte meravigliosa della Puglia che vivo da anni e che mi fa sentire a casa. Ho descritto, quindi, ciò che ho realmente visto e vissuto.
Hai una formazione in economia aziendale. Come si concilia con la tua passione per la narrativa? Ho anche una seconda laurea in psicologia e per anni ho affiancato e collaborato con diversi psicoterapeuti appassionandomi a quelle che sono le dinamiche interiori di ognuno di noi, i diversi traumi che non ci sembrano tali fino a quando non ci rendiamo conto che ciò che siamo da adulti è strettamente legato a ciò che abbiamo vissuto da bambini anche se in età adulta potrebbero sembrarci dinamiche normali. È così che ho creato i personaggi, basandomi sulle loro lotte interiori, sui loro sentimenti, sulle loro emozioni.
Come riesci a bilanciare la tua attività di docente con quella di scrittrice? Come dicevo prima per cinque lunghi anni non ho condotto alcun tipo di vita sociale. Quindi il fine settimana da trascorrere interamente a casa con fuori la neve era il momento ideale per scrivere. La solitudine incupiva il mio animo e in diversi momenti ho riportato nei personaggi ciò che realmente vivevo e cioè uno stato triste e oscuro. Alcune dinamiche raccontate nel romanzo le ho vissute in prima persona quindi avevo anche (forse) il bisogno di buttarle fuori. Questo, abbinato alla cupezza del mio animo nella totale solitudine, ha dato l’anima ai personaggi soprattutto alla protagonista
Il tuo romanzo “Accad(d)e” ha ricevuto ottime recensioni per la sua intensità emotiva. Come è nata l’idea di raccontare la storia del primario Giacomo e il tema del dolore familiare? All’epoca facevo parte di una compagnia teatrale amatoriale e mi fu chiesto di scrivere qualcosa di drammatico che avesse a che fare con un femminicidio dimostrando come, anche una famiglia altolocata e apparentemente perfetta, come poteva essere quella di un primario e sua moglie, potesse essere oggetto di una violenza primitiva. Un evento che si trasforma in un trauma che colpisce tutti nella famiglia anche se, a distanza di anni, tutti manifestano reazioni diverse. Molti mi parlano dell’intensità emotiva di cui sono carichi i personaggi e il lettore di conseguenza. Molti mi parlano addirittura di un senso di angoscia. Questo mi fa capire che ho fatto centro. Quello che mi riconoscono è anche il fatto di riuscire a far vedere loro i personaggi come se li avessero davanti immedesimandosi in loro e nella situazione.
Nel tuo secondo libro “E se…” affronti nuovamente il tema del femminicidio. Cosa ti ha spinto a tornare su questo argomento e in che modo si differenzia dal primo romanzo? Nel primo romanzo parlo effettivamente di femminicidio e ne parlo in un’epoca in cui, purtroppo, quotidianamente siamo costretti ad ascoltare di nuovi femminicidi ogni giorno. Io sono una grande appassionata di cronaca nera e ho tristemente seguito i tanti casi che vengono portati alla nostra attenzione. Nel secondo romanzo più che di femminicidio in senso stretto ho voluto concentrarmi sulla violenza di genere. Violenza non solo fisica ma anche verbale, emotiva che si insinua subdolamente nella mente dell’altro devastandolo fino a renderlo dipendente. Una violenza fatta di piccoli tasselli che si aggiungono al puzzle giorno dopo giorno spingendoti a pensare che esista solo quello nella tua vita. Che ti spinge a trascurare i tuoi interessi, le tue passioni, il tuo lavoro perché tutte le tue energie sono concentrate su quella relazione che ti succhia l’anima senza che tu te ne renda conto e col passare del tempo muori, anche se non fisicamente.
I tuoi romanzi sembrano avere una forte componente sociale e psicologica. Ti consideri una scrittrice impegnata o preferisci lasciare libera interpretazione al lettore? I miei romanzi non sono sicuramente a lieto fine perché la vita in genere non ha sempre un lieto fine. È quello che ci auspichiamo, che spesso vorremmo leggere per avere speranza ma spesso la realtà è ben diversa da ciò che speriamo accada. Quindi perché un lieto fine a tutti i costi? Tuttavia cerco di lasciare un margine di libertà di scelta al lettore che potrebbe pensare anche che quel finale possa diventare col tempo pace e serenità per il personaggio o riscatto e liberazione nel caso del primo romanzo.
Hai già in mente un terzo romanzo? Se sì, puoi darci qualche anticipazione sul tema o sull’ambientazione? Al momento sono ancora molto legata a questi due. Mi piacerebbe scrivere qualcosa che possa portare luce e speranza ma sono emozioni che per prima devo riuscire a provare per poter descrivere perché in ognuno dei miei scritti, anche i racconti brevi che scrivo per partecipare a dei contest letterari c’è tanto di me, tanto del mio vissuto che purtroppo non è ancora sereno come vorrei.
Essere stata tra i finalisti del concorso “Una Storia per il Cinema” è un traguardo importante. Come hai vissuto le finali e cosa hanno significato per te? Sicuramente è un motivo di orgoglio. Non ho seguito corsi di scrittura, la mia formazione è prevalentemente scientifica quindi lontana da un mondo letterario di cui ora con gioia mi sento di far parte. Mi hanno spinto a iscrivermi al concorso i commenti di alcuni dei miei lettori che mi dicevano di riuscire a vedere ciò che scrivevo come se fossero davanti a un film che li catturava. Per me essere stata tra i finalisti è stato un meraviglioso traguardo. Non ho alle spalle case editrici, non ho una formazione specifica sul campo e nonostante ciò sono arrivata in finale e questo credo possa considerarsi già un traguardo. Vincere sarebbe stato un sogno che si realizzava, ma va bene lo stesso.
Cosa ti auguri che il pubblico e la giuria abbiano colto dalla tua storia? Qual è il messaggio che vorresti fosse arrivato sul grande schermo? Mi auguro che abbiano colto il modo in cui con una terminologia semplice e poco articolata riesca a trasmettere emozioni a chi legge, a far sì che ci sia un’immedesimazione con i personaggi, uno stare dalla parte dell’uno o dell’altro, credere che la situazione stia andando per un verso quando poi viene totalmente stravolta per andare in un altro. Ecco vorrei che la giuria avesse colto la mia capacità di creare tutto questo non avendo alcun tipo di formazione letteraria. Il messaggio che ho voluto lanciare è che non basta parlarne, bisogna agire diversamente cercando di comprendere il dolore che si può nascondere dietro certe situazioni che apparentemente ci sembrano le solite e che ci portano a dire frasi superficiali e riduttive come: “ma lascialo, che ti costa?” “Non ti manca niente, pensa a te” quando invece di semplice non c’è nulla e a quelle persone manca tutto. Soprattutto un supporto che sia vero perché certe frasi spingono solamente a chiudersi in un silenzio profondo in cui si può alimentare di tutto anche un’esplosione improvvisa contro gli altri o a danno di sé stessi. Se non ci si sente in grado di aiutare lo si può fare in altri modi ma mai usando superficialità non sapendo cosa c’è dietro. Mai dare per scontato il fatto di conoscere totalmente una persona perché ognuno di noi ha uno zaino pieno di traumi, piccoli o grandi che possono arrivare a condizionarne l’esistenza.
Eleonora Francescucci















