Il 51 per cento degli italiani può votare che la terra sia piatta, e la terra continuerà a essere rotonda. Questa verità elementare, che un bambino di scuola primaria afferrerebbe senza esitazione, si è nel frattempo offuscata nella coscienza collettiva fino a diventare un enigma per adulti che pure si ritengono istruiti.
Emanuela Fancelli e Llorenç Lluell, nel loro dialogo filosofico-politico La verità non si vota (Armando Editore, 2026), partono da questo paradosso per costruire un’architettura di pensiero che restituisce alla parola “verità” il suo peso specifico, quel peso che la democrazia dell’opinione ha progressivamente eroso fino a renderlo irriconoscibile.
Il titolo del volume, che già di per sé costituisce una tesi, nasce da una constatazione che gli autori derivano dalla pratica forense e dall’osservazione della vita pubblica. Fancelli, avvocato romano e voce radiofonica tra le più riconoscibili della scena culturale capitolina, conduce dal 2020 la trasmissione L’Opinione su Radio Centro Musica, esperienza che le è valsa il Microfono d’Oro nel 2023 per la sezione cronaca politica.
Llorenç Lluell, nato a Barcellona nel 1953, ha attraversato una biografia intensa che dalle aule di giurisprudenza lo ha condotto all’amministrazione spagnola, per approdare infine all’imprenditoria.
Due percorsi apparentemente distanti, eppure convergenti nel riconoscere che la crisi del nostro tempo non è soltanto politica o economica, ma affonda le sue radici in una perdita di orientamento epistemologico più profonda.
Come scrivono gli autori, la tradizione filosofica ha sempre distinto la verità epistemica dal consenso deliberativo, e il problema contemporaneo risiede nel collasso di questa distinzione: i fatti sono diventati opinionabili, e le opinioni hanno assunto lo statuto di fatti.
L’architettura del libro, che si presenta come un dialogo serrato tra due intelligenze che si confrontano senza cercare di prevalere l’una sull’altra, richiama alla mente i dialoghi platonici, dove il confronto tra visioni diverse diventa il motore stesso della ricerca.
I temi affrontati sono numerosi e interconnessi: il populismo e la ricerca del consenso, il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, il significato dell’informazione e dell’educazione, il confine tra giustizia e giustizialismo, la libertà, la dignità e il bene comune.
Tutti questi temi, osservano gli autori, rinviano a una medesima questione: i presupposti normativi della convivenza democratica.
Quando la verità è contendibile, su quale fondamento si reggono le decisioni collettive? Il diritto ha risposto costruendo istituti come il contraddittorio, l’onere della prova e il ragionevole dubbio, ma la sfera pubblica non ha ancora trovato i suoi equivalenti.
La democrazia, così, si trova a galleggiare su un mare di opinioni che non hanno alcuna ancora nella realtà oggettiva.
Una delle affermazioni più scomode del volume riguarda la responsabilità del lettore e del cittadino.
Nel libro si legge che «il grande problema è il lettore: occorre educarlo a distinguere ciò che è notizia da ciò che non lo è».
Questa posizione, che potrebbe apparire elitista, si fonda invece su un principio che il diritto conosce bene: la responsabilità non è mai solo dell’emittente.
L’educazione all’informazione, lungi dall’essere un tema culturale secondario, è una questione di partecipazione democratica sostanziale.
Un consenso formato su presupposti falsi non è consenso libero, e un ordinamento che non garantisce le condizioni per un’informazione verificabile tradisce le proprie stesse premesse costitutive.
Fancelli, nel corso di un’intervista, ha osservato che siamo bravi a indicare i colpevoli fuori da noi – i giornalisti, i politici, i social network – ma che anche noi, quando condividiamo una notizia falsa senza verificarla, quando preferiamo la facile conferma alla ricerca della verità, facciamo parte del problema.
L’opinione pubblica, scrivono gli autori, non è affidabile.
Questa affermazione rischia di suonare come una condanna della democrazia stessa, ma gli autori precisano che l’inaffidabilità dell’opinione pubblica non è una proprietà intrinseca dei cittadini, bensì un effetto strutturale delle condizioni in cui si forma il giudizio collettivo.
La distinzione tra libertà formale e libertà sostanziale, che il diritto conosce e applica, diventa qui decisiva: i cittadini hanno la libertà formale di esprimere la propria opinione, ma non dispongono delle condizioni sostanziali per esercitarla in modo consapevole e critico.
Non si tratta, quindi, di un giudizio elitario sul popolo, ma di una constatazione sulla povertà degli strumenti che la sfera pubblica mette a disposizione del cittadino per orientarsi nel flusso incessante di informazioni, disinformazioni e manipolazioni.
Il diritto, nella prospettiva di Fancelli e Lluell, offre una metafora preziosa per comprendere la ricerca della verità nella vita pubblica.
In aula, spiega Fancelli, si impara che la verità non è mai una cosa semplice: ci sono prove, testimonianze, interpretazioni, e spesso la realtà dei fatti è lontana da quello che viene raccontato.
Il diritto ha costruito nei secoli strumenti per avvicinarsi il più possibile alla verità: il contraddittorio, il diritto alla difesa, la presunzione di innocenza.
Fuori dall’aula, nella vita pubblica e sui social, questi strumenti non esistono.
Ognuno dice la sua, e tutto sembra avere lo stesso valore.
È questa consapevolezza che ha spinto gli autori a scrivere un libro che non si accontenta di piacere, ma vuole far pensare, un libro che non finge di avere tutte le soluzioni ma che invita il lettore a diventare, in qualche modo, coautore del pensiero che prende forma pagina dopo pagina.
La domanda che il volume lascia sospesa, come un’eco che si allontana senza spegnersi, riguarda la possibilità stessa di una verità condivisa in un’epoca che ha fatto della frammentazione e del relativismo i propri idoli.
La verità non si vota, ma si cerca e la ricerca, come insegna la tradizione filosofica, non è mai un possesso, ma un movimento.
Il lettore che chiude queste pagine si trova dinanzi a un bivio: può continuare a navigare nel mare delle opinioni, accontentandosi di ciò che il flusso gli offre, oppure può cominciare a chiedersi quali strumenti gli mancano per distinguere il vero dal verosimile, il fatto dall’interpretazione, la notizia dalla propaganda.
La risposta, come suggeriscono Fancelli e Lluell, non è nei libri né nei politici né nei giornalisti: è in ciascuno di noi, nella fatica di imparare a vedere, nella pazienza di non accontentarsi della prima risposta che passa, nel coraggio di ammettere che la verità, quando è cercata con onestà, è sempre un po’ più complicata di quanto vorremmo.
RVSCB
Fancelli, Emanuela, Lluell, Llorenç, La verità non si vota. Dialoghi sul bene comune e sull’opinione pubblica, Armando Editore, Roma 2026.
La verità non si vota. Dialoghi sul bene comune e sull’opinione pubblica, scheda editoriale, Armando Editore, 2026.
“La verità non si vota”, interessante ed attualissimo libro con il quale Emanuela Fancelli, avvocato romano, sfida l’epoca dell’opinione, La Voce Romana, 2026.
Basile, Erika, La sfida al pensiero comune: La verità non si vota, Stati Uniti d’Italia, 2026.
Emanuela Fancelli: «Abbiamo scritto un libro per dire quello che la politica non vuole sentirsi dire», Paese Roma, 4 luglio 2026.
Democrazia fra relativismo e oggettivismo, recensione di Alessandro Di Fiore, Giornale Radio, 6 luglio 2026.

















