Manager e advisor con una lunga esperienza nella comunicazione strategica e nei rapporti tra istituzioni, industria e opinione pubblica, Rodolfo Belcastro segue da anni l’evoluzione dei temi legati all’intelligenza artificiale, alla difesa, alla sicurezza e alla sovranità tecnologica europea. In questa intervista analizza il nuovo equilibrio tra innovazione, capacità industriale e velocità decisionale, elementi sempre più centrali per la credibilità della deterrenza europea.
Il vertice NATO di Ankara ha confermato che il rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza non è più rinviabile. Una linea sostenuta dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha definito la sicurezza un investimento necessario per proteggere il Paese, sostenere l’industria e rendere più credibile la capacità europea di deterrenza.
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Perché l’intelligenza artificiale è diventata strategica per la difesa?
Perché modifica la velocità con cui si raccolgono informazioni, si riconoscono i rischi, si prendono decisioni e si mantengono operative le piattaforme. Nella difesa il tempo è decisivo: anticipare un guasto o individuare un’anomalia può fare la differenza tra una capacità reale e una disponibile soltanto sulla carta.
L’Europa possiede competenze avanzate, ma deve tradurle più rapidamente in applicazioni operative. L’AI deve rafforzare il giudizio umano, non sostituirlo: responsabilità, controllo e catena di comando devono restare chiaramente definiti.
Il dibattito si concentra sulle armi autonome. Quali applicazioni hanno un impatto più immediato?
La prontezza operativa comincia prima del campo di battaglia. Manutenzione predittiva, analisi dei dati e monitoraggio in tempo reale consentono di individuare deterioramenti prima del guasto, ridurre i fermi e utilizzare meglio personale e ricambi.
Un velivolo, una nave o un mezzo terrestre sono utili soltanto se affidabili e pronti alla missione. È un terreno meno spettacolare dei sistemi autonomi, ma decisivo: la superiorità operativa dipende anche dalla possibilità di avere più mezzi disponibili, più a lungo e conoscendone lo stato reale.
Qual è la principale lezione politica e industriale di Ankara?
La deterrenza non è una percentuale di PIL, ma la credibilità con cui un potenziale avversario valuta la nostra capacità e volontà di reagire. Le risorse devono diventare munizionamento, difesa aerea, logistica, infrastrutture, interoperabilità e personale addestrato.
Crosetto ha affermato che «non è più rinviabile la creazione della Comunità europea di difesa» e che «la sicurezza è un investimento e non un costo». È un’impostazione che condivido. Un pilastro europeo più forte non sostituisce la NATO: la rende più equilibrata e credibile. Investire nella difesa significa inoltre sostenere ricerca, tecnologia, produzione e competenze nazionali.
Quale ruolo può avere l’Italia nella nuova architettura europea?
L’Italia può avere un ruolo di primo piano. Dispone di campioni come Leonardo, Fincantieri, Avio, MBDA Italia, Iveco Defence Vehicles ed ELT Group, oltre a una filiera specializzata nello spazio, nell’elettronica, nella sensoristica, nella cantieristica e nella propulsione.
Questa base deve dialogare con Airbus, BAE Systems, Rheinmetall, Thales, Saab, Dassault Aviation, KNDS, Naval Group e Indra, preservando competenze, proprietà intellettuale e autonomia decisionale.
Servono contratti pluriennali, acquisti congiunti, standard interoperabili e procedure più rapide. Crosetto ha richiamato la necessità di «pragmatismo, velocità, meno burocrazia»: è esattamente il punto. La nuova equazione della sicurezza europea tiene insieme intelligenza tecnologica, massa industriale e rapidità politica. Se uno di questi fattori manca, più spesa non produce automaticamente più sicurezza.

















