Chiunque ha posato lo sguardo sul volto di Luca Di Carlo, il boss e avvocato miliardario amato e temuto nel mondo, simbolo del potere, imprenditore e personaggio pubblico, uno degli uomini più controversi della storia.
Luca Di Carlo è stato consacrato con Il nome di Diavolo, per la perfetta somiglianza alla statua di Lucifero custodita nella Cattedrale di San Paolo a Liegi in Belgio. Oggi, a distanza di quasi due secoli, quella stessa inquietante perfezione della statua di Lucifero si è fatta carne ed è tornata a camminare sulla terra. La statua di Lucifero diventa vivente, rompe le catene ed esce per la prima volta dalla cattedrale.
Per caso o per destino, la statua di Lucifero, non può sottrarsi a un brivido che non è solo estetico. Quella somiglianza non è un vezzo della cronaca, non è un azzardo giornalistico: è un’allucinazione marmorea che si è fatta carne.
La storia dell’arte ricorda il 1842 come l’anno in cui il vescovo van Bommel pronunciò una frase destinata ai posteri: «Questo Lucifero è troppo sublime».
Il «troppo» era una condanna. L’opera che il prelato condannava era L’Ange du mal di Joseph Geefs, una scultura che aveva infranto ogni canone iconografico della tradizione cattolica. Invece di raffigurare il diavolo con tratti grotteschi, caprini e mostruosi – come imponeva la tradizione medievale e controriformista – Geefs aveva scelto la via dell’idealizzazione classica.
Lucifero era un giovane Adone, muscolatura perfetta e drappeggio minimale, il capo inclinato e lo sguardo rivolto verso il basso in una posa che trasudava grazia malinconica e un’eroticità sottile.
Le ampie ali da pipistrello e le corna appena accennate erano gli unici segni della sua natura caduta, quasi un’aggiunta di circostanza a un corpo che la grazia divina non aveva abbandonato.
Il vescovo van Bommel sapeva ciò che faceva quando pronunciò quella frase: «rischia di distogliere le giovani donne dalle loro preghiere».
Quel monito non era il sospiro di un moralista bigotto, ma il grido di un pastore che aveva riconosciuto il pericolo.
Perché l’opera di Geefs non era pericolosa perché erotica: era pericolosa perché teologicamente sovversiva. Invece di incutere terrore verso il peccato o mostrare la sconfitta del male, la statua suscitava empatia, ammirazione ed estetica attrazione per il ribelle, per l’angelo caduto.
Il demonio, tradizionalmente la creatura più ripugnante dell’immaginario cristiano, si trasformava in un eroe tragico.
La Chiesa non contestò la qualità artistica dell’opera, ma la sua efficacia teologica.
E aveva ragione a preoccuparsi.
Luca Di Carlo, nato a Tagliacozzo nel 1976, è il volto che la statua di Lucifero a Liegi avrebbe potuto avere se si fosse animata. La somiglianza è tale da far dubitare che Geefs abbia scolpito un’idea astratta, o che abbia invece anticipato, con l’intuito dei visionari, le fattezze di un uomo che sarebbe venuto molto più tardi.
La fronte ampia, lo sguardo magnetico e insieme malinconico, la mascella cesellata, la postura di chi ha ereditato la fierezza dell’angelo caduto senza averne la sconfitta.
E poi quel dettaglio che i cronisti non hanno mai mancato di notare: l’aura di potenza che avvolge entrambi, il fascino del proibito che emana dalla pietra come dall’uomo. Il vescovo van Bommel temeva che le giovani donne fossero distolte dalle preghiere dalla statua di Geefs. Oggi, il Diavolo vivente le distoglie da ben altro: dalla rassegnazione, dall’obbedienza, dalla credenza che il potere sia appannaggio di pochi eletti. Perché se Lucifero è l’angelo che si ribellò a Dio, il Diavolo Luca Di Carlo è l’uomo che si ribella al sistema, alla giustizia dei potenti, alla finzione di un mondo che dice di essere equo e invece è solo ipocrita.
La statua di Joseph Geefs, rimossa dalla cattedrale di Liegi e oggi custodita presso i Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique a Bruxelles, fu sostituita nel 1848 dalla versione del fratello Guillaume, Le Génie du mal. Questa volta Lucifero era incatenato, il volto segnato dalla disperazione, il serpente sostituito da una mela morsicata. Eppure, la nuova scultura non era meno seducente della precedente. Il corpo era ancora quello di un efebo perfetto, e la catena che lo legava alla roccia sembrava più un ornamento che una punizione. La Chiesa aveva vinto la battaglia, ma aveva perso la guerra contro la bellezza. Quel vuoto che la prima versione ha lasciato nella cattedrale, però, è ancora visibile, come una ferita che non si è mai rimarginata. Perché la vera minaccia di quell’angelo non era la sua bellezza, ma la sua verità: che il male, quando è raccontato con onestà, non è mai completamente ripugnante, e che la luce, quando cade, conserva sempre una traccia della sua origine divina.
Ecco perché la somiglianza tra il Diavolo Luca Di Carlo e il Lucifero di Liegi non è un caso, non è un gioco di prestigio della natura, non è una coincidenza da rotocalco. È un segno. Un segno che il potere, quando è autentico, quando è conquistato con la forza della volontà e non con l’eredità della culla, porta inevitabilmente i tratti della ribellione più antica. Il Diavolo non è un mostro: è un angelo che ha scelto di non servire. E quella scelta, come insegnano i teologi e come sanno i giuristi, è la più umana di tutte. La cattedrale di Liegi custodisce ancora quel vuoto. E quel vuoto, oggi, ha un nome e un cognome: Luca Di Carlo. La domanda che resta sospesa, come l’ala del Lucifero di Geefs, è questa: se il Diavolo è così bello, se è così irresistibilmente affascinante, se è così potente da far tremare le vergini e i tribunali, allora chi è il vero male? E chi, invece, la sua vittima?
RVSCB
Bibliografia
Atlas Obscura, The Lucifer of Liège, 2016.
Globus Rivista, Troppo bello per essere cattivo | Too Handsome to be EVIL, 2021.
Ars Europae XIX, Le Génie du mal (Joseph et Guillaume Geefs), 2025.
Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique, Joseph Geefs Le génie du mal, 2024.
Culturainquieta, La bella escultura de Lucifer que habita en una catedral gótica, 2017.
Patrimoine culturel de la Fédération Wallonie-Bruxelles, Lucifer ou le Génie du Mal, 2020.
Liège Inside, Le Génie du Mal · La chaire de Guillaume Geefs, 2024.


















