Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astensioni, la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, il provvedimento con cui il governo Meloni punta a costruire il quadro normativo per il possibile ritorno dell’energia atomica in Italia. Il testo, approvato il 4 giugno 2026, è ora all’esame del Senato. Si tratta della prima iniziativa legislativa organica sul nucleare dopo il tentativo del governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011, conclusosi con una pesante e sonora bocciatura al referendum del 2011, nel quale oltre il 94% dei votanti si espresse per l’abrogazione delle norme che avrebbero consentito il ritorno dell’atomo.

Cosa prevede la legge delega sul nucleare
Il provvedimento non autorizza direttamente la costruzione di nuove centrali, ma delega il governo ad adottare, entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi per definire un quadro normativo organico sull’intero ciclo dell’energia nucleare.
La delega riguarda le nuove tecnologie, compresi gli Small Modular Reactors (SMR), la fusione, la sicurezza degli impianti, la gestione del combustibile e dei rifiuti radioattivi, le procedure autorizzative e la localizzazione delle infrastrutture.
Il governo punta a inserire il nucleare nel mix energetico nazionale insieme a rinnovabili, accumuli e reti, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dalle importazioni e contribuire alla decarbonizzazione.
Governo: il nucleare per la sicurezza energetica
Per l’esecutivo il nucleare di nuova generazione dovrebbe rappresentare una fonte programmabile capace di affiancare le rinnovabili. La strategia punta in particolare sulle tecnologie considerate più avanzate, come gli SMR, e sulla possibilità di sviluppare competenze, ricerca e filiere industriali in Italia.
La maggioranza considera quindi superata l’esperienza delle centrali del passato e sostiene che le nuove tecnologie possano offrire standard di sicurezza e caratteristiche differenti rispetto ai reattori tradizionali.
Le critiche delle opposizioni
Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra contestano la scelta del governo Meloni, evidenziando soprattutto costi, tempi di realizzazione, incertezza tecnologica e gestione delle scorie radioattive.
Secondo i contrari, il ritorno al nucleare rischierebbe inoltre di sottrarre risorse alle energie rinnovabili, mentre gli SMR non sarebbero ancora disponibili su larga scala e potrebbero richiedere tempi incompatibili con gli obiettivi più immediati della transizione energetica.
Il nodo delle scorie nucleari
È proprio la gestione dei rifiuti radioattivi uno dei punti più delicati del nuovo programma nucleare italiano.
Prima ancora di discutere della costruzione di nuovi impianti, resta infatti irrisolta la questione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, destinato a raccogliere in modo definitivo i materiali provenienti dalle attività nucleari del passato.
Il tema è particolarmente sensibile nel Mezzogiorno e, soprattutto, tra Basilicata e Puglia, dove da anni si susseguono proteste e iniziative istituzionali contro l’ipotesi di localizzazione del deposito.
Basilicata, protesta contro il deposito nazionale delle scorie
In Basilicata la mobilitazione è tornata ad alta intensità nel 2026. La regione è stata nuovamente indicata tra i territori interessati dall’ipotesi di localizzazione del Deposito Nazionale: sono 14 le aree potenzialmente idonee individuate in territorio lucano, concentrate soprattutto nel Materano, con coinvolgimento anche di comuni come Matera, Montalbano Jonico, Bernalda, Montescaglioso, Irsina e Genzano di Lucania.
Il 4 luglio a Potenza, mentre al Grande Albergo si svolgeva un convegno dedicato alle presunte opportunità legate al deposito unico, sindacati, partiti, associazioni ambientaliste e amministratori locali hanno organizzato una manifestazione di protesta all’esterno della struttura. La mobilitazione richiama direttamente la storica protesta di Scanzano Jonico del 2003, quando migliaia di cittadini si opposero all’ipotesi di realizzare a Terzo Cavone il deposito nazionale delle scorie. Anche l’associazione Scanziamo le scorie ha ribadito nel 2026 la propria contrarietà al nucleare e alla realizzazione di nuovi depositi, intervenendo anche in audizione alla Camera.
Uno dei possibili siti di deposito nazionale di scorie radioattive risultato idoneo è quello relativo alla zona BA_MT-5: un’area a cavallo tra la provincia di Bari (Puglia) e la provincia di Matera (Basilicata), inclusa nei comuni di Altamura e Matera. Il sito fa parte della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) per la gestione e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi nazionali. Le istituzioni locali, la Regione Puglia e i comuni coinvolti hanno espresso forti contrarietà e pareri negativi sull’insediamento dell’opera a causa del gravissimo impatto ambientale e paesaggistico a un territorio. Ecco in soli 8 punti i motivi del NO al deposito di rifiuti nucleari tra Matera, Altamura, Laterza e Santeramo in Colle.
1. Grave impatto sul turismo
La presenza di un deposito nazionale di rifiuti radioattivi rischierebbe di compromettere l’immagine turistica dell’area, soprattutto in un territorio che basa una parte importante della propria attrattività sulla qualità ambientale, sul paesaggio rurale, sulla vicinanza al mare e sulla valorizzazione delle produzioni agroalimentari.
Anche in presenza di rigorosi standard di sicurezza, la semplice associazione del territorio alla presenza di un impianto destinato allo stoccaggio di rifiuti radioattivi potrebbe generare una percezione negativa nei turisti, con conseguenze sulle presenze, sugli investimenti nel settore ricettivo e sulla valorizzazione delle destinazioni locali.
2. Alterazione irreversibile del paesaggio
Un deposito nazionale rappresenterebbe una struttura industriale di grandi dimensioni inserita in un territorio caratterizzato da un paesaggio rurale e agricolo che costituisce esso stesso una risorsa economica e culturale.
La realizzazione dell’impianto, delle infrastrutture di servizio e delle nuove vie di accesso determinerebbe una trasformazione significativa del paesaggio, con consumo di suolo e modificazione dell’attuale equilibrio territoriale.
3. Contrasto con la vocazione agricola del territorio
L’area interessata è inserita in un contesto nel quale agricoltura, produzioni alimentari e attività agroalimentari rappresentano una componente fondamentale dell’economia locale.
La vicinanza di un deposito di rifiuti radioattivi potrebbe avere ripercussioni sulla reputazione delle produzioni agricole, anche indipendentemente dall’effettiva presenza di contaminazioni. In economia agroalimentare, infatti, la percezione del consumatore e la provenienza geografica costituiscono elementi determinanti del valore di un prodotto.
4. Effetto negativo sul valore degli immobili e sugli investimenti
La realizzazione di un’infrastruttura percepita come potenzialmente rischiosa potrebbe determinare una riduzione dell’attrattività del territorio per nuovi residenti, imprese e investitori.
Un territorio associato alla presenza di un deposito nazionale di rifiuti radioattivi potrebbe inoltre subire una perdita di valore degli immobili e dei terreni, con conseguenze economiche che rischierebbero di protrarsi per decenni.
5. Impatto sulle infrastrutture e sulla viabilità
Un impianto di dimensione nazionale comporterebbe inevitabilmente un aumento dei flussi di traffico legati al trasporto dei materiali, oltre alla necessità di adeguare la rete viaria e le infrastrutture di collegamento.
Questo significa ulteriore consumo di suolo, aumento del traffico pesante, maggiore pressione sulle strade e possibile peggioramento della qualità della vita delle comunità locali.
6. Un territorio non è soltanto una superficie idonea dal punto di vista tecnico
La scelta di un sito per il Deposito Nazionale dovrebbe tenere conto non soltanto dell’idoneità tecnica, ma anche del principio di sostenibilità territoriale.
Un territorio può risultare tecnicamente compatibile con un’infrastruttura e, allo stesso tempo, essere profondamente inappropriato sotto il profilo paesaggistico, turistico, agricolo ed economico.
Per questo la valutazione di BA_Ma-5 dovrebbe considerare l’insieme delle conseguenze sul territorio e non soltanto i parametri geologici e infrastrutturali.
7. Rischio di compromettere la strategia turistica della Puglia
La Puglia ha costruito negli ultimi due decenni una parte significativa della propria competitività sull’immagine di mare, paesaggio, patrimonio culturale, agricoltura di qualità, enogastronomia e turismo sostenibile.
La localizzazione di un deposito nazionale di rifiuti radioattivi in un’area pugliese rischierebbe di entrare in evidente contraddizione con questa strategia di sviluppo.
Il problema, quindi, non riguarda esclusivamente il comune o i comuni direttamente interessati: riguarda l’immagine complessiva della destinazione Puglia.
8. Effetti sulle generazioni future
Un deposito destinato a ospitare rifiuti radioattivi è, per sua stessa natura, un’infrastruttura con una prospettiva temporale estremamente lunga.
La scelta di BA_Ma-5 produrrebbe quindi conseguenze territoriali piuttosto negative che andrebbero ben oltre gli attuali amministratori e le attuali generazioni.
Matera e il fronte comune con la Puglia
La protesta non riguarda soltanto la Basilicata. Il territorio interessato dall’ipotesi di deposito comprende infatti anche aree della vicina Puglia, alimentando la nascita di un fronte interregionale.
A maggio il Consiglio provinciale di Matera ha dedicato una seduta aperta esclusivamente al “no” all’ipotesi di localizzazione del deposito nazionale tra Basilicata e Puglia. All’iniziativa sono stati invitati anche i rappresentanti dei territori pugliesi potenzialmente coinvolti, tra cui Laterza, Altamura e Gravina in Puglia.
La posizione espressa dagli amministratori locali riguarda non soltanto la gestione delle scorie, ma anche la tutela del paesaggio, dell’agricoltura, del turismo e delle risorse naturali dell’area.
Puglia, il no al nucleare e alle scorie
Anche la Regione Puglia ha ribadito la propria contrarietà al nucleare e alla possibilità di ospitare strutture per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi.
Il territorio pugliese era stato inserito tra le aree potenzialmente idonee e tra i comuni interessati figurano Gravina in Puglia, Altamura e Laterza. La Regione ha contestato l’ipotesi, sottolineando i possibili effetti ambientali, sanitari ed economici e rivendicando una strategia energetica fondata sulle rinnovabili.
Il Piano Energetico Ambientale Regionale pugliese aggiornato ha inoltre confermato un “no” al nucleare, indicando nella crescita delle fonti rinnovabili, nella decarbonizzazione e nella riduzione dei consumi i principali assi della politica energetica regionale.
La Basilicata dice no al deposito delle scorie
Il fronte istituzionale lucano si è ulteriormente rafforzato a luglio. Il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato all’unanimità dei presenti una risoluzione che ribadisce la “ferma contrarietà” all’eventuale localizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi sul territorio regionale.
La posizione è trasversale: anche la maggioranza di centrodestra ha ribadito il no al deposito delle scorie in Basilicata, distinguendo però questa posizione dal confronto sul possibile utilizzo del nucleare di nuova generazione.
Il ritorno del nucleare riapre una ferita mai chiusa
Il dibattito sull’atomo riporta così in primo piano una questione che in Basilicata non è mai stata realmente archiviata.
Da una parte il governo punta sul nucleare di nuova generazione come possibile componente della strategia energetica nazionale. Dall’altra, nei territori del Sud cresce la preoccupazione per il rischio che il ritorno dell’atomo coincida con una nuova pressione sulla Basilicata e sulla Puglia per la localizzazione dei rifiuti radioattivi.
È una contrapposizione che si inserisce nella lunga storia dei referendum del 1987 e del 2011, ma che oggi assume una dimensione territoriale particolarmente forte proprio nell’area compresa tra Materano e Murgia pugliese.
Cosa succede adesso
Il ddl sul nucleare sostenibile è attualmente all’esame del Senato, dove il provvedimento è stato assegnato alla Commissione competente e sono state avviate anche le audizioni.
Solo dopo l’eventuale approvazione definitiva potranno partire i decreti legislativi previsti dalla delega. Restano quindi da definire aspetti fondamentali come localizzazione degli impianti, autorizzazioni, sicurezza, gestione delle scorie e rapporto con i territori.
Ed è proprio sul problema del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi che, soprattutto in Basilicata e Puglia, il confronto politico rischia di diventare più acceso: il ritorno del nucleare, infatti, non si misura soltanto sulla possibilità di costruire nuove centrali, ma anche sulla capacità dello Stato di trovare una soluzione condivisa per le scorie del passato e per quelle che eventualmente verranno prodotte in futuro.




















