Ieri pomeriggio, 25 agosto, durante il Meeting di Rimini, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha partecipato al convegno “Il coraggio di educare. Ricostruire l’alleanza tra scuola e famiglia”.
Dopo gli interventi degli altri relatori del panel, moderato dal presidente della CdO Opere Educative Massimiliano Tonarini, la chiosa è stata lasciata proprio a Valditara, che ha affrontato alcune delle tematiche più delicate legate al mondo scolastico, ribadendo certezze già presenti nell’attuale quadro legislativo e manifestando al tempo stesso alcune intenzioni per interventi futuri.
Sia una parte del blocco studentesco, sempre efficace “casamatta gramsciana” di indiretta trasformazione della società, sia la sinistra politica, sindacale e intellettuale non hanno naturalmente lesinato le prevedibilissime critiche.
«Proporrò di rendere obbligatorio lo studio dell’italiano per i genitori i cui figli non vanno bene a scuola: non si può perdere a casa quello che si impara a scuola, il fatto che un genitore conosca la nostra lingua, interagisca con i docenti, è fondamentale; ci sono troppi genitori di ragazzi stranieri che non si fanno vedere a scuola mentre anche questo è importante»
Se si utilizzasse ancora un poco di quel buon senso che certe frange progressiste sembrano aver sacrificato sull’altare dell’ideologia, sarebbe quasi difficile comprendere come una proposta simile possa destare scandalo.
Una prima strada, del resto, è già stata aperta dalla normativa vigente. Il decreto-legge 71/2024, poi convertito nella legge 106/2024, ha previsto la possibilità di assegnare docenti dedicati all’insegnamento dell’italiano L2 nelle classi in cui almeno il 20% degli studenti sia composto da ragazzi stranieri appena entrati nel sistema scolastico nazionale o privi di una conoscenza linguistica almeno di livello A2. Una misura nata dalla constatazione più elementare possibile: non può esserci autentica integrazione senza una lingua comune attraverso cui comprendersi.
Lo stesso ministro lo ha ribadito con parole inequivocabili: «L’inclusione non basta: dobbiamo andare verso un modello di integrazione sui valori fondanti coinvolgendo gli stranieri»
La sinistra immediatamente pronta a gridare alla ghettizzazione o all’imposizione “fascista” del nostro idioma dimentica infatti una verità persino banale: per un giovane straniero imparare innanzitutto la lingua del Paese nel quale vive rappresenta il primo grande strumento di emancipazione sociale.
Se il linguaggio costituisce una delle più alte caratteristiche della specie umana e il principale veicolo attraverso cui costruiamo relazioni, pensiero e comunità, appare evidente quanto la sua conoscenza diventi la base di qualsiasi interazione libera ed efficace. Parlare italiano significa comprendere ciò che accade intorno a sé, studiare, difendere i propri diritti, conoscere i propri doveri, dialogare con un professore, stringere amicizie, leggere un giornale e avvicinarsi a quei principi di uguaglianza e libertà che questo dolce idioma ha raccontato nei secoli attraverso la propria letteratura.
Tutto ciò avviene senza che alcuno studente venga privato della possibilità di conservare la propria cultura familiare, la propria fede o le proprie usanze, proprio perché la civiltà occidentale ha sviluppato nel corso dei secoli un sistema nel quale la libertà individuale e religiosa viene protetta anche quando appartiene a chi proviene da mondi differenti dal nostro.
E allora una domanda, per quanto scomoda, rimane: la stessa libertà verrebbe garantita con identica naturalezza in tutti i Paesi di provenienza di quegli studenti?
Domanda retorica, probabilmente, alla quale una certa ala progressista continuerà a far fatica ad associare la lapalissiana risposta.
Valditara ha inoltre prevenuto nel proprio intervento la consueta accusa di ghettizzazione, sostenendo che proprio la concentrazione eccessiva di studenti stranieri all’interno delle stesse classi rischia di determinare quella separazione che la scuola dovrebbe invece combattere. L’obiettivo indicato è quello di una distribuzione equilibrata, nella quale studenti italiani e stranieri possano frequentarsi, parlare tra loro, condividere la stessa lingua e costruire quotidianamente quel processo di integrazione che nessun decreto potrebbe ottenere mantenendo comunità parallele e impermeabili.
Ed è qui che la proposta sull’insegnamento dell’italiano ai genitori diventa persino più importante di quanto possa apparire a una prima lettura.
Un ragazzo può trascorrere cinque o sei ore al giorno immerso nella lingua italiana, ma se al ritorno a casa trova un nucleo familiare completamente estraneo alla vita scolastica, incapace di comprendere una comunicazione, partecipare a un colloquio o seguire il rendimento del figlio, il percorso rischia inevitabilmente di rallentare. Il problema non riguarda soltanto la lingua, ma il progressivo allontanamento della famiglia dal processo educativo e, attraverso questo, dalla società nella quale quel giovane sta crescendo.
Insegnare l’italiano agli adulti significa permettere a un padre o a una madre di parlare con i professori, comprendere i problemi del figlio, sapere perché abbia preso un’insufficienza, conoscere gli appuntamenti scolastici, accedere più facilmente ai servizi e partecipare alla comunità. Significa impedire che la mancata conoscenza della lingua diventi, anno dopo anno, una muraglia culturale che separa la famiglia dalla vita del ragazzo. E proprio questa dovrebbe essere la preoccupazione di chi sostiene sinceramente di volere l’integrazione.
Sessualità, bambini e diritto dei genitori a sapere
Valditara è tornato anche sul consenso informato, e in questo caso non stava annunciando un desiderio futuro: la materia è già stata disciplinata dalla legge 104 del 9 giugno 2026, entrata in vigore a luglio.
Il provvedimento stabilisce che le famiglie debbano conoscere preventivamente finalità, contenuti, materiali ed eventuali esperti esterni coinvolti nelle attività scolastiche riguardanti temi legati alla sessualità, con il consenso dei genitori nei casi previsti. Per l’infanzia e la primaria viene invece introdotta una tutela ancora più netta nei confronti di attività progettuali specificamente dedicate a tali argomenti.
Ed è bene ribadirlo, perché una parte della polemica ha volutamente confuso i piani: rimangono lo studio biologico del corpo umano, della riproduzione e dello sviluppo, rimane l’educazione al rispetto, rimangono la lotta alla violenza e alle discriminazioni e l’insegnamento di relazioni fondate sulla dignità della personaQuello che si tenta finalmente di impedire è che sotto definizioni generiche e rassicuranti possano essere inseriti, soprattutto con bambini piccolissimi, percorsi ideologicamente orientati sulla sessualità o sull’identità di genere senza che una madre o un padre sappiano neppure cosa venga proposto.
Valditara lo ha ribadito proprio al Meeting, richiamando materiali rivolti persino a bambini di sei o sette anni e attività nelle quali si invitavano gli alunni a interrogarsi precocemente sulla propria identità attraverso abiti, rossetto o rappresentazioni normalmente associate al sesso opposto.
Negli ultimi anni episodi analoghi hanno generato discussioni in diverse scuole italiane, spesso attraverso laboratori artistici, letture o attività presentate come semplici percorsi contro gli stereotipi. La questione non è impedire a un adolescente o a un adulto di compiere liberamente le proprie scelte, ma domandarsi con quale diritto una scuola possa anticipare su un bambino di cinque o sei anni interrogativi che incidono profondamente sulla sua formazione senza coinvolgere chi di quel bambino possiede la responsabilità educativa primaria.
Il buon senso suggerirebbe che all’infanzia determinati percorsi debbano semplicemente rimanere fuori dall’aula e che, crescendo, i genitori abbiano almeno il sacrosanto diritto di conoscere ciò che viene proposto ai propri figli ed eventualmente non autorizzarlo. Eppure anche questo viene presentato come oscurantismo. Curioso concetto di libertà quello secondo cui un’associazione esterna dovrebbe poter parlare di sessualità a un minorenne senza che il genitore possa decidere, mentre sarebbe autoritario consentire a quel genitore di esprimere il proprio consenso.
Dante, Roma e Gerusalemme non sono fascismo
Ma forse è sulle nuove Indicazioni nazionali, adottate con il DM 221 del 9 dicembre 2025, che si misura meglio la distanza culturale tra Valditara e una certa idea progressista della scuola.
Dal prossimo anno scolastico verranno progressivamente rafforzati l’italiano, la grammatica, la sintassi, la scrittura manuale, la storia, la geografia, il patrimonio del territorio, la tradizione musicale e il rapporto con il latino. Torna soprattutto la convinzione che uno studente europeo e italiano debba conoscere la civiltà che lo ha preceduto e dalla quale continua, volente o nolente, a provenire. Valditara l’ha riassunta attraverso tre città: Atene, Roma, Gerusalemme.
La filosofia greca, il diritto romano, la tradizione biblica e cristiana rappresentano alcuni dei pilastri senza i quali sarebbe semplicemente impossibile comprendere ciò che chiamiamo Occidente. Non è necessario professare infatti alcuna fede per sapere quanto la Bibbia sia indispensabile per capire la pittura italiana, la scultura, la musica, Dante, Manzoni e persino una quantità sterminata di espressioni che adoperiamo ogni giorno.
E qui si arriva all’altra singolare polemica di questi mesi. Secondo una parte della sinistra, dedicare maggiore attenzione alla civiltà occidentale, alla lingua italiana e ai suoi grandi testi rappresenterebbe quasi una scelta retriva, identitaria, quando non addirittura “fascistoide”. Si tranquillizzino.
Non vi è nulla di fascista nel pretendere che un ragazzo italiano sappia chi siano Dante, Virgilio, Manzoni, perché la letteratura non è una decorazione per le anime belle e neppure un insieme di date da dimenticare dopo l’interrogazione. Essa serve nella vita quotidiana. Serve quando dobbiamo comprendere il dolore, l’amore, il tradimento, la paura, la morte, il potere, la pietà, la solitudine. Serve perché migliaia di uomini e donne vissuti prima di noi hanno già tentato di dare parole alle stesse emozioni con cui continuiamo a confrontarci. Una persona che conosce la propria letteratura possiede più strumenti per interpretare se stessa e il mondo, non meno. E conoscere la propria tradizione quindi non impedisce in alcun modo di studiare quella islamica, cinese, africana o indiana. Anzi, soltanto chi sa da dove viene può confrontarsi veramente con chi proviene da un’altra storia. Chi considera tutto questo una deriva della destra dovrebbe inoltre guardarsi intorno.
In Inghilterra, l’impostazione knowledge-rich della scuola, con una forte attenzione alle conoscenze, alla storia nazionale e al patrimonio letterario britannico, fu sviluppata dai governi conservatori. Arrivato al potere nel 2024, il Labour di Keir Starmer non l’ha smantellata: il nuovo governo ha confermato quell’impostazione e nel 2026 ha dichiarato di voler rafforzare proprio la conoscenza del British heritage, attraverso la storia nazionale, i valori britannici fondamentali e la letteratura inglese.
Nella Svezia governata dai socialdemocratici il curriculum entrato in vigore nel 2022 ha continuato tranquillamente a parlare di patrimonio culturale, tradizione cristiana e umanesimo occidentale, insieme a democrazia, tolleranza e uguaglianza. E udite udite, persino nell’Italia del secondo governo Prodi, padre del grande globo progressista che poi avrebbe dato vita al tanto critico PD, nelle Indicazioni emanate nel 2007 dal ministro Giuseppe Fioroni, comparivano parole come memoria, identità, radici e patrimonio storico nazionale, mentre lo stesso Fioroni promuoveva il recupero di Dante e dei classici della nostra letteratura.
Evidentemente nel 2007 conoscere le proprie radici non costituiva ancora un’emergenza democratica. Oggi sembra invece che per una parte del dibattito italiano basti pronunciare le parole “civiltà occidentale” perché qualcuno inizi a intravedere camicie nere dietro la cattedra. Non basta questo a definirlo sintomo di confusione e distanza dalla realtà l’insensato e incoerente biasimare della Sinistra?
Insomma, Italia possiede una lingua, una storia, una letteratura, una musica, un patrimonio religioso e artistico che non appartengono a un partito politico e nemmeno a un governo. Appartengono agli italiani. E forse la vera rivoluzione culturale sarebbe tornare a insegnarlo senza chiedere preventivamente scusa. Per il bene di tutti: di chi è nato sotto lo stivale e per chi ne è ospite. Quest’ultimo sarà sempre calorosamente accolto, fino al momento in cui non vorrà smontarci il tacco, smussarci la punta o cambiarne la pelle.



















