Nella luce dorata di un novembre carico di storia, il santuario di Pompei si è trasformato in un faro spirituale globale, celebrando i 150 anni dall’arrivo dell’icona della Madonna del Rosario.
Un anniversario che non è semplice ricorrenza, ma un manifesto di speranza in un’epoca segnata da fragilità e velocità.
A presiedere i solenni festeggiamenti, il cardinale Pietro Parolin, inviato personale di Leone XIV, ha dipanato un messaggio audace: Maria non è reliquia del passato, maestra di un’urgenza rivoluzionaria.
Quel quadro giunse a Pompei nel 1875 su un carro di letame, dono di un suora napoletana a Bartolo Longo, ex satanista redento.
Oggi, milioni di pellegrini ne venerano i colori sfumati dal tempo.
Ma la vera rivoluzione, ha ricordato Parolin, sta nella trasformazione della valle: da landa desolata a “cittadella della misericordia”, dove orfani e diseredati trovarono riparo prima ancora che il marmo del santuario brillasse.
Un monito alla Chiesa odierna: le opere nascono dallo sguardo sui feriti, non dai progetti.
In un passaggio bruciante, il porporato ha contrapposto due velocità: quella “distratta” del mondo, ossessionata da produttività e like, e la “fretta sacra” di Maria diretta da Nazaret a Ein Karem.
“Non si tratta di mero attivismo – ha scandito – ma di accelerazione interiore: il cuore che brucia d’amore non può tacere”.
Un richiamo a riscoprire la preghiera come atto sovversivo: “Mentre l’uomo moderno corre per dimenticare il vuoto, il Rosario ci costringe a rallentare per ascoltare il Grido Silenzioso”.
La canonizzazione dello stesso Longo (19 ottobre 2025) appare come un dossier profetico.
Ex avvocato ateo, sprofondato in pratiche occultiste, la sua conversione iniziò con un’illuminazione: “Chi diffonde il Rosario si salverà”.
Parolin ne ha esaltato la “genialità marginale”: costruire ospedali prima delle cappelle, preferire i mendicanti ai benefattori.
Un modello che scardina ogni clericalismo: la fede si misura sui banchi degli emarginati, non nelle sagrestie.
In collegamento ideale con l’Anno Santo indetto da Leone XIV, Pompei si erge a laboratorio di futuro. “Qui – ha tuonato il segretario di Stato – si sperimenta una globalizzazione alternativa: non quella degli algoritmi, ma delle corone del Rosario intrecciate da mani di ogni latitudine”.
Un messaggio che vibra di attualità: in un mondo dove il metaverso sostituisce l’incontro, il santuario diventa piazza dell’abbraccio, dove i pellegrini ancora si cercano negli occhi.
Al culmine della celebrazione, la recita della preghiera composta da Longo nel 1883 ha assunto toni epici. Parolin, chinato sulle reliquie del santo, ha trasformato ogni parola in un manifesto politico dello spirito.
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