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L’Inferno dimenticato: Viaggio nel cuore del terrore di Cabo Delgado

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
25 Dicembre 2025
in Religione
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L’Inferno dimenticato: Viaggio nel cuore del terrore di Cabo Delgado
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Nella polvere rossa di un campo profughi mozambicano, dove l’aria sa di legna bruciata e speranza sfaldata, un bambino stringe al petto una figurina di Gesù ritagliata da una rivista. È tutto ciò che gli resta dopo la fuga da casa, mentre il mondo sembra aver voltato le spalle alla sua tragedia.

Questa immagine, cruda e simbolica, riassume l’essenza del conflitto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico: una crisi umanitaria sepolta nell’indifferenza globale, nonostante le decapitazioni, i villaggi dati alle fiamme, e oltre 765 mila sfollati costretti a vivere in condizioni disumane.
Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, reduce da una visita nelle zone più martoriate, descrive a Vatican News un quadro agghiacciante: «Qui la religione è stata strumentalizzata per seminare morte. Ma la Chiesa non abbandonerà il suo popolo». Parole che squarciano il velo di silenzio su una guerra ignorata dai riflettori internazionali, nonostante le sue radici affondino nel terrorismo jihadista, nello sfruttamento delle risorse naturali e in ferite coloniali mai rimarginate.
Per secoli, cristiani e musulmani hanno condiviso queste terre segnate dal sole cocente e dall’Oceano Indiano. Oggi, invece, l’ideologia estremista dell’Ahlu Sunna Wa Jama (ASWJ), affiliata allo Stato Islamico, trasforma le moschee in centri di radicalizzazione e recluta adolescenti disperati con la promessa di un falso riscatto. «I terroristi sfruttano povertà, disoccupazione e risentimento verso lo sfruttamento delle risorse locali», spiega Parolin, sottolineando come l’estrazione di rubini e gas naturale abbia arricchito multinazionali straniere, lasciando la popolazione in una miseria senza vie d’uscita.
Il risultato? Un’escalation di violenza che dal 2017 ha trasformato interi villaggi in teatri di orrore. Nel settembre 2022, il martirio di suor Maria De Coppi — missionaria comboniana uccisa a Chipene — ha dimostrato che nessuno è al sicuro. «Decine di migliaia di persone fuggono senza poter portare nulla», racconta il porporato, visitando il campo di Naminawe dove 9.200 sfollati sopravvivono tra carestie e cicloni distruttivi. Bambini denutriti, madri costrette a bere acqua contaminata, giovani prigionieri in un “carcere a cielo aperto”: è il prezzo di un conflitto che avanza verso sud, minacciando ora anche le province di Nampula e Niassa.
Mentre la comunità internazionale si limita a inviare missioni militari — come quelle della SADC e del Rwanda — la diocesi di Pemba diventa l’ultimo baluardo di umanità. Sacerdoti costretti a lasciare le parrocchie continuano a seguire i fedeli come “pastori sfollati”; le suore aprono i conventi agli sfollati; la Caritas distribuisce cibo e medicine sotto la costante minaccia di attacchi. «La nostra presenza è un segno di speranza», testimonia don Eduardo, missionario da 15 anni nella regione. «Anche quando ci ordinano di scappare, restiamo. Come Cristo sulla croce».
Parolin, partecipando a un incontro interreligioso organizzato dalla diocesi, ha lanciato un appello accorato: «Non dimentichiamo Cabo Delgado». Un monito rivolto soprattutto all’Occidente, distratto da altre crisi, ma anche un invito ai cattolici di tutto il mondo a sostenere la preghiera e la carità. «Ogni offerta, ogni rosario recitato, è un raggio di luce in quest’oscurità», aggiunge il cardinale, ricordando come alcuni martiri locali abbiano preferito la morte al rinnegamento della fede.
C’è un dettaglio, nelle parole di Parolin, che colpisce come un pugno nello stomaco: la consapevolezza che persino tra le fila dei musulmani moderati cresce la paura. «La maggioranza rifiuta la violenza, ma il silenzio internazionale favorisce i carnefici», avverte. Senza pressioni diplomatiche, senza investimenti in educazione e sviluppo, la spirale jihadista è destinata a nutrirsi di nuovi adepti.
Eppure, tra le macerie, spuntano germogli di resistenza pacifica. Come le donne che, nei campi profughi, insegnano ai bambini a leggere usando rami e sabbia. O i giovani che organizzano cori di canti tradizionali per tenere viva l’identità culturale. Sono storie minuscole, ma vitali, che la Chiesa cerca di moltiplicare attraverso progetti di microcredito e dialogo interetnico.
«Questo Natale — conclude Parolin — chiediamo al Principe della Pace di portare conforto a chi ha perso tutto. E al mondo ricordiamo: Cabo Delgado non è solo una provincia africana. È un test sulla nostra capacità di restare umani».
Mentre il sole cala sul campo di Naminawe, il bambino con la figurina di Gesù la solleva verso il cielo. Forse, nella sua semplicità, sa qualcosa che i grandi hanno dimenticato: che persino nell’inferno, una preghiera può accendere miracoli.
RVSCB
Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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