Nella penombra carica di storia dell’Auditorium Antonianum a Roma, dove i marmi sembrano assorbire le urla silenziose della geopolitica, il cardinale Pietro Parolin ha tessuto i fili di un discorso che è insieme diagnosi e cura per un pianeta in fibrillazione.
A margine dei festeggiamenti per i 25 anni dell’Osservatorio for independent thinking, il segretario di Stato vaticano ha imbastito un dialogo serrato con giornalisti e giovani, trasformando domande scomode in un manifesto di realismo speranzoso.
“Le tensioni non sono salutari”, ha esordito Parolin, affilando le parole come scalpelli per scolpire un concetto chiave: nell’era dei nazionalismi urlati e dei tweet che fanno tremare i mercati, persino lo scontro diventa sintomo di una malattia più profonda.
La querelle tra Trump e l’Europa? “Aggrava un clima internazionale già gravido di minacce”.
Ma la terapia non sta nel silenzio complice, bensì in un “discutere senza polemica” che trasformi le divergenze in architetture diplomatiche.
Una sfida titanica, specie quando a Davos risuonano dichiarazioni d’amore condizionate come clausole contrattuali.
Il cuore pulsante del confronto ha battuto attorno al Board of Peace su Gaza, l’iniziativa americana che tiene inchiodati ai monitor i cancellieri di mezzo mondo.
“La Santa Sede valuta”, ha rivelato il porporato, distillando in poche sillabe un dilemma etico: come partecipare a tavoli di pace senza scivolare nel pantano dei finanziamenti militari? “Non siamo in grado di contribuire economicamente”, ha precisato, tracciando un solco netto tra soft power vaticano e realpolitik delle superpotenze.
Un equilibrio che sa di funambolismo, dove l’unica moneta accettata è la credibilità morale.
Sul Venezuela, Parolin ha sciolto il nodo della crisi con il garbo di chi conosce ogni piega di quel “paese bellissimo” dove fu nunzio. “L’incertezza attuale è figlia di ferite antiche”, ha ricordato, strizzando l’occhio a chi crede ancora che la diplomazia possa essere un’arte della pazienza più che della forza.
Ma è sulla “Terza Guerra Mondiale a pezzi” – la celebre espressione di Francesco – che il cardinale ha acceso i riflettori più crudi: “È diventata realtà, ma gli slogan non bastano”. Un monito che squarcia il velo dell’ipocrisia: persino le metafora più azzeccate rischiano di trasformarsi in epitaffi se non si traducono in soluzioni.
Il capitolo nucleare ha visto Parolin innalzarsi a custode di un principio non negoziabile: “L’immoralità non sta solo nell’uso, ma nel possesso delle atomiche”.
Parole che riecheggiano i documenti conciliari, ma che oggi suonano come un j’accuse rivolto alle 9 potenze che trattengono 12.700 testate.
Mentre una studentessa romana incalzava sul tema, il porporato ha svelato l’arcano: “Il disarmo è l’unico vaccino contro la follia”.
Ma è stato lo sguardo sul Medio Oriente a disegnare la mappa più audace. “Israele e Palestina restano la chiave di volta”, ha dichiarato Parolin, ricordando che la Santa Sede riconosce lo Stato palestinese dal 2015. Una posizione netta che stride con le esitazioni europee, ma che nasce da una logica ferrea: “Senza giustizia per i palestinesi, ogni pace sarà un miraggio”.
La ricetta? “Creatività politica e coraggio”, virtù sempre più rare nei palazzi di vetro delle diplomazie.
Tra le pieghe del discorso, affiora una costante: la stampa come termometro della democrazia. “La libertà d’informazione esige responsabilità”, ha ammonito il cardinale, dipingendo un giornalismo che sia “pontiere, non becchino”.
Un richiamo che suona rivoluzionario nell’epoca delle fake news, dove i media rischiano di diventare fabbriche di polarizzazione.
Quello che emerge dal dialogo all’Antonianum non è un semplice elenco di crisi, ma la radiografia di un mondo che ha smarrito la bussola del dialogo.
Parolin, con la pacatezza di chi maneggia verità esplosive, indica una rotta: trasformare le divergenze in laboratori di coesistenza.
Mentre i potenti si arroccano nei loro bunker ideologici, la diplomazia vaticana scommette ancora sul potere eversivo dell’ascolto.
In tempi di sovranismi urlati, quest’articolo di fede geopolitica potrebbe apparire anacronistico.
Eppure, proprio nella sua ostinata delicatezza risiede la provocazione più radicale: che la pace non sia un traguardo, ma un metodo.
Un’eresia magnifica in un’epoca che venera la legge del più forte.
RVSCB



















