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Oltre la caverna: la diplomazia come atto di coraggio

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
23 Gennaio 2026
in Religione
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Oltre la caverna: la diplomazia come atto di coraggio
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Nella penombra sacrale di Santa Maria Maggiore, tra i bagliori dorati dei mosaici che narrano storie di salvezza, si è celebrato un anniversario che è molto più di una ricorrenza diplomatica.

Due secoli di relazioni tra la Santa Sede e il Brasile non segnano soltanto il passare del tempo, ma disegnano una mappa spirituale e politica di rara profondità. È
una cartografia che il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha tracciato con parole ponderate durante la Messa del bicentenario, trasformando l’omelia in un manifesto sul senso stesso dell’agire nel mondo.
La data del 23 gennaio 1826 non è un semplice inizio giuridico; è il germoglio di un dialogo che ha scelto, fin dalle origini, la via più impervia e più nobile: quella del servizio, della pazienza e di una pace che non è mai quiete, ma tensione attiva verso il bene comune.
La scelta delle letture liturgiche non è stata casuale.
Il racconto di Davide che, nella caverna, trattiene la mano pur avendo Saul alla sua mercé, diventa la parabola fondante di un intero stile diplomatico.
Davide non uccide.
Rinuncia alla violenza immediata, alla soluzione brutale che gli garantirebbe il potere, ma che sterilizzerebbe per sempre la sua autorità morale.
In quel gesto di rispetto, come ha sottolineato il porporato, non si annulla il potere, lo si purifica.
Lo si sottrae alla logica ferrea del dominio dell’uomo sull’uomo per ancorarlo a una legge superiore, alla fedeltà di un Dio giudice.
È questo il cuore pulsante della diplomazia vaticana, uno stile che Papa Leone XIV, nel suo primo discorso al Corpo Diplomatico, ha definito come un’azione che non cerca privilegi, ma che si fa prossima, che preferisce la parola al conflitto, la pazienza alla sopraffazione.
Una diplomazia che, come Davide, spesso sceglie la via silenziosa e umile, confidando nella forza persuasiva della verità, che agisce nel tempo con la pazienza di un seme.
Questo non è idealismo disincarnato.
È la pragmatica della fede applicata alla complessità delle relazioni internazionali. In duecento anni, attraverso trentaquattro Internunzi e Nunzi, la Santa Sede non è stata per il Brasile un’osservatrice distante, ma una compagna di viaggio.
Ha camminato accanto a un popolo segnato da prove storiche, ferite sociali, trasformazioni epocali, sostenendone la straordinaria capacità di coniugare la gioia e la solidarietà con una fede cristiana radicata e una devozione mariana viscerale.
Il Salmo 56, cantato nella liturgia, esprime proprio questa tensione tra l’umiltà della condizione creaturale e l’incrollabile speranza nella misericordia divina: una tensione che il popolo brasiliano ha vissuto e incarnato nella sua storia.
Il Vangelo di Marco, con la chiamata dei dodici apostoli sul monte, completa il quadro.
Gesù chiama a sé uomini diversi: pescatori rozzi e un esattore di tasse disprezzato, caratteri ardenti e animi timorosi.
Non cerca un esercito uniforme, ma una sinfonia di differenze.
È una lezione, come ha evidenziato il cardinale Parolin, che vale per la Chiesa come per il consesso delle nazioni.
La vera comunione non nasce dall’appiattimento, ma dall’armonia di voci diverse, orientate però a un fine più alto.
In due secoli, Santa Sede e Brasile hanno attraversato mutamenti politici radicali, crisi economiche, rivoluzioni sociali, rimanendo ancorati a un principio cardinale: la centralità inalienabile della persona umana, creata a immagine di Dio.
Questo è il perno attorno al quale ha ruotato ogni dialogo, ogni collaborazione, ogni intervento in favore dell’educazione, della giustizia, della pace.
E qui risiede la profonda attualità di questo anniversario.
In un’epoca globale segnata da tensioni stridenti, da conflitti che si riaccendono con ferocia antica, da nuove e subdole forme di povertà e sradicamento, il modello di relazione bilaterale qui celebrato appare non come una reliquia del passato, ma come un prototipo per il futuro.
Una diplomazia che sia autentico servizio alla pace non può essere mero calcolo di interessi o negoziato tattico.
Deve essere, come ha ricordato il segretario di Stato, un’azione che scaturisce dallo stare con Cristo, dal discernimento nella preghiera, dalla fedeltà al Vangelo.
È dalla vicinanza al divino che nasce una prossimità autentica con l’umano, con le sue fragilità e le sue aspirazioni.
Il bicentenario, quindi, non è un traguardo.
È una soglia.
Un nuovo inizio, come ha auspicato il cardinale Parolin, di un impegno rinnovato.
Un impegno che guarda all’uomo nella sua interezza, nella sua materiale precarietà e nella sua sublime vocazione trascendente.
Un cammino affidato allo sguardo materno di Maria, Salus Populi Romani e Nossa Senhora Aparecida, figure che uniscono idealmente le due sponde di questa alleanza secolare.
Uscire dalla caverna delle rivalità, delle diffidenze, dei nazionalismi miopi, per abbracciare la difficile e coraggiosa via del dialogo rispettoso: questo è l’insegnamento che viene da duecento anni di storia condivisa.
Una storia che continua, passo dopo passo, sulla strada impervia ma necessaria della pace.
RVSCB
Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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