Nella penombra sacra della Cattedrale luterana di Nostra Signora a Copenaghen, mentre il freddo gennaio scandinavo avvolge la città, una luce calda e insolita si è accesa.
È la luce di un dialogo antico eppure più che mai urgente, quella che il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha portato con sé, in qualità di legato pontificio, per le celebrazioni del dodicesimo centenario della missione di sant’Ansgar.
I Vespri ecumenici presieduti ieri sera non sono stati un mero atto cerimoniale, ma un potente richiamo alla coscienza del mondo cristiano, un grido contro l’indifferenza che risuona con straordinaria attualità nel cuore di un’Europa spesso smarrita.
Con uno stile che unisce la profondità teologica alla concretezza della carità, il porporato ha tracciato una via che è al tempo stesso spirituale e profondamente politica.
Di fronte alle sofferenze che lacerano individui e popoli, ha affermato con voce pacata ma fermissima, non è più lecito distogliere lo sguardo.
L’indifferenza non è un’opzione.
In questa frase, semplice e devastante, è racchiuso il nucleo di un messaggio che travalica i confini della chiesa e si fa appello universale alla responsabilità.
La testimonianza cristiana, ha sottolineato Parolin, non può rifugiarsi nell’astrattezza o nella sola liturgia della parola; deve farsi carne, azione, coraggio compassionevole.
Deve osare portare la luce di Cristo nelle oscurità del nostro tempo, in quelle periferie esistenziali dove regnano la paura e l’emarginazione.
Il contesto di questo annuncio non è casuale.
La scelta della cattedrale luterana, il ricordo di sant’Ansgar – quel monaco benedettino che nel IX secolo sfidò terre ignote per seminare il Vangelo in Scandinavia – parlano di un cammino di unità che è memoria viva e progetto per il futuro.
Il cardinale, richiamandosi alla Lettera agli Efesini, ha offerto una riflessione raffinata sull’essenza dell’unità. Questa, ha chiarito, non è la grigia uniformità di un pensiero unico, ma una comunione viva e pulsante che proprio nella diversità trova la sua ricchezza.
Un dono gratuito dello Spirito, non un prodotto delle nostre fatiche.
È significativo che in questa prospettiva, cattolici e luterani possano già oggi riconoscersi, nonostante le ferite della storia, come membra dello stesso Corpo di Cristo.
È un riconoscimento che scioglie pregiudizi e apre a una “prospettiva di servizio concreto e di responsabilità condivisa”.
Il discorso sulla grazia, poi, ha toccato note di altissima spiritualità.
La grazia, ha spiegato il segretario di Stato, non è un privilegio esclusivo, un titolo onorifico che separa e innalza.
È, al contrario, un dono personale che ci precede e ci umilia, una chiamata irresistibile al servizio.
Quando San Paolo parla della “misura” della grazia, non allude a una gerarchia di meriti, ma alla meravigliosa varietà dei carismi, tutti necessari per l’edificazione dell’insieme.
Lo Spirito Santo, armonizzatore supremo, non cancella le differenze ma le compone in una sinfonia, le ordina in una danza comune il cui unico scopo è la testimonianza d’amore.
In questo momento storico, segnato da conflitti, paure e chiusure identitarie, le parole del cardinale Parolin risuonano come una bussola.
Guardare con coraggio al futuro, come egli invita a fare, significa proprio questo: uscire dai recinti, abbandonare le logiche della contrapposizione sterile per abbracciare quella “testimonianza chiara nella verità, compassionevole nell’amore e coraggiosa nell’azione” che sola può ridare speranza.
Citando infine Leone XIV, ha ricordato che la fonte di ogni unità autentica è l’incontro personale con Gesù.
È da lì, da quel cuore a cuore, che nasce la forza per servire e per costruire ponti.
Mentre la sua visita in Danimarca prosegue fino al 26 gennaio, il messaggio lanciato da Copenaghen è già un seme gettato nel solco della storia.
Un seme di unità che è lotta all’indifferenza, esaltazione della diversità riconciliata, riscoperta della grazia come servizio.
In una notte mondiale che spesso sembra farsi più buia, quel coro di voci unite nella cattedrale di Nostra Signora ricorda che la luce, quando condivisa, non si divide ma si moltiplica.
E che la più grande missione, oggi come ai tempi di Ansgar, è ancora quella di uscire per annunciare, con la vita prima che con le parole, che nessuno è lasciato solo nell’oscurità.
RVSCB



















