Intervista e cura editoriale: Lelio Antonio Deganutti
Introduzione
Roma non è soltanto una città storica, ma un organismo simbolico, rituale e cosmologico. Nel suo tessuto urbano, nei suoi nomi, nei suoi riti e nelle sue leggende si depositano strati di significato che attraversano i secoli, spesso sopravvivendo alla perdita della loro comprensione originaria. Molte delle nozioni che oggi diamo per scontate — dai “sette colli” al Campidoglio, dai Penati al nome stesso di Roma — sono il risultato di riletture tarde che hanno semplificato tradizioni molto più antiche e complesse.
Questo articolo raccoglie e struttura un intervento di Leandro Sperduti, restituendolo in forma scritta senza ridurne la portata. Ne emerge un percorso che va dalla festa arcaica del Septimontium ai pignora imperii, dal problema del nome segreto di Roma al ruolo simbolico del Campidoglio e del Laterano, delineando l’immagine di una città fondata su custodie invisibili e continuità rituali.

Leandro Sperduti è studioso di storia antica, tradizioni religiose e simbolismo romano. La sua ricerca si concentra sulla Roma arcaica e tardo-antica, letta come struttura rituale prima ancora che come semplice oggetto di ricostruzione storica. Il suo approccio intreccia filologia classica, storia delle religioni e antropologia del mito, con una particolare attenzione ai processi di trasformazione, perdita e risemantizzazione del sacro.
Centrale nel suo lavoro è l’analisi critica delle fonti — da Varrone a Dionigi di Alicarnasso, da Virgilio a Servio — intese non come testimonianze neutre, ma come testi già inseriti in una dinamica di oblio e reinterpretazione. I luoghi della città, come il Palatino, il Campidoglio e il Laterano, diventano così nodi di una memoria che continua ad agire anche quando non è più compresa.
I sette colli e il Septimontium
Il primo autore che elenca sistematicamente i sette colli è Varrone. Questo elenco, divenuto canonico, è oggi ritenuto una costruzione tarda. In origine, il termine Septimontium non indicava sette colli geografici, ma una festa arcaica legata a un’area ben precisa del centro urbano, incentrata sul Palatino.
Una o due volte l’anno si svolgeva una processione rituale che partiva dal Palatino, percorreva un circuito interno e si concludeva verso il Tevere. Non partecipava l’intera città, ma solo alcuni gruppi etnici e quartieri, probabilmente otto. Da qui l’ipotesi che Septimontium derivi da saepti montes, “monti recintati”, alludendo a un rito salvifico di fondazione.
Con il passare dei secoli e la dissoluzione delle antiche divisioni etniche, questo significato si perse. Varrone propose allora una spiegazione più semplice, quella dei sette colli, che si affermò definitivamente in epoca tardo-antica e medievale, anche per analogia con Costantinopoli.
Roma cosmica e l’Orsa
In età tardo-repubblicana Roma entra in contatto con dottrine astrologiche e cosmologiche di origine orientale, che portano a leggere la città come riflesso di un ordine celeste. Si diffonde l’idea di un asse Nord–Sud legato alle costellazioni dell’Orsa.
Questa visione emerge anche nell’Eneide. Nell’VIII libro Virgilio descrive la passeggiata di Enea ed Evandro che si conclude sul Palatino, nella casa di Evandro, dove compare la pelle di un’orsa libica. Libia indica il Sud: l’orsa libica diventa così il simbolo di un’Orsa del Sud, opposta all’Orsa del Nord.
Roma viene così pensata come specchio terrestre di una visione celeste, un’interpretazione estranea alla Roma arcaica ma centrale nella Roma imperiale.
I pignora imperii
I pignora imperii, i “pegni dell’impero”, sono menzionati da Servio nel suo commento all’Eneide. Si tratta di oggetti sacri la cui custodia garantiva la sopravvivenza e la grandezza di Roma. Servio ne elenca sette: il Palladio, gli scudi ancilia, lo scettro di Priamo, un velo troiano, le ceneri di Oreste, la quadriga dei Veienti e l’ago della Magna Mater.
Servio scrive però in un’epoca in cui queste tradizioni erano già oscure. È probabile che egli non avesse accesso diretto agli oggetti e che riportasse tradizioni frammentarie. Alcune identificazioni appaiono incerte, come il velo di Iliona, probabilmente da intendere come velo di Esione.
La custodia dei pignora non era univoca: alcune fonti li collegano al penus Vestae, altre tacciono. Di alcuni si perde ogni traccia; altri vengono forse trasferiti a Costantinopoli o trasformati nel medioevo, in un processo di assorbimento e sincretismo.
Il Campidoglio e il nome segreto
Dionigi di Alicarnasso racconta che durante i lavori per il tempio di Giove sul Campidoglio fu trovata una grande testa, da cui il nome Capitolium. Le spiegazioni sono diverse: il ritrovamento di resti fossili, il valore simbolico del colle come “testa” di Roma, o la forma stessa del rilievo.
Accanto a queste interpretazioni esistono tradizioni mitiche che parlano di giganti, coerenti con una visione antica secondo cui le grandi strutture del passato non potevano essere opera di uomini comuni.
Le fonti parlano anche di un nome segreto di Roma, mai tramandato con certezza. Sono state avanzate molte ipotesi, ma è probabile che il nome fosse già perduto in età antica. Le presunte rivelazioni successive potrebbero essere state strategie di banalizzazione: rendere inoffensivo ciò che non si è più in grado di custodire.



















