Un filo di luce, sottile e tenace, squarcia il grigio di un pomeriggio invernale sul colle di Monte Berico. Sotto, Vicenza si stende nella sua elegante compostezza palladiana, ignara che proprio lassù, nel santuario che la domina da sei secoli, si sta compiendo un atto che va oltre la memoria per farsi profezia.
È qui che il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, figlio di questa terra veneta, ha deposto non solo fiori sull’altare della Vergine della Misericordia, ma una diagnosi precisa sul male del nostro tempo.
E ne ha offerto, con parole che sembrano cesellate nel silenzio della preghiera, l’unico antidoto possibile.
La cornice è solenne, carica di storia. Si celebrano i 600 anni da quel 7 marzo 1426 quando, alla contadina Vincenza Pasini, apparve la Madonna.
Una promessa di fine alla peste che stava sterminando la città. Una promessa mantenuta.
Oggi, la peste ha cambiato volto. Non è più un morbo che corrode i corpi, ma un veleno che intossica lo spirito, un “virus dell’inimicizia sociale” che isola, divide, e uccide, lentamente, la speranza nelle relazioni.
La folla che gremisce il santuario e il piazzale, in un silenzio attento più delle parole, sembra percepire che non si sta solo ricordando un miracolo antico, ma se ne sta invocando uno nuovo, necessario quanto l’aria.
Parolin, con la pacatezza che è la sua forza, scava nel significato profondo di quell’evento.
Non fu semplicemente la cessazione di un’epidemia, sottolinea. F
u una “guarigione integrale”. I corpi furono liberati dal flagello, ma gli spiriti furono redenti dalla paralisi della paura, dalla schiavitù di un’esistenza vissuta “a partire dalla morte”.
La risposta non venne da un’improvvisa ricetta medica, ma da un ascolto.
Dall’aver “permesso a Dio di parlare in Cristo” attraverso il cuore di una madre, Maria.
Ecco il primo, fondamentale passaggio: la guarigione nasce da un’apertura, da un fare spazio dentro di sé a una voce diversa dal coro delle paure.
Il cardinale, con un’intuizione di raro vigore pastorale, traccia allora un parallelo stringente, che fa sobbalzare per attualità.
Se allora le parole umane erano dominate dal terrore e dalla disperazione, oggi – sembra dire – siamo sommersi da un altro tipo di parole.
Parole che “ambiscono a schiavizzare i corpi e gli spiriti”. Sono le parole dell’intolleranza che costruisce muri, dell’individualismo che erige fortezze, della diffidenza che trasforma il vicino in un estraneo sospetto, della narrazione tossica che alimenta odio e separazione.
È la “peste” della modernità, che infetta il linguaggio prima ancora delle coscienze.
In questo scenario, l’invito di Parolin si fa rivoluzionario nella sua semplicità disarmante.
Per scrivere una nuova “storia di libertà”, occorre nuovamente “lasciar parlare Dio in Cristo”.
Non è un’evasione mistica, bensì un cambio radicale di prospettiva esistenziale.
Ascoltare quella voce significa riconoscere, in se stessi e nell’altro, un’“originaria e comune vocazione di essere testimoni della verità”.
È un colpo d’ariete contro ogni senso di superiorità, contro ogni logica che separa “noi” da “loro”.
Quando si ritrova questa radice comune, spiega il porporato, il vivere insieme smette di essere una “missione impossibile” e diventa la “chiave per accedere al futuro di tutti”.
Un futuro dove ci sia posto per ogni nome, per ogni volto, per ogni storia.
È qui che il discorso si fa concretamente politico, nel senso più alto del termine.
Monte Berico, in quest’ottica, non è un rifugio per anime pie, ma una “scuola di umanità”.
Guardare a Maria, modello di chi ha accolto e fatto spazio alla Parola, insegna a guarire la città dal suo male più profondo: l’incapacità di vedere nell’altro un fratello.
È un’operazione culturale prima che religiosa.
Il vescovo di Vicenza, monsignor Giuliano Brugnotto, lo aveva anticipato evocando le solitudini degli anziani, la sofferenza demografica, la chiusura post-pandemica delle comunità, persino l’inquinamento del territorio. Sono tutti sintomi di una stessa malattia: la frattura del legame sociale, la perdita di un orizzonte condiviso.
L’anno giubilare che si apre, con il suo ricco calendario di eventi, non vuole essere dunque una semplice rievocazione folcloristica.
È proposto come un “cammino di popolo”, un esercizio collettivo per reimparare a “guardare in alto”, per uscire dalla palude delle proprie paure e ritrovare, nel legame con l’Infinito, il coraggio di ricostruire il finito delle relazioni umane.
Parolin, con la sua autorevolezza discreta, lancia un messaggio che travalica i confini della diocesi berica e del Veneto. In un’epoca di polarizzazioni violente e dialoghi sordi, indica una via che è prima di tutto un atteggiamento interiore: il silenzio che ascolta, l’umiltà che accoglie, la misericordia che riannoda.
Mentre la processione si scioglie e le prime ombre della sera avvolgono il colle, resta sospesa nell’aria la domanda che questo pomeriggio ha sollevato.
La “peste” dell’inimicizia sociale che oggi ci affligge troverà, come sei secoli fa, la sua guarigione?
La risposta, suggerisce il segretario di Stato, non sta in un decreto o in una terapia miracolosa, ma nella volontà di ciascuno di fare, del proprio cuore, un santuario dove dare asilo alla voce che dice “misericordia”, e della propria vita, un ponte gettato sull’abisso della diffidenza.
Monte Berico, da sei secoli, custodisce questo segreto. A noi la scelta di ascoltarlo.
RVSCB



















