C’è un filo invisibile che lega Roma all’Africa, la Segreteria di Stato vaticana alle periferie del mondo, il servizio quotidiano tra i palazzi apostolici alla missione tra le genti.
E quel filo, oggi, si è fatto visibile nella Basilica minore di Notre-Dame di Yagma, in Burkina Faso, dove il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, ha presieduto l’ordinazione episcopale di monsignor Relwendé Kisito Ouédraogo, nominato da Papa Leone XIV arcivescovo nunzio apostolico nella Repubblica del Congo e in Gabon.
Un evento che ha commosso non solo la Chiesa burkinabé, ma l’intera comunità ecclesiale africana, chiamata a donare ancora una volta alla Santa Sede uno dei suoi figli migliori per il servizio diplomatico della Santa Sede.
La cerimonia, svoltasi nella mattinata di sabato 7 marzo, ha visto la partecipazione di una folla numerosa e festante, con canti e danze tradizionali che hanno accompagnato i riti liturgici in un suggestivo intreccio tra la solennità del rito romano e la gioia espressiva delle culture locali.
Concelebranti, insieme al cardinale Parolin, l’arcivescovo metropolita di Ouagadougou, monsignor Prospet Kontiebo, e numerosi vescovi e sacerdoti giunti dal Burkina Faso, dalla Repubblica del Congo e dal Gabon, a testimonianza del legame profondo che unisce queste terre al nuovo nunzio e alla Chiesa universale.
Monsignor Ouédraogo, classe 1976, ha trascorso quindici anni al servizio della Segreteria di Stato vaticana, entrandovi nel gennaio 2010 come segretario particolare dell’allora sostituto per gli Affari generali, ruolo che lo ha portato a collaborare quotidianamente con lo stesso cardinale Parolin.
Un legame lungo e fecondo, quello tra i due, fatto di lavoro intenso, di fatiche condivise, ma anche di gioie e soddisfazioni nel servizio al ministero universale del Papa.
Un legame che oggi si rinnova e si trasforma, con l’invio del nuovo arcivescovo in terra africana, quel continente da cui era partito e a cui ora ritorna per una missione ancora più alta e impegnativa.
Nell’omelia, il cardinale Parolin ha voluto ricordare proprio questo lungo periodo di permanenza a Roma, definendolo una preparazione provvidenziale alla nuova missione.
“Abbiamo potuto condividere il lavoro, sempre molto intenso, le fatiche che esso comporta, ma anche le gioie e le soddisfazioni di essere collaboratori del ministero universale del Papa”, ha detto il porporato, esprimendo profonda gratitudine a monsignor Ouédraogo “per tutto l’aiuto e la collaborazione offerti non senza sacrificio”. Parole che hanno toccato il cuore dei presenti, rivelando l’affetto e la stima che legano il Segretario di Stato al suo antico collaboratore, e che ora si traducono in un incoraggiamento per il futuro.
Il cardinale ha quindi esortato il nuovo vescovo ad affrontare il suo incarico “con molta serenità e fiducia”, le stesse racchiuse nel motto episcopale che monsignor Ouédraogo ha scelto per il suo ministero: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”, le parole che la Vergine Maria rivolge ai servi alle nozze di Cana.
Un motto che è insieme un programma e una preghiera, un affidamento totale alla volontà di Dio e un invito a seguire sempre e comunque la sua voce, anche quando la strada appare incerta e le difficoltà sembrano insormontabili.
Perché chi fa la volontà di Dio, ha spiegato Parolin, anche nei momenti più bui, trova nel cuore quella serenità e quella pace che nulla può turbare.
Il cuore dell’omelia è stato dedicato alla missione specifica del nunzio apostolico, figura complessa e affascinante che unisce in sé il ruolo di rappresentante pontificio e quello di pastore.
“Il nuntius è il portatore della parola di un altro: quella di Cristo, per quanto riguarda il ministero di vescovo, e quella del Santo Padre, per quanto riguarda la missione diplomatica”, ha spiegato il cardinale, delineando i contorni di un compito che richiede fedeltà assoluta, discrezione sapiente, capacità di ascolto e di dialogo.
Il nunzio non parla mai a nome proprio, ma sempre a nome di Colui che lo ha inviato, e questa coscienza deve accompagnare ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sua scelta.
Ma c’è di più.
La missione del rappresentante pontificio, ha proseguito Parolin, consiste nel “portare la verità e la luce, la pace e l’unità, in mezzo alle tenebre del peccato, della divisione e della menzogna”.
In un mondo lacerato da conflitti, da contrapposizioni ideologiche, da interessi particolari che calpestano il bene comune, il nunzio è chiamato a essere segno e strumento di quella pace che solo Cristo può dare, e di quell’unità che supera ogni barriera.
Non mancano, ha ammonito il cardinale, “falsi profeti” che, “guidati solo dall’orgoglio, contribuiscono a dividere o a smarrire il gregge di Gesù Cristo con falsi insegnamenti”. Di qui l’esortazione a essere “predicatore della verità, pastore secondo il cuore di Gesù”, pronto a dare la vita, come Cristo, per il suo gregge.
Il cardinale Parolin ha poi richiamato l’attenzione su un altro aspetto fondamentale della missione del nunzio: la capacità di costruire ponti e relazioni, specialmente dove è più difficile.
Inviato a “guarire e consolare”, il presule dovrà esprimere “l’amore misericordioso di Dio per tutta l’umanità” e, nell’esercizio della sua missione diplomatica, dovrà portare “parole di guarigione e di consolazione a nome del Santo Padre, esprimendo così la sua sollecitudine” per tutti, affinché ognuno sappia che “la Chiesa è sempre pronta a tutto per amore”.
Una missione delicatissima, che richiede tatto, pazienza, umiltà, e soprattutto la consapevolezza che non si è mai soli, perché si agisce sempre “sub umbra Petri”, in comunione con il Papa che di Pietro è il successore.
Il riferimento all’ombra di Pietro non è casuale.
Esso evoca la protezione, la guida, la certezza che, anche nei momenti più difficili, si è parte di qualcosa di più grande, si è inseriti in una comunione che supera i confini delle singole diocesi e delle singole nazioni.
Il nunzio, in questo senso, è anche colui che vigila sull’unità della Chiesa nei territori in cui opera, promuovendo la fraternità tra i popoli e favorendo la collaborazione tra le varie componenti ecclesiali e civili. Un compito che monsignor Ouédraogo, forte della sua lunga esperienza romana e della sua profonda conoscenza delle dinamiche ecclesiali, è certamente in grado di svolgere con competenza e dedizione.
Centrale, nell’omelia del Segretario di Stato, è stato anche il richiamo alla preghiera.
Il nunzio, ha detto Parolin, è chiamato a “intercedere senza sosta presso Dio e a presentargli l’offerta del popolo”, facendosi questa volta “messaggero del gregge presso il Padre”. In questo senso, monsignor Kisito dovrà vegliare sui fedeli “affinché la loro fede cresca, la loro fedeltà si rafforzi e il loro amore per Dio fiorisca”.
Al contempo, configurandosi al Buon Pastore che non dimentica chi si perde o si smarrisce, il nuovo nunzio dovrà restare sempre pronto a manifestare la carità di Cristo per l’umanità, senza risparmiarsi, senza tirarsi indietro, senza paura.
Infine, il cardinale Parolin ha affidato il nuovo vescovo alla protezione della Vergine Maria e dei santi martiri dell’Uganda, di uno dei quali, il più piccolo, morto a soli quattordici anni, monsignor Ouédraogo porta il nome. Un’attenzione particolare, questa, che dice quanto la vita del nuovo arcivescovo sia già segnata dalla grazia e dalla testimonianza di chi lo ha preceduto nel cammino della fede, e quanto il suo ministero sarà chiamato a essere, come quello dei martiri, un’offerta generosa e totale per il Vangelo.
La celebrazione si è conclusa tra l’emozione e la gioia dei presenti, che hanno salutato con canti e applausi il loro nuovo vescovo, destinato a lasciare ancora una volta la terra natia per servire la Chiesa universale in terre lontane.
Ma la partenza, in questo caso, non è un distacco, è un arricchimento reciproco.
È la dimostrazione che la Chiesa è davvero una famiglia universale, in cui i doni di ciascuno diventano benedizione per tutti, e in cui la diversità delle provenienze e delle culture non è mai un ostacolo, ma una ricchezza da condividere.
Monsignor Ouédraogo porterà con sé, nella sua nuova missione in Congo e in Gabon, il calore della sua terra, la fede del suo popolo, la sapienza maturata in anni di servizio a Roma.
E sarà, come ha chiesto il cardinale Parolin, un costruttore di ponti, un portatore di pace, un testimone della verità che non teme le divisioni e le menzogne del mondo.
Perché la sua forza, come quella di ogni vero discepolo, non sta in se stesso, ma in Colui che lo ha chiamato e inviato.
RVSCB



















