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Parolin: «Investire sui giovani, o li perderemo per sempre»

L'allarme del cardinale a Sacrofano

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
11 Marzo 2026
in Religione
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Parolin: «Investire sui giovani, o li perderemo per sempre»

Il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin, durante il convegno "Il cardinale Achille Silvestrini, uomo del dialogo", in Campidoglio, Roma, 27 ottobre 2023. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

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C’è un grido d’allarme che sale dalla Cattedra dell’Accoglienza, nel silenzio raccolto della Fraterna Domus di Sacrofano, e attraversa come un brivido le stanze della politica e della Chiesa.

 

È la voce del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, che con la lucidità di chi osserva il mondo da una prospettiva privilegiata e insieme con la passione di chi quei giovani li ha incontrati davvero, ascoltati, accompagnati lungo il cammino, lancia un monito che nessuno dovrebbe ignorare: senza prospettive, senza investimenti, senza un’autentica volontà di renderli protagonisti del loro tempo, i giovani di oggi sono facili prede.
Prede di guerre che non hanno scelto né voluto, di estremismi che promettono senso laddove c’è solo deserto, di tentazioni che si nutrono di assenza di futuro, di vuoti che qualcun altro, prima o poi, si offrirà di riempire con proposte avvelenate.
L’occasione è la quarta edizione della Cattedra dell’Accoglienza, evento formativo e culturale promosso da movimenti e realtà del Terzo Settore in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense, che quest’anno ha scelto un tema quanto mai urgente e necessario: «Giovani e Chiesa. Accoglienze che generano appartenenza».
Il cardinale arriva a Sacrofano reduce da un viaggio in Burkina Faso, dove ha presieduto l’ordinazione episcopale di monsignor Relwendé Kisito Ouédraogo, a lungo suo segretario particolare, oggi nunzio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo e in Gabon.
Un viaggio non privo di tensioni, come lui stesso confida a margine dell’incontro: «Abbiamo rischiato di rimanere bloccati a causa delle tensioni».
Poche parole, pronunciate quasi di sfuggita, eppure bastano a evocare lo scenario di instabilità e precarietà in cui tanti popoli, e tanti giovani, sono costretti a vivere, a sopravvivere, a cercare un senso.
Ed è proprio da questa esperienza diretta, da questo contatto con le ferite aperte del mondo, che prende le mosse il suo intervento, più un dialogo che una lectio magistralis, un botta e risposta serrato e appassionato con il professor Vincenzo Buonomo, Consigliere Generale dello Stato della Città del Vaticano, per dipingere insieme un affresco a tinte forti, talvolta cupe, della condizione giovanile contemporanea.
Il quadro che emerge è complesso, articolato, in molti punti drammaticamente vero. I giovani sono vittime dei conflitti, costretti a impugnare le armi in Ucraina come in tante guerre dimenticate dell’Africa, quelle di cui i telegiornali parlano solo quando il numero delle vittime diventa troppo alto per essere ignorato.
Sono facili prede di estremismi e tentazioni di ogni genere, proprio perché sprovvisti di reali possibilità di istruzione, di lavoro dignitoso, di realizzazione personale.
Sono quelli che non fanno figli, paralizzati dalla paura di un futuro che appare minaccioso e incerto, schiacciati da responsabilità per le quali non si sentono all’altezza, cresciuti in una cultura che misura il valore di una persona dal suo successo e non dalla sua capacità di donarsi.
Sono quelli che si ritirano dalla realtà, cercando rifugio in un virtuale che promette evasioni facili ma offre solo alienazione, solitudine, dipendenza.
Sono i migranti non integrati, quelli che bussano alle porte di un’Europa che non sa accoglierli, che lamentano mancanza di dialogo e ascolto, che faticano a trovare la propria identità, inclusa quella cristiana, in un mondo che cambia troppo velocemente per offrire punti di riferimento stabili e affidabili.
Il cardinale Parolin non si limita a descrivere il male, a fotografare la crisi.
Indica con chiarezza le direzioni in cui cercare il rimedio, le strade percorribili per uscire dall’impasse. La prima, fondamentale, è l’investimento. Investire sui giovani significa offrire loro prospettive di futuro, creare le condizioni perché possano studiare, formarsi, lavorare, realizzare i loro sogni.
Perché quando mancano queste condizioni, quando l’orizzonte si chiude e il domani appare come una minaccia incombente, allora il terreno è fertile per chi semina odio e violenza, per chi promette facili riscatte e improbabili rivincite. «Sono proprio i giovani a combattere, ad andare sul fronte», osserva il porporato con amarezza, citando le tante guerre dimenticate che insanguinano l’Africa e il conflitto in Ucraina, dove sui campi di battaglia muoiono ragazzi che avrebbero dovuto studiare, innamorarsi, costruire.
E sono sempre i giovani, quando non hanno possibilità, a cadere vittime degli estremisti, diventando facili prede di tentazioni che promettono un riscatto impossibile, un paradiso che non esiste, una gloria che è solo morte.
Parallelamente, il segretario di Stato affronta due fenomeni che considera strettamente connessi, quasi due facce della stessa medaglia: migrazione e denatalità. Il primo lo definisce senza mezzi termini «sfida non risolta».
Nonostante i tentativi messi in campo da vari Paesi, nonostante le buone intenzioni e le dichiarazioni di principio, servono ulteriori riflessioni e apporti per trovare soluzioni soddisfacenti al problema dell’integrazione, che resta aperto, doloroso, irrisolto.
Il secondo, la denatalità, è descritto come «esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere un’apertura al futuro».
Una vera e propria «difficoltà di dare la vita» da parte dei giovani, alimentata dalla paura. «La guerra alimenta la paura nel futuro e quindi la non volontà di mettere al mondo dei figli», spiega Parolin con lucidità.
E questa paura, questo senso di precarietà diffusa, rischia di compromettere tutte le generazioni a venire, di inaridire alla radice la linfa vitale della società.
Il cuore del problema, per il cardinale, è una questione di valori, di scelte di fondo: «Qual è il valore supremo? L’autorealizzazione di sé? O il dono di sé? Se il figlio è percepito come un peso, come un limite alla propria libertà, come un ostacolo al proprio successo sociale, non ci saranno nuove nascite. Non si apre la strada alla vita che nasce».
Domande che suonano come pietre nello stagno di una cultura narcisistica e ripiegata su sé stessa.
C’è poi un’altra questione, apparentemente tecnica ma in realtà profondamente politica, su cui Parolin richiama l’attenzione con insistenza: la presenza dei giovani nelle istituzioni.
Oggi, constata con preoccupazione, «ci sono solo i vecchi a partecipare a negoziati e trattative».
E invece i giovani dovrebbero partecipare di più, essere coinvolti, ascoltati, non solo perché il futuro appartiene loro, ma proprio perché da loro possono venire le soluzioni più innovative, quelle che gli occhi abituati ai vecchi schemi non riescono più a vedere, intrappolati come sono in categorie mentali superate.
Da qui l’invocazione per «una maggiore apertura delle Istituzioni, specie di quelle internazionali, all’apporto che i giovani possono dare».
Le istituzioni internazionali, rimarca il cardinale con franchezza, «vanno rinnovate perché lo scenario non è più quello della Guerra fredda o del dopoguerra».
Serve una presenza di giovani ben formati, preparati, consapevoli, capaci di portare aria nuova in stanze che rischiano di diventare musei di sé stesse, polverosi depositi di memorie senza futuro.
Ma l’investimento, le prospettive, la presenza nelle istituzioni non bastano, avverte Parolin, se manca qualcosa di più profondo, di più intimo, di più essenziale.
Il cardinale tocca un nervo scoperto quando parla della frustrazione di tanti giovani, «chiamati a prestazioni di cui non si sentono all’altezza».
Il senso di inadeguatezza, la paura di non farcela, il timore di essere giudicati e trovati mancanti, sono piaghe silenziose che consumano l’anima di una generazione intera, cresciuta con l’ossessione della performance e del risultato a tutti i costi.
E la soluzione, per il cardinale, è semplice e insieme radicale, quasi scandalosa nella sua controculturalità: «Ci vorrebbe qualcuno che li ami gratuitamente, qualcuno che li ami al di là dei risultati».
È qui che si inserisce il messaggio cristiano più autentico e rivoluzionario: la proposta di un Dio che non chiede di essere perfetti, che non valuta in base al curriculum, ma che ama e valorizza al di là di quello che si riesce a fare, al di là dei successi e degli insuccessi.
Un amore incondizionato, gratuito, che non dipende da prestazioni e meriti, e che può guarire la ferita più profonda di chi si sente sempre inadeguato, sempre in difetto, sempre sotto esame.
Questo amore, per diventare efficace, per tradursi in esperienza vissuta, ha bisogno di mediazioni concrete. Ha bisogno di figure autorevoli che possano ispirare la vita dei giovani, testimoni credibili di una diversa scala di valori.
Ha bisogno di una trasmissione di senso che oggi, denuncia Parolin, si è interrotta, spezzata.
Famiglia, scuola, parrocchia, un tempo agenzie educative convergenti, alleate in un comune progetto di crescita, oggi operano in una «realtà frammentata», senza più una direzione comune, spesso in competizione tra loro, talvolta in aperto contrasto.
E spesso i nemici più insidiosi, quelli più difficili da combattere, si annidano dentro le mura domestiche: «Basta che i giovani prendano un telefonino per vivere una realtà che non conosciamo». Il digitale, con le sue infinite possibilità e i suoi altrettanto infiniti pericoli, è un territorio in gran parte inesplorato che sfugge al controllo degli adulti, una terra di nessuno in cui i giovani navigano da soli, esposti a rischi che fatichiamo a comprendere e a prevedere.
In questo scenario complesso, persino inquietante, la Chiesa è chiamata a un «duplice impegno», come sottolinea il segretario di Stato.
Il primo è l’ascolto: «trovare mezzi e occasioni per ascoltare i giovani».
Non discorsi calati dall’alto, non risposte preconfezionate prima ancora di aver sentito le domande, ma un ascolto autentico, profondo, capace di accogliere le inquietudini, i dubbi, le ferite, le speranze.
Il secondo è l’accompagnamento: star loro vicino nel cammino, nelle difficoltà, nelle scelte, senza sostituirsi, senza imporre, senza giudicare, ma offrendo una presenza discreta e fedele, pronta a sostenere senza mai soffocare. «La Chiesa può diventare un ambito in cui i giovani di tutto il mondo riescono a integrarsi più facilmente», sottolinea Parolin con ottimismo realistico. Le scuole cattoliche, le parrocchie, le associazioni, le Giornate mondiali della Gioventù, sono strumenti preziosi in questa direzione, spazi di incontro e di crescita che vanno valorizzati e potenziati.
Ma la condizione di fondo, l’atteggiamento indispensabile, è uno solo: aprirsi all’ascolto. «Come cattolici dobbiamo aprirci al loro ascolto, solo così possiamo aprirci a loro e ai loro coetanei».
Perché se non li ascoltiamo, se non li prendiamo sul serio, se non li facciamo sentire parte di qualcosa, loro cercheranno altrove qualcuno disposto ad ascoltarli.
E non sempre, purtroppo, chi ascolta ha buone intenzioni.
Mentre l’ombra dei conflitti si allunga minacciosa sul Medio Oriente, con raid israeliani sul Libano e centinaia di migliaia di sfollati in fuga, mentre la tensione sale nello Stretto di Hormuz e il Papa Leone XIV invoca pace per l’Iran e per tutta quella regione martoriata, le parole del cardinale Parolin a Sacrofano risuonano come un richiamo potente, necessario, urgente.
Ci ricordano che la pace si costruisce anche così, giorno dopo giorno, investendo sui giovani, offrendo loro prospettive, ascoltando le loro domande, accompagnando i loro passi incerti.
Perché se è vero, come lui stesso ha detto in un altro incontro con gli studenti, che «il fallimento è un’occasione per imparare a vivere», è altrettanto vero che senza una guida, senza un amore gratuito che sostenga, senza qualcuno che creda in loro anche quando loro stessi hanno smesso di farlo, i giovani rischiano di perdersi prima ancora di cominciare.
E perderli, questa è la verità più semplice e insieme più terribile, significa perdere il futuro.

Significa consegnare il domani a chi non ha nulla da offrire se non odio e violenza.

RVSCB

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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