C’è una domanda antica quanto l’uomo, che continua a interrogare legislatori, giudici, avvocati e cittadini, e che forse non troverà mai una risposta definitiva, se non nell’esperienza viva di chi ogni giorno si confronta con il dolore, la colpa, la speranza.
La giustizia si esaurisce nel punire il colpevole, nel ristabilire un equilibrio violato attraverso la sofferenza inflitta? O esiste un’altra via, più alta e più difficile, più esigente e forse per questo più vera, che guarda oltre la condanna e cerca il recupero, la redenzione, il ritorno?
È su questo crinale, su questo discrimine sottile e decisivo, che si è giocata la celebrazione dell’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, nella mattina di sabato 14 marzo.
Il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, presiedendo la Santa Messa nella suggestiva cornice della Cappella Paolina del Palazzo Apostolico, ha offerto ai presenti – officiali, avvocati, collaboratori del Tribunale, insieme a rappresentanti di organi giurisdizionali dello Stato italiano – una meditazione che ha toccato il cuore stesso del senso del diritto e della pena, scavando in profondità laddove solitamente ci si ferma alla superficie.
L’occasione era solenne, il luogo carico di storia e di spiritualità, con gli affreschi di Michelangelo a vegliare silenziosi sull’assemblea.
Ma le parole del cardinale hanno evitato ogni retorica di circostanza per concentrarsi invece sul nucleo più profondo della questione, su quel rapporto misterioso e fecondo tra giustizia umana e giustizia divina, tra la logica della retribuzione, che sembra così naturale alla nostra mente, e quella della misericordia che corregge e salva, che invece ci appare quasi sempre come un eccesso, una debolezza, un cedimento inammissibile. Prendendo spunto dalle letture del giorno, tratte dal libro del profeta Osea e dal Vangelo secondo Luca, Parolin ha delineato con tratti precisi un’immagine della giustizia di Dio che non ha nulla a che vedere con quella fredda bilancia che pesa meriti e colpe, così cara alla nostra immaginazione giuridica e così lontana dal cuore del messaggio evangelico.
«Lo scopo ultimo della giustizia divina – ha commentato il porporato con una semplicità che lascia senza parole – non è misurare i meriti o le colpe di ciascuno sopra una fredda ed impersonale bilancia, ma correggere nell’intimo la persona e indurla così ad una conversione profonda verso il Signore, per favorire un cambiamento del cuore».
Questa giustizia, ha spiegato il cardinale scendendo sempre più in profondità nel testo sacro, è luce che illumina la storia dell’umanità e di ogni singolo uomo, mostrando come essa non sia affatto una sequenza di punizioni e castighi derivanti dalle «numerose infedeltà consumate», come pure una certa lettura superficiale dell’Antico Testamento potrebbe suggerire.
È piuttosto «cura e correzione che Dio ha esercitato e continua ad esercitare affinché ogni uomo possa crescere nella comunione e nell’alleanza con Lui».
Un concetto, questo, che riecheggia potentemente con quanto già papa Francesco, anni fa, aveva espresso in una delle sue celebri udienze del mercoledì, quando spiegò che la giustizia divina non è quella «retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto», una strada che – osservò il Pontefice con la sua consueta lucidità – non «argina il male», non lo ferma, non lo trasforma. Quella divina, invece, si rivolge «direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza». Non giudice, dunque, ma padre. Non tribunale, ma casa. Non condanna, ma chiamata.
La parabola evangelica del pubblicano e del fariseo, raccontata da Luca con quella sua arte narrativa che sembra mettere in scena le passioni più profonde dell’animo umano, diventa così l’emblema più luminoso di questo passaggio, di questo scarto decisivo tra due modi di intendere il rapporto con Dio e con la giustizia.
Il pubblicano, quello che tutti disprezzano, il traditore che si è venduto al nemico, il peccatore pubblico che non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, riconoscendo umilmente la propria indegnità, esce dal tempio «giustificato», accolto, perdonato, salvato.
Il fariseo, invece, l’uomo religioso per eccellenza, quello che osserva scrupolosamente tutti i precetti, che prega, digiuna, paga le decime, tutto preso dalla propria auto-proclamata giustizia, rimane prigioniero della sua superbia, chiuso nella sua presunzione, incapace di aprirsi all’amore che salva perché troppo pieno di sé. La parabola, ha argomentato il cardinale con la finezza esegetica di chi conosce le Scritture e insieme la vita, intende «sollecitare» ad andare oltre la logica «retributiva della giustizia», presente nella rivelazione biblica «soprattutto veterotestamentaria», per abbracciare una prospettiva più alta, quella della misericordia che trasforma il cuore, che non si accontenta di registrare il male ma vuole guarirlo alla radice.
Da questa visione della giustizia divina, da questa contemplazione del mistero di un Dio che non si stanca mai di perdonare, il cardinale Parolin ha tratto conseguenze precise, quasi taglienti, per l’operare della giustizia umana, e in particolare per l’ordinamento giuridico vaticano, chiamato per la sua stessa natura a far brillare in modo speciale «la finalità rieducativa della pena».
Il porporato ha allargato lo sguardo ai sistemi giudiziari di altri Paesi, notando con realismo e senza facili trionfalismi come «nonostante le affermazioni di principio circa la finalità rieducativa della sanzione penale», affermazioni che pure sono presenti in molte carte costituzionali e in molti trattati internazionali, essi siano spesso configurati secondo modalità che di fatto «mortificano» quella che dovrebbe essere la loro «finalità più importante», ossia il «recupero umano e sociale del condannato».
E una delle cause principali di questa mortificazione, ha osservato con schiettezza, risiede nella «scarsità di risorse destinate agli istituti penitenziari di correzione».
Parole che pesano come macigni, se si pensa alle condizioni di tante carceri italiane e non solo, luoghi che dovrebbero essere di recupero e spesso diventano solo di ulteriore degradazione.
Qui il pensiero corre inevitabilmente ai principi sanciti dalla Costituzione italiana, che all’articolo 27, terzo comma, stabilisce con una formula che ha fatto scuola nel mondo che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Un principio che la giurisprudenza costituzionale e la dottrina più attenta hanno più volte ribadito e approfondito, affermando con chiarezza che la logica del castigo perpetuo, della vendetta sociale, dell’esclusione definitiva, viene radicalmente ridimensionata a favore della finalità rieducativa, volta a restituire il condannato alla comunità sociale non come nemico sconfitto ma come soggetto nuovamente titolare di diritti e di doveri, non come individuo definitivamente espulso dall’ordine giuridico ma come persona che ha pagato il suo debito e può ricominciare.
La recente riforma Cartabia, con il suo focus innovativo sulle pene sostitutive delle pene detentive brevi, con la sua attenzione ai percorsi alternativi alla detenzione, va proprio in questa direzione, promuovendo strumenti che favoriscano il reinserimento sociale senza rinunciare alla necessaria risposta allo Stato contro il reato commesso.
Fare in modo che il condannato, scontata la pena, possa essere «reinserito nella comunità e contribuire positivamente alla vita di essa», ha proseguito Parolin con la determinazione di chi non si accontenta delle buone intenzioni, non è una «disposizione» di carattere «ornamentale» o meramente «tendenziale», come se fosse un di più, un optional, una gentile concessione del legislatore.
Al contrario, ha una «posizione di prevalenza», è il fine stesso della pena, ciò senza cui la pena perde il suo senso e diventa solo violenza istituzionalizzata.
La stessa finalità del Diritto canonico, ha aggiunto con un passaggio che ha fatto emergere la specificità dell’ordinamento vaticano, è infatti la «salvezza delle anime», e la «legge suprema della giustizia terrena è sempre e comunque il bene delle persone».
Non l’astratta applicazione di norme, non la difesa a oltranza di un sistema, ma la cura concreta di uomini e donne, ciascuno con la sua storia, la sua ferita, la sua possibilità di riscatto.
Un’affermazione che trova eco preziosa nelle parole pronunciate, nella stessa mattinata, da Papa Leone XIV, che inaugurando per la prima volta l’Anno giudiziario del suo pontificato ha rimarcato come «la giustizia nella Chiesa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità». Il Pontefice ha invitato con forza affinché «la giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo».
Parole che disegnano un orizzonte alto, esigente, forse mai pienamente raggiungibile, ma proprio per questo capace di orientare il cammino.
Da qui l’indicazione finale del cardinale Parolin, forse la più impegnativa, la più radicale, quella che più di tutte tocca la coscienza di chi ogni giorno maneggia il diritto e le sue conseguenze. Per essere veri «operatori di giustizia», non basta disporre di un «adeguato bagaglio di preparazione tecnica e professionale», per quanto necessario e prezioso. Non bastano nemmeno le più spiccate «doti umane», l’intelligenza, la sensibilità, l’equilibrio. È necessario, ha detto il cardinale con una franchezza che lascia pensare, aver intrapreso un «cammino personale e spirituale di conversione».
Solo chi «conosce le fatiche e le gioie di un cammino continuo di conversione che solo la relazione intima con il Signore può dare», può essere un vero operatore di giustizia, senza cadere in quell’atteggiamento del fariseo del Vangelo che giudica senza amare, che condanna senza sperare, che applica la legge senza mai lasciarsi interrogare dalla vita.
E la Quaresima, tempo liturgico che stiamo attraversando in questi giorni, è proprio il «tempo favorevole» per «cominciare e ricominciare questo cammino», la cui protezione il cardinale ha affidato infine all’intercessione della Vergine Maria, invocata con l’antico e suggestivo titolo di «specchio della giustizia».
Mentre fuori, nelle aule dei tribunali di tutto il mondo, si continua a discutere di pene e di processi, di colpevoli e di innocenti, le parole pronunciate nella Cappella Paolina risuonano come un richiamo potente, quasi profetico, alla vocazione più alta del diritto.
Una vocazione che non si accontenta di condannare, ma cerca di salvare. Che non si ferma al male commesso, ma guarda al bene ancora possibile.
Che non abbandona il colpevole alla sua colpa, non lo getta via come cosa inutile, ma gli tende una mano perché possa ritrovare la strada, ritrovare se stesso, ritrovare il senso del suo essere uomo.
È una giustizia esigente, certo, molto più esigente di quella che si limita a infliggere una pena e archiviare la pratica.
Perché richiede a tutti – giudici, avvocati, legislatori, operatori, società civile – di credere fino in fondo che ogni persona, anche la più segnata dal male, anche quella che sembra aver perso per sempre la dignità, è capace di cambiamento.
E che la vera misura di una civiltà, il suo termometro più autentico, non sta nella durezza delle sue pene, nella severità dei suoi giudici, nella quantità delle sue carceri, ma nella capacità di offrire a chi ha sbagliato una possibilità di riscatto.
Perché, in fondo, è proprio lì che si gioca il senso più profondo della nostra umanità.
RVSCB



















