C’è un uomo, vissuto ottocento anni fa, che continua a parlare al cuore dell’umanità come se fosse ancora qui, in carne e ossa, a camminare per le strade della nostra vita, a incrociare i nostri sguardi smarriti, a tendere la mano a chi ha perso la speranza.
Le sue spoglie mortali, esposte per la prima volta nella storia in maniera pubblica e prolungata nella Basilica inferiore di Assisi, sono diventate in queste settimane meta di un pellegrinaggio che ha superato ogni più rosea aspettativa: oltre quattrocentomila presenze attese, con punte di diciottomila fedeli al giorno, provenienti da ogni angolo del pianeta, dagli Stati Uniti al Giappone, dal Brasile all’Indonesia.
Ma cosa viene a cercare questa folla silenziosa, che si inginocchia e prega davanti a una teca di vetro che custodisce ossa consumate dal tempo, ridotte a polvere dopo otto secoli?
Cosa spinge uomini e donne di ogni lingua e cultura a mettersi in fila per ore, sotto il sole o la pioggia, pur di sostare qualche istante davanti a quel corpo senza vita? La risposta l’ha data questa mattina, 15 marzo, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, salito all’altare della Basilica superiore di Assisi per presiedere la Messa in occasione dell’ostensione straordinaria delle spoglie del Poverello, nell’ottavo centenario della sua morte.
E la risposta è sorprendente, perché parla di noi, del nostro tempo, delle nostre ferite, molto più che di un santo vissuto secoli fa.
Il cardinale è partito da un episodio raccontato nei Fioretti, quel piccolo grande libro che custodisce la memoria viva di Francesco come uno scrigno prezioso.
Un giorno, fra Masseo da Marignano, uno dei primi compagni, gli chiese come mai tutto il mondo “gli andasse dietro”, ascoltandolo e obbedendogli, nonostante non fosse un bell’uomo, non possedesse una “grande scienza” e non fosse “nobile”.
La domanda è antica, ma conserva intatta la sua forza: cosa rende una persona capace di attrarre a sé le folle, di parlare ai cuori, di lasciare un segno che attraversa i secoli? La risposta del Poverello fu di un’umiltà sconcertante, quasi scandalosa per chi si aspetta grandi discorsi: disse che gli occhi santissimi di Dio non si erano mai posati su un uomo più “vile”, più “insufficiente” e più “peccatore” di lui.
Eppure, ha notato Parolin con finezza, Francesco riuscì ad attirare l’ammirazione di due indiscussi geni del Medioevo come Giotto e Dante, che pure non erano certo uomini facili da impressionare.
Il segreto di questo magnetismo universale, ha spiegato il porporato, risiede nel suo “profilo umano e spirituale”, così come ce lo ha consegnato il suo primo biografo, Tommaso da Celano.
Vale la pena di ascoltare queste parole antiche, che dipingono un ritratto ancora vivido dopo otto secoli: “di carattere mite, di indole calmo, affabile nel parlare, cauto nell’ammonire, fedelissimo nell’adempimento dei compiti affidatigli, accorto nel consigliare, efficace nell‘operare, amabile in tutto. Di mente serena, dolce di animo, di spirito sobrio, assorto nelle contemplazioni, costante nell’orazione e in tutto pieno di entusiasmo”.
Un uomo così, ha commentato Parolin, non può non attrarre, non può non lasciare un segno, perché in lui traspare qualcosa che va oltre la semplice umanità, qualcosa che parla direttamente all’anima di chiunque lo incontri.
Ma ci sono altri tre aspetti della personalità di Francesco, ha aggiunto il cardinale, che continuano a esercitare un fascino irresistibile anche a distanza di secoli: la sua “perfetta letizia”, la sua “altissima povertà”, la sua “fraternità universale”.
Il santo di Assisi sapeva accettare in maniera “umile, paziente e gioiosa” le contrarietà della vita, trasformando ogni difficoltà in occasione di crescita, ogni ostacolo in trampolino, ogni delusione in opportunità.
Non era un uomo che si lasciava abbattere, perché aveva capito qualcosa di fondamentale: che la gioia non dipende dalle circostanze, ma da un luogo più profondo, che nessuna avversità può scalfire. La sua povertà, poi, non era solo “un mezzo ascetico per tendere alla perfezione”, un esercizio spirituale per pochi eletti, ma un modo radicale per “essere il più possibile simile a Cristo”, per spogliarsi di tutto e rendersi completamente disponibile all’abbraccio con Dio e con i fratelli.
In un mondo che corre dietro al possesso, Francesco testimonia la libertà di chi non ha nulla perché ha tutto. In una società che valuta le persone in base a ciò che hanno, lui mostra che il vero valore sta in ciò che si è.
Infine, e forse è questo l’aspetto più rivoluzionario per il nostro tempo lacerato da conflitti, si sentiva “fratello di tutto e di tutti”: degli uomini di ogni razza e condizione, del creato, dell’universo, perfino della morte, che ebbe il coraggio di chiamare “sorella” nel suo Cantico delle Creature.
Non c’era separazione in lui, non c’era nemico, non c’èra estraneo. Tutto e tutti erano parte della stessa famiglia, figli dello stesso Padre, creature dello stesso Amore.
E questa visione, che ai nostri occhi appare quasi ingenua, è in realtà la più profonda, la più vera, la più necessaria.
Perché senza fraternità universale, senza il senso di appartenenza a un’unica famiglia umana, siamo destinati a combatterci all’infinito, a dividerci, a distruggerci.
Ed è proprio a questo punto che l’analisi storica e spirituale del cardinale Parolin si è fatta profezia per il nostro presente, ha toccato le corde più vive della nostra attualità. Ha ricordato che Francesco scrisse il Cantico delle Creature in un “tempo di crisi, di oscurità, dentro e fuori di lui”.
Era malato, quasi cieco, deluso da alcuni suoi frati, segnato dalle stimmate che gli procuravano sofferenze atroci.
Eppure, in quel buio, seppe vedere la luce. In quel dolore, seppe lodare. In quella prova, seppe cantare la bellezza del creato e la bontà del Creatore. Un tempo, ha notato il porporato con una sottolineatura che ha fatto sobbalzare l’assemblea, che somiglia in modo impressionante al nostro, “dove le tenebre della guerra sembrano oscurare la luce della speranza”.
In un mondo caratterizzato dallo “sfrenato desiderio di possedere, dal lusso, dallo spreco, dal superfluo, dal consumismo”, abitato da una generazione affetta da “ansia e tristezza” a causa del “lavoro precario”, delle crisi economiche, del clima impazzito, delle “guerre di tutti contro tutti e tutto”, Francesco offre quella che Parolin non ha esitato a definire una vera e propria “efficace terapia”.
Non una medicina amara, non una cura dolorosa, ma un rimedio dolce e potente insieme, fatto di cose semplici, accessibili a tutti, alla portata di ogni uomo e donna di buona volontà.
La terapia è la sua vita, prima ancora che le sue parole.
È quella “sobrietà, la gioia delle piccole cose, il sentirsi fratelli di tutti e di tutto” che hanno fatto di lui un uomo libero, davvero libero, libero da quelle catene che noi invece continuiamo a stringere intorno ai nostri polsi. In un’epoca che ci spinge a possedere sempre di più, ad accumulare senza misura, a riempire i nostri vuoti con oggetti che non soddisfano mai, Francesco ci mostra la libertà di chi non ha nulla perché ha tutto in Dio, di chi ha trovato il tesoro nascosto nel campo e per la gioia vende tutto ciò che ha.
In un tempo che ci divide in fazioni nemiche, che alimenta odi e risentimenti, che costruisce muri invece di ponti, lui ci tende la mano chiamandoci fratelli, senza distinzioni, senza eccezioni, senza riserve.
In un mondo che sembra impazzito, perso in una corsa senza meta, lui ci offre la sua pace interiore, quella pace che nemmeno le stimmate e la malattia seppero scalfire, quella pace che il mondo non può dare perché non viene dal mondo.
L’ostensione delle spoglie, che proseguirà fino al 22 marzo, non è dunque un evento folkloristico o una semplice attrazione devozionale per turisti in cerca di emozioni. È molto di più.
È un appello potente a tornare all’essenziale, a riscoprire ciò che davvero conta, a liberarci dal superfluo che ci opprime.
Come hanno spiegato i frati del Sacro Convento, l’iniziativa si fonda sul versetto evangelico che dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
E Francesco è proprio quel chicco che, morendo a se stesso, morendo al mondo, morendo a tutto ciò che non era essenziale, ha generato una messe straordinaria che ancora oggi, a ottocento anni di distanza, continua a nutrire l’umanità, a dare speranza ai disperati, a consolare gli afflitti, a indicare la via a chi si è smarrito.
I numeri dell’ostensione, che pure impressionano, sono solo la superficie di qualcosa di molto più profondo.
Si attendono fino a cinquecentomila pellegrini entro il 22 marzo, con presenze significative da ogni continente, una folla silenziosa e devota che trasforma Assisi in un crocevia di popoli e culture, tutti uniti dal desiderio di sostare in silenzio davanti a quelle ossa che parlano di una vita donata. “Francesco è vivo in mezzo a noi e continua a ispirare tutti noi a vivere la fraternità”, ha spiegato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazioni del Sacro Convento, con parole che suonano come una testimonianza e un programma insieme. “Le persone che vengono per l’ostensione fanno esperienza di questo dono e chiedono al Signore di essere a loro volta un dono”.
Non vengono solo a prendere, vengono anche a dare. Non vengono solo a chiedere, vengono anche a offrire. Non vengono solo a vedere, vengono anche a lasciarsi trasformare.
E in questo tempo di Quaresima, ha ricordato il cardinale Parolin con un accento particolarmente intenso, il messaggio di Francesco risuona con una forza ancora più grande, ancora più penetrante.
La Quaresima è il tempo del deserto, della prova, del ritorno a Dio. È il tempo in cui siamo chiamati a spogliarci di ciò che è superfluo per ritrovare l’essenziale.
Ed è proprio nel deserto che Francesco ha incontrato il Signore e ha imparato la libertà dei figli. È nella prova che ha scoperto la letizia vera, quella che nessuna sofferenza può intaccare.
È nella rinuncia che ha trovato la pienezza, quella che nessun possesso può dare. La sua testimonianza, ha concluso il segretario di Stato con parole che suonavano come un invito personale a ciascuno dei presenti, è un appello a tutti noi a non avere paura di spogliarci del superfluo, a non temere la fatica del cammino, a non chiuderci nel nostro io, ma ad aprirci con fiducia all’abbraccio di Dio e dei fratelli.
L’augurio finale, quel “pace e bene” che Francesco amava rivolgere a tutti coloro che incontrava, è risuonato nella Basilica superiore come un’eco che attraversa i secoli e arriva fino a noi, intatto nella sua forza, nella sua semplicità, nella sua bellezza.
Parolin ha invitato tutti a pregare con le parole stesse del Poverello d’Assisi, chiedendo a Dio di illuminare le “tenebre del cuore”, di donarci “fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda”.
Parole antiche, ma di un’attualità sconvolgente. Parole che, a ottocento anni di distanza, non hanno perso un grammo della loro forza dirompente, della loro capacità di toccare il cuore, della loro potenza trasformativa.
Parole che, in un mondo lacerato da guerre e divisioni, in un tempo segnato dall’ansia e dalla paura, risuonano come la sola, autentica, possibile via di salvezza.
RVSCB




















