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Il cardinale Parolin: «In Africa i cattolici siano protagonisti del cambiamento contro le logiche predatorie»

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
12 Aprile 2026
in Religione
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Il cardinale Parolin: «In Africa i cattolici siano protagonisti del cambiamento contro le logiche predatorie»
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Città del Vaticano – Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Quattro Paesi, quattro storie diverse, eppure legate da un filo sottile ma robusto: la presenza di una Chiesa viva, radicata nella terra e nel dolore, capace di sperare anche quando tutto sembra crollare, di costruire pace e giustizia dove troppo spesso dominano povertà, corruzione e violenza.

 

Da lunedì 13 a giovedì 23 aprile, Papa Leone XIV sarà in Africa per il suo terzo viaggio apostolico, un pellegrinaggio che il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin – uomo dalla profonda visione diplomatica e spirituale – descrive come un atto d’amore verso «le periferie esistenziali». In un’intervista rilasciata ai media vaticani, il porporato ha tracciato il significato profondo di questa visita, con quella lucidità che da sempre lo contraddistingue, e ha voluto sottolineare il ruolo decisivo che i fedeli cattolici sono chiamati a giocare: non spettatori passivi, ma «protagonisti attivi del cambiamento».
Undici giorni intensissimi, scanditi da incontri istituzionali, celebrazioni e momenti di dialogo interreligioso, porteranno il Successore di Pietro da Algeri ad Annaba, l’antica Ippona, poi a Yaoundé, Bamenda e Douala in Camerun, quindi a Luanda, Muxima e Saurimo in Angola, infine a Malabo, Mongomo e Bata in Guinea Equatoriale. Un itinerario che abbraccia il Maghreb e l’Africa subsahariana, attraversando contesti sociali e politici profondamente diversi, ma accomunati da una realtà di fondo segnata da luci e ombre: comunità cattoliche vitali e generose, accanto a fragilità enormi, disuguaglianze che gridano vendetta, tensioni mai sopite. «Papa Leone XIV – spiega il cardinale Parolin con la consueta chiarezza – si reca in Africa per stare vicino a chi vive nelle periferie esistenziali».
La prima tappa è l’Algeria, Paese a maggioranza musulmana dove il Santo Padre visiterà la Grande Moschea di Algeri e celebrerà la Santa Messa ad Annaba, l’antica Ippona, città natale di Sant’Agostino. Per un Papa che è figlio spirituale del vescovo d’Ippona – Leone XIV è il primo pontefice agostiniano della storia – tornare in quei luoghi non è «un gesto puramente commemorativo, ma un atto di profonda coerenza identitaria e soprattutto spirituale». Parolin, che conosce bene i meandri della diplomazia vaticana e le esigenze del dialogo, ricorda che il Papa ha già visitato più volte questa terra quando era Priore Generale dell’Ordine. «Sant’Agostino costituisce un punto di incontro naturale tra la tradizione cristiana e il mondo islamico», afferma il cardinale, sottolineando come la visita alla Grande Moschea si inserisca nel solco del dialogo interreligioso già avviato in Turchia e in Libano, «un dialogo che il Santo Padre intende proseguire con pazienza e determinazione». E c’è, in queste parole, tutta la sapienza di chi sa che la pace si costruisce un passo alla volta.
Il secondo Paese è il Camerun, dove il Papa toccherà tre città: Yaoundé, la capitale; Bamenda, cuore della regione anglofona che da anni sanguina per una crisi dimenticata; e Douala, il grande centro economico. A Bamenda, il momento più atteso è l’incontro per la pace, una sosta che Parolin definisce «di un pastore che si identifica con il suo gregge». Non una visita di circostanza, ma un abbraccio a chi vive nella paura. «Nel contesto del deterioramento della situazione di sicurezza e umanitaria – spiega il Segretario di Stato – la visita del Successore di Pietro dimostra l’attenzione e la cura che il Pastore universale nutre per il suo gregge, sforzandosi di conoscerne da vicino le difficoltà e camminando al suo fianco». Più in generale, il Papa porterà in Camerun un messaggio di speranza – soprattutto per i giovani – di riconciliazione e di pace, un invito al dialogo e al rispetto reciproco. Parolin, con la sua voce pacata ma ferma, ci ricorda che non c’è pace senza giustizia, e non c’è giustizia senza il coraggio di ascoltare.
Terza tappa: l’Angola, Paese ricchissimo di risorse naturali ma lacerato da disuguaglianze sociali che tolgono il respiro. Il Papa visiterà la capitale Luanda, Saurimo (centro minerario legato ai diamanti) e il santuario mariano di Muxima, simbolo della fede che ha aiutato il popolo angolano a superare le tragiche vicende della sua storia. Parolin sottolinea come questi tre luoghi rappresentino le sfide e le speranze dell’Angola: da un lato la prosperità legata allo sfruttamento delle risorse, dall’altro le sue conseguenze velenose – lo sfruttamento dei lavoratori, l’aggravarsi del divario socio-economico, il disastro ambientale. E qui il cardinale aggiunge un ricordo personale, che umanizza il discorso: «Anch’io ho potuto sperimentare la vivacità della Chiesa locale quando andai per la consacrazione episcopale di monsignor Germano Penemote, primo Nunzio apostolico di origine angolana». Un dettaglio che fa capire quanto Parolin sia legato a queste terre e quanto la sua esperienza diretta dia peso alle sue parole.
L’ultima tappa è la Guinea Equatoriale, tra i Paesi africani con la più alta percentuale di cattolici (l’ottanta per cento della popolazione). Il viaggio si colloca nel contesto del 170° anniversario dell’evangelizzazione (1855-2025) e avrà come motto «Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza». Il Papa incontrerà giovani, famiglie, il mondo della cultura e anche i detenuti, perché nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio. Parolin spiega che queste visite «ravvivano la fiamma della loro fede, incoraggiandoli a coltivare e perseverare nei valori cristiani», e rappresentano «un invito amorevole e paterno alla riconciliazione, alla giustizia e alla perseveranza nella fede». Ancora una volta, il Segretario di Stato ci offre una lettura profonda: il Papa non viene a dettare ricette, ma a ridare slancio a una Chiesa che è già in cammino.
Ma questo viaggio non è solo pastorale. Ha anche una rilevante valenza diplomatica, e Parolin lo sottolinea con la competenza di chi ha negoziato nei luoghi più difficili del mondo. «Ogni Viaggio Apostolico – afferma – ha di fatto una valenza anche diplomatica perché rappresenta un’opportunità per consolidare le relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati visitati». La diplomazia pontificia persegue obiettivi chiari: tutelare le libertà fondamentali (a cominciare dalla libertà religiosa), promuovere la pace, favorire il dialogo, difendere la dignità umana e incoraggiare lo sviluppo integrale dei popoli. In Africa, questo impegno assume un significato particolare, perché il continente è «segnato da enormi potenzialità ma anche da grandi sfide». E qui Parolin mostra ancora una volta la sua lungimiranza: non si tratta solo di risolvere conflitti, ma di creare le condizioni per una crescita giusta e sostenibile.
Ed è proprio a questo punto che il cardinale lancia l’appello più importante. «L’Africa è un continente ricco di risorse umane, culturali e naturali, eppure troppo spesso soggetto a dinamiche che ne frenano lo sviluppo: povertà, corruzione, violenza e logiche di sfruttamento che vengono anche dall’esterno». La Chiesa è presente attraverso scuole, ospedali, centri di accoglienza e opere caritative, ma la sua risposta «non si esaurisce nell’azione caritativa: essa passa attraverso la formazione delle coscienze, l’educazione dei giovani ai valori della dignità, della giustizia e della solidarietà». Per Parolin, i fedeli cattolici sono chiamati a «un ruolo decisivo, non come semplici beneficiari di un messaggio, ma come protagonisti attivi del cambiamento nelle loro vite, nelle varie comunità e nelle istituzioni». Parole che suonano come una missione, una consegna affidata a chi crede che un altro mondo sia possibile.
Il cardinale conclude con un augurio per questa visita, che lascerà un segno profondo su tre dimensioni strettamente collegate: la pace, il dialogo e la crescita della Chiesa locale. «Pace, anzitutto, in Paesi che portano ancora le cicatrici di conflitti e divisioni, e dove la presenza del Santo Padre può far germogliare un sentimento di riconciliazione. Dialogo, dove l’incontro con le autorità civili e con i rappresentanti di altre tradizioni religiose può aprire spazi nuovi di comprensione reciproca. Infine, la crescita delle Chiese locali, spesso piccole, talvolta isolate, ma sempre generose». E poi, quasi con un sospiro di fiducia, aggiunge: «L’Africa è un continente giovane, ricco di fede e di vitalità, e la visita del Santo Padre è un atto di fiducia nel suo futuro. Un futuro che la Chiesa intende continuare ad accompagnare con dedizione e speranza».
Il viaggio di Papa Leone XIV si preannuncia come una tappa fondamentale nel cammino della Chiesa in Africa. E grazie alla lucida analisi del cardinale Parolin – che ancora una volta dimostra di essere non solo un fine diplomatico, ma anche un pastore dal cuore grande – possiamo coglierne tutta la portata: non una semplice visita di cortesia, ma una spinta potente affinché i cattolici diventino davvero lievito di una società più giusta, pacifica e solidale. In un continente troppo spesso dimenticato o sfruttato, il Papa porta la vicinanza di una Chiesa che non abbandona nessuno. E chiede a tutti, a partire dai battezzati, di farsi costruttori di un futuro diverso. Perché, come ha ricordato più volte il Segretario di Stato, il cambiamento non viene dall’alto: nasce dal basso, dalle coscienze, dalla testimonianza quotidiana di chi ha scelto di seguire Cristo.

 

E l’Africa, con la sua energia e la sua fede, può insegnare al mondo intero che un’altra via è possibile.

 

RVSCB

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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