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Il diplomatico della speranza: Parolin e la scuola che sforna costruttori di pace

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
28 Aprile 2026
in Religione
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Il diplomatico della speranza: Parolin e la scuola che sforna costruttori di pace
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Le cancellerie del mondo negoziano, gli eserciti si schierano, i trattati si firmano e si stracciano con la stessa leggerezza.

Nel mezzo di questo pandemonio di interessi contrapposti, una voce antica e lucida continua a ricordare che la pace non si decreta con un missile né si conquista con una sanzione, ma si costruisce con la pazienza di chi sa ascoltare, la tenacia di chi non si arrende, la sapienza di chi ha imparato che la diplomazia senza principi è solo commercio camuffato.
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità Leone XIV, incarna da anni questa funzione quasi profetica. E la Pontificia Accademia Ecclesiastica, che oggi celebra trecentoventicinque anni di vita ricevendo la visita del Papa, è la fucina dove si forgiano i nunzi, i rappresentanti, i consiglieri che porteranno nel mondo non la forza delle armi, ma quella disarmante della verità e della misericordia.
Fondata il 25 aprile del 1701, quando l’Europa era sconvolta dalla guerra di successione spagnola e il diritto internazionale muoveva i primi passi incerti, l’Accademia ha sempre avuto un compito preciso: preparare sacerdoti a divenire diplomatici pontifici, uomini capaci di leggere i segni dei tempi senza perdere di vista l’eterno.
Parolin, in una intervista concessa ai media vaticani, ne traccia il profilo con la consueta lucidità. «I nunzi – spiega – sono chiamati a rappresentare il Successore di Pietro in modo vigile e lucido, valutando situazioni e fatti, dialogando con le persone, scoprendo le loro esigenze e aspirazioni». Non semplici funzionari, dunque, ma pastori con la valigia in mano, come amava ricordare Papa Francesco, sacerdoti che attraversano i confini non per esercitare potere, ma per testimoniare una sollecitudine che non conosce bandiere né ideologie.
La missione formativa dell’Accademia ha dovuto adattarsi a un mondo radicalmente mutato. Tre secoli fa la cristianità appariva solida e compatta; oggi i suoi alunni si trovano a operare in terre di missione, in paesi dove la fede è perseguitata, in società segnate dall’indifferenza religiosa.
Occorre allora una preparazione che unisca rigore accademico e slancio missionario, competenza tecnica e discernimento spirituale. «La formazione – sottolinea il cardinale – è orientata non solo a una cultura della qualità, ma a sviluppare quelle doti sacerdotali del farsi prossimo, dell’ascoltare, del dialogare e del dare testimonianza con umiltà e mitezza».
Parole che suonano come un’accusa implicita per quanti, anche nella diplomazia laica, credono che bastino dossier e dossier per sedare i conflitti, dimenticando che la vera mediazione passa attraverso il cuore, non solo attraverso gli interessi.
La riforma voluta da Papa Francesco con il chirografo ha dato nuovo slancio all’istituzione, strutturandola come Istituto di alta formazione nelle Scienze diplomatiche, capace di conferire licenze e dottorati. Un passo importante, perché permette ai futuri nunzi di confrontarsi alla pari con i colleghi formati nelle accademie statali, condividendo gli stessi strumenti concettuali ma arricchendoli di una prospettiva che la politica da sola non possiede.
Parolin, che ha lunga esperienza di negoziati e crisi, sa bene quanto sia essenziale questo equilibrio tra competenza e testimonianza. «Acquisire conoscenze teoriche – avverte – va di pari passo con uno stile di vita da cui scaturisce un metodo di lavoro che consente al diplomatico pontificio di comprendere a fondo le dinamiche delle relazioni internazionali e di farsi apprezzare nell’interpretare i traguardi che è possibile raggiungere, senza nascondere le difficoltà che deve affrontare».
La domanda, tuttavia, brucia: in un tempo in cui la diplomazia appare impotente, in cui le grandi potenze calpestano le regole del diritto internazionale e la logica del più forte pare trionfare, quale risposta può venire da un’Accademia ecclesiastica? Parolin non si sottrae. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale – afferma con fermezza – può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni».
È il compito che la storia consegna oggi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, trecentoventicinque anni dopo la sua fondazione. Non una ricetta magica, non una panacea. Ma la proposta di un metodo che antepone il dialogo alla sopraffazione, la pazienza della trattativa all’urgenza della rappresaglia, la dignità di ogni persona umana alla ragion di Stato.
Leone XIV, nel pomeriggio del 27 aprile, varca per la prima volta la soglia dell’Accademia. È un gesto di grande significato, perché il pontefice, che proviene dall’ordine agostiniano e porta nel cuore le inquietudini del continente africano, sembra voler benedire personalmente gli uomini che porteranno la sua voce nei luoghi più difficili del pianeta.
Accanto a lui, il cardinale Parolin, l’uomo che da anni manovra con discrezione i fili della diplomazia vaticana, tessendo trame di riconciliazione dove altri seminano odio. La sua intervista non è un pezzo di circostanza, ma un manifesto. Perché in un’epoca in cui i potentati della terra discutono di riarmo e di sfere di influenza, qualcuno deve pure ricordare che servono «principi, regole e strutture garanti dell’ordine».
E che la pace, se mai arriverà, non avrà il suono fragoroso dei carri armati, ma il passo silenzioso di un nunzio che varca una frontiera per portare una parola di speranza.
RVSCB
Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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