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Parolin alle Guardie Svizzere: la fedeltà non è uno slogan, è una linfa che scorre nei tagli profondi

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
7 Maggio 2026
in Religione
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Parolin alle Guardie Svizzere: la fedeltà non è uno slogan, è una linfa che scorre nei tagli profondi
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La Basilica Vaticana, nel mattino del 6 maggio, respira un’atmosfera sospesa tra la memoria del sangue e la promessa del servizio.

All’altare della Confessione, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin celebra la messa per le nuove reclute della Guardia Svizzera Pontificia, trenta giovani giunti dalle valli elvetiche per giurare fedeltà al Papa. Il giorno non è scelto a caso. Ricorre l’anniversario del Sacco di Roma del 1527, quando centoquarantasette guardie si fecero a pezzi per difendere Clemente VII, lasciando il loro sangue sul selciato della Città Eterna. Parolin lo sa, e lo ricorda con la delicatezza di chi non ha bisogno di alzare la voce per evocare l’eroismo.
Il brano evangelico è quello della vite e dei tralci, caro a Giovanni. Il cardinale lo sceglie come chiave per leggere il servizio delle nuove reclute. “Io sono la vite, voi i tralci”, ripete, e la frase non suona come una consolazione astratta, ma come un’anatomia della vita cristiana. Senza la vite, il tralcio è solo legna da ardere. Con la vite, diventa canale di una linfa che non appartiene a lui. Così, spiega Parolin, il guardia svizzero non fa un lavoro, accoglie una missione. Non indossa una divisa, si lascia rivestire da un disegno più grande. E la sua fedeltà non è un atto di volontarismo muscolare, ma il frutto di una permanenza in Colui che è la fonte di ogni bene.
Il porporato insiste su tre passaggi: la purificazione, il rimanere, il portare frutto. La purificazione è un taglio, a volte doloroso, che il vignaiolo infligge al tralcio per renderlo più fecondo. Parolin non nasconde la durezza di questo gesto, ma lo interpreta come atto di liberazione, non di punizione. “La potatura è fatta di tagli profondi, talora assai dolorosi”, dice. Eppure quei tagli servono a rendere il tralcio più forte, a evitare che la linfa si disperda in fronde inutili. Per un giovane che lascia la sua terra, la sua lingua, le sue abitudini per servire il Papa, la potatura è esperienza quotidiana. Ma è anche il sigillo di una scelta che non cerca la propria gloria.
Il secondo passaggio è il rimanere. Parolin lo definisce il cuore della parabola, il momento in cui il tralcio smette di dibattersi e accoglie la vita che gli scorre dentro. “Rimaniamo nel Signore Gesù quando ne abbiamo conosciuto il cuore”, afferma. Non basta osservare le regole o eseguire gli ordini. Serve una confidenza che nasce dalla lettura quotidiana della Scrittura, dall’ascolto obbediente della Parola. Senza questo nutrimento, la vita del credente rischia di andare per conto proprio, di perdersi in altri itinerari che sembrano più facili e che invece conducono alla sterilità. Il cardinale si rivolge alle recluse con una franchezza che non è mai severità: “Senza l’ascolto quotidiano della Parola di Dio, la nostra vita non cambia”.
Infine, il portare frutto. Il tralcio non produce uva per sé, ma per il vignaiolo e per gli altri. Parolin applica questa logica al servizio delle Guardie Svizzere: “Il vostro servizio quotidiano, nei posti importanti e più umili, è espressione del fare il bene gratuitamente senza aspettarsi ricompense”. La gratuità è la cifra di chi ha compreso che si è più beati nel dare che nel ricevere. Non un moralismo stucchevole, ma la constatazione che la gioia piena non abita nel possesso, ma nella donazione. E il guardia che apre una porta, che veglia di notte, che accompagna un pellegrino, sta già portando frutto, anche se nessuno lo applaude.
L’omelia si chiude con un richiamo all’umiltà, che Parolin definisce “il faro che non fa sbagliare rotta”. Non c’è retorica in queste parole. C’è la sapienza di chi ha visto cadere troppi potenti, e ha imparato che l’unica grandezza che non tramonta è quella del servizio. Tra poche ore, nell’Aula Paolo VI, i trenta giovani giureranno alla presenza di Leone XIV. Il loro sguardo sarà fiero, le loro uniformi impeccabili. Ma la vera forza non sta nei colori sgargianti o nel rito solenne. Sta in quella linfa silenziosa che già da oggi, per grazia di un cardinale che sa parlare al cuore, comincia a scorrere.
Bibliografia
Parolin, Pietro, Omelia nella messa per il giuramento delle nuove Guardie Svizzere, Basilica Vaticana, 6 maggio 2026, in “Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede”.
Giovanni, Vangelo, cap. 15, vv. 1-8 (La vite e i tralci).
Ratti, Achille (Pio XI), Breve apostolico “Sul servizio della Guardia Svizzera”, 1928, in “Acta Apostolicae Sedis”, vol. 20, pp. 345-347.
Cipollini, Marco, Le Guardie Svizzere Pontificie. Cinquecento anni di fedeltà, Edizioni Musei Vaticani, Città del Vaticano 2006, capp. III e IV.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 186, a. 5 (sulla vita religiosa e il servizio come stato di perfezione).
Francesco, Esortazione apostolica “Gaudete et exsultate”, 19 marzo 2018, nn. 20-26 (sulla gratuità e la gioia del dono).
Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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