Fuori dall’Augustinianum, il pomeriggio romano regala una luce morbida che non chiede il permesso di esistere. Il cardinale Pietro Parolin esce dalla presentazione del libro “Liberi sotto la Grazia”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, e i giornalisti lo attendono come lupi affamati davanti a un ovile.
Le domande sono tutte per Donald Trump, per i suoi attacchi al Papa, per quell’insulto a bassa frequenza che il presidente americano ha scagliato contro Leone XIV definendolo “debole” e “terribile” solo perché il Successore di Pietro ha osato ricordare che le armi nucleari sono un crimine contro l’umanità. Parolin ascolta, sorride, poi risponde con una pacatezza che è una lama affilata: “Io non conto su nessuno. Conto solo sul nostro Signore Gesù Cristo”.
Il segretario di Stato non alza la voce, non accusa, non replica con gli stessi toni volgari che arrivano dall’altra parte dell’oceano. Ha una dignità antica, quella dei diplomatici che hanno imparato che la verità non ha bisogno di urlare per farsi sentire. “Attaccare il Papa in questa maniera – dice Parolin – mi pare un po’ strano, perlomeno”. La litote è un capolavoro di understatement britannico applicato alla diplomazia vaticana. Strano. Non “inqualificabile”, non “vergognoso”, non “inaccettabile”. Strano. Come se il porporato volesse suggerire che certe cose, da fumetto, non meritano nemmeno la dignità di una condanna solenne.
Trump aveva accusato il Papa di accettare che l’Iran possieda armi nucleari, mettendo così in pericolo migliaia di cattolici. Parolin smentisce con la stessa chiarezza con cui si sgombra una stanza dalla polvere: “La Santa Sede ha sempre lavorato, continua a lavorare proprio sul disarmo nucleare. Ha parlato e ha promosso questo accordo che tocca la liceità del possesso delle armi nucleari”. Non c’è spazio per equivoci. La posizione della Chiesa è stata chiara per decenni, da Giovanni XXIII a Francesco, da Paolo VI a Benedetto XVI. Le armi atomiche non sono uno strumento di difesa, ma una minaccia per l’intera creazione. Il Papa lo ripete, Trump lo ignora, e poi si stupisce se qualcuno lo critica.
Domani, il segretario di Stato americano Marco Rubio varcherà la soglia del Vaticano per incontrare il Papa. Parolin spiega che l’iniziativa è partita da loro, e che la Santa Sede ascolterà, discuterà, non si sottrarrà ai “temi caldi”. L’Iran, l’Ucraina, la crisi dei migranti, forse anche Cuba. “Non potremmo non toccare questi argomenti”, dice il cardinale. Ma la soluzione, per la Santa Sede, resta sempre la stessa: il dialogo. “Questi conflitti non si possono risolvere con la forza, ma vanno trattati e vanno risolti attraverso un negoziato. Che sia un negoziato di buona volontà, sincero, in modo che tutte le parti possano esprimere il loro punto di vista e trovare dei punti di convergenza”.
A chi gli chiede se il Papa accetterebbe una telefonata diretta con Trump, Parolin risponde con la schiettezza di chi non ha paura di nulla: “Il Santo Padre è aperto a tutte le opzioni, non si è mai tirato indietro di fronte a nessuno. Quindi se ci fosse l’offerta o la richiesta di un dialogo diretto con il presidente Trump, immagino che non avrebbe nessuna difficoltà per accettarlo”. Ecco la differenza. Il Papa non sceglie i suoi interlocutori in base ai like o ai sondaggi. Parla con tutti, perché la sua missione è portare la pace, non vincere una guerra di twitter.
Sulle benedizioni alle coppie omosessuali in Germania, Parolin frena gli entusiasmi di chi già vede scomuniche imminenti. “Prematuro”, dice. Si è in dialogo con i vescovi tedeschi, si cerca una composizione che rispetti il Diritto canonico, il Concilio Vaticano II, la tradizione della Chiesa. La speranza è “di non dover mai arrivare a sanzioni, che si possano risolvere i problemi in maniera pacifica, come dovrebbe essere nella Chiesa”. Parole sante, in un’epoca in cui troppi credenti sembrano aver dimenticato che la carità è più importante delle regole, e che le regole senza carità sono solo gabbie vuote.
La conferenza stampa si chiude. Parolin rientra nell’Augustinianum, i giornalisti si disperdono. Ma le sue parole restano, come pietre gettate in uno stagno. Le onde si allargano, raggiungeranno Washington, arriveranno alla Casa Bianca, forse baceranno le orecchie di Trump. Che poi le capisca o no, è un altro paio di maniche. Il Papa, intanto, continua a fare il Papa. E Parolin continua a fare il cardinale. Il resto, come diceva qualcuno, è solo rumore di fondo.
RVSCB
Bibliografia
Parolin, Pietro, Intervista ai giornalisti fuori dall’Augustinianum, 6 maggio 2026, in “Vatican News”, trascrizione ufficiale.
Leone XIV, Discorso a Castel Gandolfo, 5 maggio 2026, in “Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede”.
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004, nn. 500-510.
Giovanni XXIII, Pacem in terris, 11 aprile 1963, nn. 112-115.
Francesco, Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, nn. 259-262.
Casaroli, Agostino, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e le potenze comuniste (1963-1989), Einaudi, Torino 2000.
McElwee, Joshua, “A year into papacy, Leo finds his ‘clarion voice’”, Reuters, 6 maggio 2026.




















