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L’artigiano della pace: Parolin, l’Europa e quella lezione di Schuman che nessuno ha dimenticato

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
20 Maggio 2026
in Religione
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L’artigiano della pace: Parolin, l’Europa e quella lezione di Schuman che nessuno ha dimenticato
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Strasburgo, 19 maggio 2026. L’emiciclo del Parlamento europeo si veste di solennità. Non si discute di una direttiva, non si approva un regolamento. Si celebra un’idea.

Quella di un’Europa che non è solo mercato, burocrazia, tassi di cambio, ma progetto di convivenza, sogno di una pace che dopo secoli di guerre fratricide sembrava impossibile. Sul palco, accanto ai grandi del continente – Angela Merkel, Lech Wałęsa, Aníbal Cavaco Silva – siede anche un uomo che non ha mai guidato un governo, mai comandato un esercito, mai firmato un trattato commerciale. Eppure la sua voce, quando si alza, pesa quanto quella di un cancelliere. È il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità Leone XIV, che riceve l’Ordine al merito europeo, il primo riconoscimento di questo tipo conferito da un’istituzione dell’Unione. Non è un omaggio di circostanza. È la certificazione che la diplomazia vaticana, silenziosa e tenace, ha tenuto accesa una fiaccola che altrove si stava spegnendo.
Il porporato parla a nome del Papa, ma le sue parole hanno il sapore di un testamento spirituale.
Ricorda Robert Schuman, il padre fondatore, il cui processo di beatificazione è in corso. Schuman, cattolico fervente, non immaginava un’Europa di soli interessi.
Sognava uno “sforzo creativo” per superare le antiche ruggini, per trasformare il carbone e l’acciaio – strumenti di guerra – in pilastri di pace. Parolin riprende quel verbo: creativo.
Perché la pace non è una routine, non è un abitudine, non è un automatismo. È un atto di genio, una costruzione paziente che richiede volontà, coraggio, visione. E l’Europa, oggi, ne ha un disperato bisogno.
Il cardinale non nasconde le difficoltà. Parla di “recrudescenza dei conflitti”, di pace “minacciata su più fronti”, della guerra in Ucraina che insanguina il cuore del continente. Non pronuncia discorsi trionfalistici. Sa che l’Unione Europea, nata per seppellire le divisioni, oggi fatica a trovare una voce comune.
Sa che i nazionalismi, i populismi, le tentazioni autoritarie mettono a rischio quanto costruito in settant’anni. Ma proprio per questo alza il tono: l’armonia tra i popoli non è un optional, è “una promessa fondamentale” dell’UE e “un chiaro impegno internazionale” della Santa Sede. La diplomazia vaticana, in questo, non è mai stata neutrale. È stata dalla parte della pace. Anche quando la pace scomodava i potenti.
Il segretario di Stato ricorda i valori che stanno alla base della convivenza civile: la dignità umana, inviolabile in ogni fase della vita, il rispetto delle regole, la ricerca del bene comune.
Parole che suonano scontate, ma che in un’epoca di sovranismo urlato e di chiusura identitaria diventano rivoluzionarie. Perché la dignità umana non ha confini. Perché il bene comune non si esaurisce nel proprio orticello. Perché l’Europa, se vuole sopravvivere, deve tornare a essere un laboratorio di solidarietà, non una fortezza assediata.
L’Ordine al merito europeo a Parolin è un messaggio. Lo dice la scelta degli altri premiati: Merkel, che ha tenuto insieme l’Europa durante la crisi dei migranti e la pandemia; Wałęsa, che con il suo sindacato Solidarność ha fatto cadere un muro; Cavaco Silva, che ha guidato il Portogallo attraverso le tempeste finanziarie. Uomini e donne che hanno creduto nella politica come servizio. Parolin, con loro, rappresenta la convinzione che la pace non si conquista con le armi, ma con il dialogo. Che la diplomazia non è debolezza, ma intelligenza. Che la Chiesa, con i suoi mezzi limitati ma con la sua autorevolezza morale, può ancora essere un ponte dove i governi costruiscono muri.
Nel suo intervento, il cardinale cita Schuman: “L’Europa non si farà in un colpo, né in una costruzione d’insieme: si farà con realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Parole del 1950, che sembrano scritte per il 2026. Parolin le fa sue, e offre la disponibilità della Santa Sede a collaborare con le istituzioni europee per essere “insieme artigiani di pace”. Non una dichiarazione di circostanza. Un programma. Perché l’artigiano, a differenza del teorico, non si limita a pensare. Fa. Con le mani, con la pazienza, con la fatica. Così è la pace. Così è l’Europa. Così è il servizio del cardinale Parolin, che da decenni tesse fili invisibili tra capitali, governi, diplomazie, senza mai cercare i riflettori, senza mai chiedere applausi.
Oggi, Strasburgo glieli ha tributati. Ma il vero riconoscimento, per un uomo che ha dedicato la vita alla Santa Sede, è un altro: sapere che, mentre il mondo corre verso nuovi abissi, c’è ancora qualcuno che parla di dignità, di dialogo, di pace. E che qualcuno, in quella folla di europarlamentari distratti, lo ascolta davvero. L’Europa non è perduta. Finché ci sono artigiani come Parolin, il sogno di Schuman può continuare.
RVSCB
Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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