L’apertura della piattaforma ministeriale sancisce l’ennesima rivoluzione nel mondo della scuola: migliaia di insegnanti scoprono che anni di sacrifici economici e formativi si sono trasformati in polvere, mentre il sistema dell’istruzione italiana naviga a vista tra riforme contraddittorie e promesse disattese
Proprio oggi, mentre le prime luci dell’alba si levano su un’Italia ancora assonnata, migliaia di docenti accendono i computer con il cuore in gola. Non è l’emozione della prima lezione, non è la trepidazione di un nuovo inizio scolastico: è l’angoscia del rinnovo GPS, quel momento in cui la propria esistenza professionale viene pesata, misurata e spesso trovata leggera sul piatto della bilancia ministeriale. La piattaforma per i nuovi inserimenti, gli aggiornamenti e i rinnovi nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze ha aperto i battenti, e con essa si è materializzato un scenario che molti temevano ma pochi osavano nominare a voce alta: il grande azzeramento, la cancellazione programmatica di percorsi formativi costati fior di quattrini, sudore e notti insonni.
Il settore della scuola, da sempre specchio fedele delle contraddizioni del nostro Paese, vive in queste ore una giornata che segnerà profondamente il destino di intere generazioni di educatori. Non si tratta di una semplice procedura burocratica, di quei rituali amministrativi che periodicamente scandiscono la vita dei dipendenti pubblici: qui è in gioco la sopravvivenza stessa di un modello di professione, la dignità di chi ha scelto di dedicare la propria esistenza alla trasmissione del sapere scoprendosi, alla prova dei fatti, trattato come numero su un foglio di calcolo.
La novità più eclatante, quella che sta facendo tremare le mani dei docenti mentre compilano le domande, riguarda i ventiquattro crediti formativi universitari, quei famigerati ventiquattro CFU in discipline antropo-psico-pedagogiche che per anni hanno rappresentato l’ambita chiave d’accesso al mondo dell’insegnamento. Fino al trentuno dicembre dello scorso anno, essi costituivano un requisito valido, un titolo riconosciuto che garantiva punteggio nelle graduatorie e accesso ai concorsi.
Da oggi, primo gennaio duemilaventicinque, si sono trasformati in carta straccia.
Non retroattivamente per chi li aveva conseguiti entro il termine del trentuno ottobre duemilaventidue, ma per tutti coloro che avevano investito su di essi confidando nella loro validità perpetua.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, con quel linguaggio burocratico che maschera rivoluzioni epocali sotto apparenti tecnicismi, ha sostituito il vecchio sistema con nuovi percorsi abilitanti da sessanta CFU, raddoppiando di fatto l’onere formativo e azzerando il valore di investimenti già realizzati.
Questa metamorfosi normativa non è un incidente di percorso, non è l’imprevisto di un sistema che tenta di correggere il tiro: è la cifra stessa di un’epoca in cui la formazione docente viene trattata come merce di scambio, come variabile dipendente di equazioni politiche che cambiano ad ogni legislatura.
L’insegnante italiano si trova così proiettato in una sorta di corsa infinita, di maratona senza traguardo dove ogni volta che si crede di aver raggiunto la meta, qualcuno sposta l’arrivo più in là, rendendo vani gli sforzi compiuti.
Il fenomeno ha assunto dimensioni drammatiche se si considera che la professione docente, lungi dall’essere un rifugio per scansafatiche come qualche stereotipo retrogrado vorrebbe far credere, è oggi tra le più ambite e contemporaneamente più precarie del panorama occupazionale nazionale.
Professionisti provenienti da settori completamente diversi, ingegneri disillusi, avvocati stanchi della toga, commercialisti in fuga dai bilanci, stanno riversandosi nelle università telematiche acquisite dal Ministero, convinti di trovare nella scuola una stabilità che il mercato del lavoro nega loro.
Scoprono invece un universo parallelo, una galassia di certificazioni, abilitazioni, specializzazioni, corsi di perfezionamento, dove ogni competenza acquisita rischia di diventare obsoleta prima ancora di essere spendibile.
La logica perversa di questo sistema è tutta racchiusa nella natura stessa delle certificazioni richieste: metodologie didattiche innovative, competenze tecnologiche digitali, certificazioni linguistiche di livello B2 o superiore, master di primo e secondo livello, dottorati di ricerca.
Ognuno di questi titoli ha un costo, spesso elevatissimo, che il docente è chiamato a sostenere di tasca propria.
Non esiste un fondo nazionale per la formazione degli insegnanti, non vi sono borse di studio dedicate a chi già lavora con contratti precari, non si prevedono agevolazioni fiscali significative per chi investe nel proprio aggiornamento professionale.
C’è invece un mercato florido di università telematiche, enti di formazione accreditati, società di consulenza didattica, che prosperano sulle spalle di questa armata di precari disperati, offrendo corsi a pagamento che promettono punti preziosi in graduatoria.
Il risultato è una selezione sociale perversa, dove non sono necessariamente i più competenti o i più appassionati a emergere, ma coloro che dispongono delle risorse economiche per acquistare titoli.
Diventa rilevante non tanto il sapere effettivamente acquisito, quanto il pezzo di carta che lo certifica; non l’esperienza maturata in anni di supplenze nelle periferie urbane più difficili, ma la capacità di pagare un master online da sessanta crediti.
La scuola italiana, che dovrebbe essere il luogo per eccellenza della meritocrazia, del superamento delle disuguaglianze, diventa così teatro di una discriminazione economica larvata, dove il diritto all’insegnamento è subordinato alla disponibilità di mezzi finanziari.
Ma c’è di più, e forse questo è l’aspetto più lacerante per chi ha già percorso lunghi tratti di questa via crucis professionale.
L’Ordinanza Ministeriale del sedici febbraio duemilaventisei, specificamente all’articolo tre comma cinque, ha introdotto una clausola di salvaguardia che suona come una condanna per molti: i punteggi relativi a determinati titoli formativi verranno ridimensionati, decurtati, sminuiti nella loro valenza per il posizionamento in graduatoria.
Non si tratta più soltanto di titoli che perdono validità, ma di punteggi che vengono sistematicamente ridotti, come se gli anni di studio, le ore di formazione, le competenze acquisite fossero sottoposte a una svalutazione inflazionistica permanente.
Per i docenti precari storici, quelli che da venti, trenta anni garantiscono continuità didattica nelle scuole italiane, spesso nelle classi più difficili, nei territori più dimenticati, questa realtà si traduce in un dolore silenzioso ma profondo.
Sono loro che hanno visto succedersi ministri e riforme, che hanno dovuto rimettersi in gioco ogni volta che il vento politico cambiava direzione, che hanno investito i risparmi di una vita in formazioni che oggi valgono meno di ieri e domani varranno meno di oggi.
La loro professionalità, misurata in lezioni tenute, in generazioni di studenti accompagnate, in progetti didattici realizzati con mezzi propri, viene cancellata da un algoritmo che non riconosce l’esperienza se non tradotta in crediti formativi recentissimi.
La storia dei corsi abilitanti, peraltro, ha radici lontane che rendono ancora più amara l’attuale situazione. Già nel maggio del millenovecentoottantadue, il Ministero della Pubblica Istruzione dell’epoca proponeva percorsi formativi per l’accesso alla professione docente.
Quarantatré anni dopo, stiamo assistendo a una regressione paradossale: mentre allora si cercava di garantire standard formativi omogenei, oggi si è creato un sistema caotico dove le università telematiche, per quanto accreditate, offrono percorsi che spesso non aggiungono saperi significativi a chi già possiede una preparazione solida, ma servono esclusivamente a produrre quei pezzi di carta necessari per scalare la graduatoria.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, quel PNRR che avrebbe dovuto rappresentare la svolta per l’assunzione di centinaia di migliaia di docenti, si è rivelato un’occasione mancata, una promessa disattesa che ha alimentato speranze per poi deluderle sistematicamente.
I concorsi banditi nell’ambito di questo piano hanno sanato ben poco, creando nuove disparità e lasciando fuori professionisti validissimi che semplicemente non rientravano nei parametri, spesso discutibili, stabiliti dalle commissioni giudicatrici.
La condizione del docente di sostegno merita una riflessione a parte, perché incarna in modo emblematico le contraddizioni del sistema.
Questi professionisti, chiamati a lavorare con studenti in situazione di disabilità, con bisogni educativi speciali, con fragilità psicologiche e cognitive, dovrebbero essere i più formati, i più sostenuti, i più tutelati. Invece navigano nelle stesse acque agitate dei colleghi curricolari, anzi spesso in condizioni ancora più precarie, costretti a specializzazioni costosissime che non garantiscono stabilità alcuna, chiamati a gestire situazioni complessissime con contratti a termine che possono interrompersi da un giorno all’altro.
L’aspetto forse più inquietante di questa situazione è la sua ripercussione sulla qualità dell’insegnamento stesso.
Un docente che vive nella costante incertezza del domani, che deve ogni anno ricominciare da capo a cercare supplenze in scuole diverse, che non può programmare a lungo termine la propria vita professionale e personale, difficilmente può dedicare le energie necessarie all’innovazione didattica, alla ricerca, al rapporto umano con gli studenti.
La precarietà genera difesa, chiusura, sopravvivenza: il docente precario tende a conservare le energie, a non investire in progetti che potrebbe non vedere conclusi, a stabilire rapporti superficiali con una realtà scolastica che sa temporanea.
Eppure, nonostante tutto, l’amore per questa professione resiste.
Resiste nei precari storici che continuano a studiare, ad aggiornarsi, a cercare nuove certificazioni pur sapendo che potrebbero diventare inutili.
Resiste nelle giovani leve che entrano nella scuola con mente fresca e competenze tecnologiche avanzate, pronte a reinventare la didattica pur consapevoli di non avere prospettive certe.
Resiste in quella maggioranza silenziosa di educatori che ogni mattina entrano in classe e dimenticano la burocrazia, i punteggi, le graduatorie, per concentrarsi su ciò che realmente conta: trasmettere saperi, educare al pensiero critico, formare cittadini consapevoli.
La scuola italiana ha attraversato momenti bui nella sua storia millenaria, ha resistito a guerre, dittature, trasformazioni sociali epocali. Ha dato i natali a figure che hanno segnato la cultura mondiale, da Vittorino da Feltre a Maria Montessori, da Don Lorenzo Milani a tanti altri educatori che hanno fatto della scuola un luogo sacro, un santuario della crescita umana.
Oggi questo patrimonio rischia di essere dissolto in una gestione amministrativa miope, in una logica contabile che misura l’educazione in crediti formativi e punteggi in graduatoria.
C’è un bisogno urgente di fermarsi, di prendere fiato, di lasciare che le riforme recenti trovino sedimentazione prima di essere sostituite da nuove riforme.
Gli studenti, quelli stessi che dovrebbero essere il centro di ogni politica educativa, hanno bisogno di stabilità, di insegnanti che li accompagnino per interi cicli scolastici, di adulti di riferimento che non siano costretti a cambiare ogni anno.
I docenti hanno bisogno di sentirsi riconosciuti non solo come lavoratori ma come professionisti intellettuali, custodi di un sapere che trascende le mode pedagogiche del momento.
L’apertura di oggi della piattaforma GPS non deve essere solo un altro capitolo di questa saga infinita di delusioni.
Potrebbe essere l’occasione per una riflessione collettiva su che tipo di scuola vogliamo, su che tipo di insegnanti meritiamo, su che tipo di futuro stiamo costruendo per le generazioni che verranno.
La società italiana nel suo complesso ha il dovere di guardare con attenzione ciò che sta accadendo nel mondo della scuola, perché non si tratta di un problema settoriale, di una querelle tra burocrati e sindacati: si tratta della salute stessa della nostra democrazia, della capacità di trasmettere valori, conoscenze, capacità critiche alle nuove generazioni.
Il docente che oggi aggiorna la sua posizione in graduatoria, che scopre con angoscia che i suoi titoli valgono meno di ieri, che deve programmare nuovi investimenti formativi per sperare in una supplenza, rappresenta un’Italia che fatica a riconoscere il merito, che confonde il cambiamento con il progresso, che sacrifica il lungo periodo sull’altare dell’immediato. Finché non si invertirà questa rotta, la scuola italiana continuerà a perdere le sue migliori risorse umane, a scoraggiare i più giovani, a deludere le aspettative di chi crede ancora nell’educazione come via per l’emancipazione personale e collettiva.
La piattaforma è aperta. Le domande vanno presentate.
I punteggi verranno ricalcolati. Ma al di là della burocrazia, al di là delle certificazioni che scadono e dei crediti che si moltiplicano, resta una domanda fondamentale: vogliamo davvero una scuola governata dall’ansia del punteggio, o meritiamo un sistema educativo che valorizzi la passione, l’esperienza, la dedizione di chi sceglie di dedicare la vita all’insegnamento?
La risposta a questa domanda determinerà non solo il destino dei docenti precari, ma il futuro stesso del nostro Paese.
RVSCB



















