Vi propongo la storia di Alessandro Scialla, un caro amico che ne ha passate tante senza mai scendere a compromessi con se stesso. Ascoltate il suo stesso racconto…
Che tuffo al cuore… Guardare questa foto oggi non è solo fare un viaggio nel tempo, è guardare negli occhi l’inizio di tutto.
Correva l’anno 2005: un viso disteso e fresco, i capelli neri e uno sguardo che, se lo fissi bene, esplodeva di sogni. C’era quella spensieratezza assoluta, quel fuoco sacro che a quasi trent’anni puoi stringere tra le mani, convinto di poter spostare le montagne. Ma per arrivare a quel 2005, a quel punto della mia vita, la strada era stata una salita incredibile.
Molto prima di quello scatto, quando i social network ancora non esistevano nemmeno, avevo iniziato a muovere i primi passi nel campo della moda. I primi anni erano stati durissimi, un’avventura continua e un treno in corsa. Io sono di Marcianise, in provincia di Caserta, e andavo continuamente avanti e indietro per l’Italia, sempre con la valigia in mano, da un capo all’altro del Paese solo per fare le selezioni. Quante volte, quando prendevo il treno da Marcianise e mi portavo a Napoli o a Caserta per prendere le coincidenze, incontravo tante persone, ognuna con la sua vita, mentre io viaggiavo con i miei sogni in tasca.
Non provengo da una famiglia benestante che potesse coprirmi le spalle o finanziarmi l’inizio di quel percorso; sono figlio di un operaio e di una mamma casalinga, cresciuto in una realtà semplice e perbene. All’inizio dovevo fare tutto da solo, contando solo sulle mie forze per pagarmi i biglietti del treno o le stanze d’albergo nelle grandi città quando avevo più selezioni in giorni consecutivi. Erano sacrifici enormi, ma andavo avanti lo stesso.
Non avevo la possibilità di spostarmi con i taxi, quindi preferivo fare tutto a piedi o usando i mezzi pubblici, affrontando chilometri di strada con il peso dei bagagli. Quante volte mi sono ritrovato a correre da un binario all’altro con il viso rigato dal sudore, sotto la pioggia battente, sotto il vento che ti tagliava la faccia, o sotto un sole cocente e persino la grandine, senza mai fermarmi. Arrivavo spesso fuori alla porta degli uffici delle selezioni completamente inzuppato, con i vestiti umidi e le scarpe piene d’acqua per aver camminato per ore sotto il temporale. Mi sistemavo alla meglio in un corridoio, stringevo i denti e mi presentavo davanti alla giuria col sorriso, nascondendo quel brivido di freddo che mi correva lungo la schiena.
Quante volte mi è capitato di fare viaggi infiniti per arrivare a Roma, a Milano o a Bologna, trovarmi finalmente fuori dagli uffici per le selezioni e scoprire all’ultimo secondo che erano state spostate o rimandate, senza che nessuno si fosse degnato di avvisarmi. Restavo lì sul marciapiede, da solo, con la rabbia e la stanchezza addosso, sapendo di aver fatto tutta quella strada per niente.
Arrivavo in queste enormi città sconosciute e dovevo scovare gli indirizzi senza l’aiuto di nessuno: all’epoca non esistevano i navigatori sui cellulari, non c’erano mappe digitali. Potevo contare solo sulle mie gambe, fermando i passanti per strada, chiedendo informazioni con il fiato corto e una cartina di carta spiegazzata tra le mani, sperando di non fare tardi. Ricordo ancora quelle giornate folli: una selezione la mattina a Roma e il tardo pomeriggio a Milano, con le corse disperate in metropolitana e l’ansia costante di perdere il treno, i ritardi improvvisi, le coincidenze saltate e i cambi di binario all’ultimo secondo.
A complicare tutto c’era anche il mio carattere: sono sempre stato un ragazzo molto timido e riservato. In un ambiente del genere, dove tutti sgomitavano e cercavano di farsi notare a ogni costo, la timidezza era un ostacolo enorme che non mi aiutava affatto. Non conoscevo nessuno, non avevo alcun tipo di appoggio esterno, eppure dovevo raccogliere ogni briciolo di coraggio per spingere quella porta, entrare e presentarmi da solo davanti a perfetti sconosciuti. Ogni singola volta era una battaglia prima di tutto contro le mie stesse insicurezze.
Era un mondo frenetico, affascinante, ma anche spietato. Dietro le luci dei riflettori avevo già conosciuto i lati più oscuri di questo ambiente: le delusioni, le maschere che cadono, l’invidia e i tradimenti.
La ferita più grande è stata scoprire i bastoni tra le ruote che mi venivano messi da persone che credevo sinceramente amiche, persone con cui dividevo i viaggi e i sogni. Faceva malissimo scoprire che, proprio quando sapevo di essere stato scelto per un lavoro importante, alle mie spalle si muovevano cattiverie e boicottaggi da parte di chi mi sorrideva in faccia pur di vedermi cadere e rubarmi il posto. E la cosa più dura era che, in tutto questo, non avevo nemmeno la fortuna dalla mia parte a proteggermi o a facilitarmi le cose; ero davvero solo contro tutti.
In quei momenti mi crollava il mondo addosso. Ma sapete cosa vi dico? Nel silenzio profondo di quell’ingiustizia, raccoglievo i miei borsoni pesanti, inghiottivo le lacrime e le trasformavo in fuoco puro. Se mi mettevano i bastoni tra le ruote, io quei bastoni li spezzavo. E se c’era bisogno, spaccavo pure le ruote e continuavo a camminare a piedi, più forte, più veloce e più fiero di prima! Quando la fortuna manca e la gente ti rema contro, devi essere tu a compensare quel vuoto sputando sangue e raddoppiando le forze. Tornavo indietro verso la stazione non da sconfitto, ma con una rabbia pulita nel cuore, masticando l’amarezza di quella malignità gratuita e usandola come carburante. Quella freddezza subita sulla mia pelle, anziché abbattermi, è diventata la mia corazza. Volevano che mi spezzassi, e invece mi hanno solo insegnato a non cadere mai.
Ricordo ancora, con una fitta che fa male ancora oggi, quelle mattine in cui, dopo aver viaggiato per ore e passato la notte fuori in un letto d’albergo qualunque, arrivavo sul posto con il cuore pieno di speranza. Mi presentavo lì, pronto a dare il massimo, e scoprivo che sulla lista ufficiale il mio nome era stato cancellato. Sparito. Sostituito all’ultimo secondo da chi godeva di altre corsie preferenziali (e a buon intenditor, poche parole).
E diciamoci anche un’altra verità, senza ipocrisie o falsi miti: si può mettere in campo tutto l’impegno del mondo, la massima serietà e mettercela tutta con le capacità che si hanno, ma se non interviene la fortuna a mettere magicamente a incastro le cose, non si va da nessuna parte. Non credete a chi vi dice che la fortuna non esiste: la fortuna esiste eccome, ed è fondamentale! Se manca quella scintilla del destino, si rischia di rimanere bloccati al punto di partenza nonostante tutti gli sforzi. Ma proprio perché non ho avuto quel colpo di fortuna sfacciato a servirmi un percorso in discesa su un piatto d’argento, ho dovuto fare affidamento solo sulla mia resistenza leonina, continuando a spingere finché il destino non è stato costretto a voltarsi.
Io non conoscevo nessuno, ero solo un ragazzo che aveva iniziato da zero, senza appoggi o protettori importanti, forte solo della propria passione. I miei genitori non avevano conoscenze, agganci o contatti in quel mondo così lontano dalla nostra realtà. Tutto quello che avevo costruito, ogni singolo centimetro di strada percorsa fino a quel 2005, era esclusivamente opera mia. Ero arrivato fin lì da solo, con le mie sole mani pulite, senza che nessuno mi avesse mai regalato o facilitato nulla.
Ma anche dopo, quando i social sono arrivati ed ero nel pieno delle mie attività, ho sempre preferito che tantissime cose e tantissimi ricordi rimanessero privati, senza sentire il bisogno di esibirli o pubblicizzarli; ho sempre scelto di tenerli per me, custoditi nel cuore.
Questo è un mondo particolare, un’illusione che all’improvviso ti porta alle stelle e in un attimo ti può catapultare nell’abisso più profondo, facendoti passare dall’illusione della gloria all’oblio più totale in un battito di ciglia. È una giostra che rischia di farti perdere la testa, dove ho imparato a mie spese che devi avere sempre i piedi ben solidi a terra e mantenere una lucidità totale. Bisogna stare attenti a tante persone: purtroppo, non poche volte sono stato fregato dalla gente, da chi vendeva fumo o mascherava l’opportunismo con la simpatia. Ma ogni singola caduta è stata la mia rincorsa. Ogni porta chiusa in faccia mi ha dato la spinta per costruire un portone tutto mio.
Ancora oggi, quando accendo la televisione, mi capita di vedere volti noti, persone che hanno iniziato il loro percorso lavorativo proprio insieme a me, muovendo i primi passi negli stessi ambienti, e che ora hanno raggiunto grandi traguardi. Provo sinceramente gioia per loro, ma al tempo stesso custodisco una verità profonda con immenso orgoglio: se io ho scelto di fermarmi sulla soglia di certe porte, è solo perché ho sempre messo la mia dignità davanti a tutto (e chi vuole intendere, intende).
A differenza di chi, pur di emergere, accetta qualsiasi compromesso, io ho preferito andare avanti semplicemente con le mie sole forze. Se non sono andato oltre, è perché non ho mai accettato di svendermi.
Ed è questo che voglio dire col cuore in mano a chi mi legge, soprattutto ai più giovani: non svendete mai la vostra dignità, non mettete a rischio la vostra persona per un momento di gloria. Nella vita ci sono cose che non hanno prezzo, e la propria integrità vale più di qualsiasi riflettore. Ogni lampo dei fotografi, alla fine, era una promessa, e ogni singola sfida una promessa che facevo a me stesso, alle mie regole.
Oggi guardo quel ragazzo del 2005 e, ve lo giuro, mi commuovo. Sento una stretta al cuore fatta di puro orgoglio. Che viaggio incredibile è stato, quanta vita è passata sotto i ponti, quante lacrime e quanti sorrisi hanno disegnato l’uomo che sono oggi. Tutti quei silenzi, tutti quegli ostacoli e tutti i “no” che ho collezionato non hanno fatto altro che temprare la mia anima, trasformandola in acciaio inossidabile.
E se c’è una cosa che voglio gridare, soprattutto ai ragazzi che oggi affrontano le loro prime sfide, è questa: non permettete a nessuno, mai, di spegnere i vostri sogni. Come diceva quel meraviglioso passaggio del film Alla ricerca della felicità, non permettete mai a nessuno di dirvi che non sapete fare qualcosa, mai a nessuno. Se avete un sogno, dovete difenderlo con le unghie e con i denti!
La costanza ripaga sempre. Le notti in bianco, i sacrifici che nessuno vede, i momenti in cui vorresti mollare tutto… non sono motivi per arrendersi, sono i mattoni incrollabili con cui state costruendo il vostro capolavoro. Prendete ogni colpo basso, ogni tentativo di fermarvi, e trasformatelo nello scalino che vi porterà in alto!
Sapete qual è la meraviglia più grande? Che quell’energia, quella fame pulita di futuro e quella capacità di credere nell’impossibile non sono cambiate di un millimetro. Sono ancora tutte qui, vive, intatte, incendiate dentro di me, pronte a illuminare le prossime mete.
Il passato non è un rimpianto, è la nostra rampa di lancio. Finché avete un sogno per cui battervi, siete invincibili. Ragazzi, guardate avanti, abbracciate i vostri sacrifici, stringete i pugni e credeteci, credeteci sempre! Il meglio deve ancora venire!
Che questa mia storia sia per voi una scintilla: si può faticare il doppio, si può sanguinare lungo la strada, ma quando arrivate alla vostra meta camminando a testa alta, con le vostre sole gambe e l’anima pulita, il panorama ha tutto un altro sapore, il sapore della vostra piccola, grande vittoria! Non abbiate paura di metterci più tempo, perché il futuro non appartiene alle scorciatoie dei deboli, appartiene a chi ha il coraggio di splendere restando integro e leale.
Credete nella vostra luce, prendetevi il vostro spazio a morsi e dimostrate a tutto il mondo quanto valete. Ricordo ancora le lacrime nascoste di quegli anni, il freddo nelle ossa e quel vuoto immenso nel petto: quando correvo io dietro a quei treni, non c’era una sola anima a fare il tifo per me. Nessuno. Ero completamente invisibile, perso nel silenzio di chi non si curava dei miei sforzi. L’ho provato sulla mia stessa pelle cosa significa sentirsi soli, voler mollare tutto e non avere una mano tesa o una parola di conforto a darti la forza di rialzarti. E proprio perché conosco quel dolore profondo, proprio perché so quanto fa male il buio di quel ramo e di questo ambiente, oggi ho fatto una promessa a me stesso: io non sarò mai come chi mi ha girato le spalle. Oggi io sono qui per fare il tifo per chiunque, per accogliere e supportare con una parola di conforto, un consiglio sincero o un sorriso chiunque stia cercando di farsi strada in questo mondo. Non per spianare strade o regalare scorciatoie , perché ognuno deve costruire il proprio cammino con le proprie mani, ma per farvi sapere che non siete soli. Per darvi quella spinta umana, quel calore e quel coraggio che a me sono sempre mancati. Io faccio il tifo per voi, per ogni singolo passeggero di questo viaggio difficile, ogni singolo giorno! Alzate la testa, asciugate le lacrime e aggregatevi alla marcia dei forti!
È un pezzo di me rimasto custodito nel cassetto per troppi anni: oggi l’ho aperto per voi, sperando che vi abbia fatto riflettere, emozionare e che vi dia la carica giusta



















