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Pasquale Cataldi: «Credo che Roma abbia un potenziale enorme che potrebbe essere valorizzato ancora di più, soprattutto in termini di spazi e opportunità per chi fa musica e arte»

L'intervista al musicista jazz in occasione del suo primo disco "Maybe" per Filibusta Records

Laura Nasoni by Laura Nasoni
10 Marzo 2026
in Interviste, musica
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Pasquale Cataldi: «Credo che Roma abbia un potenziale enorme che potrebbe essere valorizzato ancora di più, soprattutto in termini di spazi e opportunità per chi fa musica e arte»
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Pasquale Cataldi è un batterista, compositore, arrangiatore, insegnante. Suona fin da bambino, e la musica è stata una presenza costante nella sua vita: studio, palco, confronto continuo con altri musicisti. Nel tempo ha costruito il proprio percorso soprattutto attraverso l’esperienza diretta, suonando in contesti diversi, da piccole a grandi formazioni, e sviluppando un’identità fondata sull’ascolto e sull’interplay. Si laurea presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, dove approfondisce lo studio della batteria jazz e della composizione. Parallelamente porta avanti studi privati, attività concertistiche e di insegnamento. Nel corso degli anni si esibisce in festival, rassegne e club come Umbria Jazz, Jazz Image Festival, Alexander Platz Jazz Club, Village Celimontana, Fara Music Festival.

Nell’intervista che segue andiamo a fondo sul suo lavoro e nella sua vita artistica.

  • “Maybe” è il titolo del tuo primo disco. Di cosa parla? Qual è la tematica principale che affronti?

La tematica più chiara emerge proprio nel brano “Maybe”, che dà il titolo all’album. Il punto di partenza è una melodia molto semplice, costruita su poche note, mentre gli accordi si muovono creando diversi colori e tensioni. Il contrasto tra questa linea ferma e l’armonia che si muove crea uno spazio sospeso, che ritorna anche in altri brani del disco. È proprio lì che nasce l’idea di “Maybe”: qualcosa che resta aperto, non definito, e che lascia intravedere diverse possibilità.

In generale però non penso alla musica in termini narrativi. Per me il linguaggio musicale ha una sua autonomia: non ha bisogno di raccontare qualcosa in senso letterale, anche se può evocare immagini ed emozioni. È anche per questo che sono sempre stato affascinato dalla musica strumentale. L’unico intervento verbale dell’album compare nella coda del brano “Places”, dove ho inserito alcuni frammenti di una vecchia intervista televisiva a David Lynch, in cui si parla del rapporto tra paure, luoghi, memoria e creatività.  

  • ⁠ Che generi esplori nel disco?

Per me è un album di jazz contemporaneo con influenze R’n’B, swing, jazz/funk e in alcuni momenti anche rock. Più che un collage di stili diversi, però, mi piace pensare ad una convivenza naturale di linguaggi diversi ma interconnessi.

Il filo conduttore è soprattutto il carattere melodico dei brani. Non partiamo da un’idea rigida o prefissata: accompagniamo una melodia o un’idea lanciata dal solista, che il gruppo cerca di far respirare nel modo più naturale possibile.

Negli arrangiamenti cerco di dare dei punti di riferimento, a volte più dettagliati, altre volte più aperti. Poi mi interessa lasciare spazio ai musicisti perché possano portare il proprio linguaggio e contribuire alla direzione che la musica prende in quel momento.

  • ⁠ Ti sei formato al Conservatorio di Santa Cecilia. Che ruolo ha avuto la città di Roma nella tua formazione e creatività?

Il Conservatorio è stato importante come luogo di incontro. Lì ho conosciuto alcuni musicisti con cui poi ho iniziato a suonare e condividere esperienze anche fuori dall’ambiente accademico. Questo per me è stato uno stimolo forte.

Ho scelto di vivere a Roma per la scena musicale e artistica che offre. In questi anni ha inciso molto sulla mia formazione.

Dal punto di vista creativo credo che l’influenza più grande venga dalla tanta musica ascoltata dal vivo, dalle persone che ho incontrato. Allo stesso tempo ho la sensazione che Roma abbia un potenziale enorme che potrebbe essere valorizzato ancora di più, soprattutto in termini di spazi e opportunità per chi fa musica e arte, e anche per chi ha voglia di usufruirne.

  • ⁠ Sei anche insegnante. Cosa ti restituisce questo ruolo nel tuo processo creativo?

Prima di tutto i rapporti umani. Il confronto con allievi e colleghi mi mette in contatto con prospettive diverse, con domande e sensibilità che magari da solo non incontrerei.

Inoltre insegnare mi spinge a rimettere in discussione quello che so. Spiegare qualcosa significa trovare il modo più chiaro ed efficace per aiutare chi hai davanti, e questo finisce spesso per influenzare anche il mio modo di essere e di pensare.

  • ⁠ Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare a sviluppare questo progetto dal vivo, cercando di intensificare l’attività concertistica. Allo stesso tempo sto iniziando a lavorare a nuova musica, con l’idea di arrivare a un secondo album.

In generale mi interessa continuare a imparare: nuove idee, nuovi linguaggi e nuovi incontri musicali.

Tags: jazzmaybemusicapasquale cataldiRoma
Laura Nasoni

Laura Nasoni

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