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Fragole nel Lazio: lo storico rapporto tra il frutto e il territorio

Dalle feste in onore di Adone al Trionfo delle Fragole di Campo de' Fiori, dalle fragolare di Nemi alla sagra di Carchitti: il Lazio conserva una lunga storia di profumi, boschi, mercati e tradizioni popolari

Damiano Gasperini by Damiano Gasperini
16 Maggio 2026
in Enogastronomia
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Fragole nel Lazio: lo storico rapporto tra il frutto e il territorio
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Dopo il verde dei carciofi e delle vignarole, prima del porpora lucido delle ciliegie, il maggio romano abbraccia il rosso brillante e vivo delle fragole.
La parola fragola deriva dal latino volgare fragŭla, diminutivo di fraga. Il termine che gli antichi utilizzavano per indicare quella che oggi chiameremmo più facilmente fragolina è andato quindi, nell’evoluzione linguistica, a definire il vocabolo base.Bisogna notare però un simpatico paradosso linguistico: l’evoluzione lessicale della parola, che in italiano si è sviluppata dal “piccolo frutto” degli antichi, rispecchia anche la loro considerazione visiva della fragola primaverile. Nell’antichità, infatti, non esistevano le fragole dalle dimensioni moderne. Quando un cittadino dell’Urbe desiderava gustare delle fraga, era perfettamente consapevole della loro forma minuta, così come della loro collocazione naturale: nell’erba bassa, nei luoghi umidi, tra rovi e margini boschivi.
Celebre, in questo senso, è il passo della terza egloga delle Bucoliche di Virgilio, dove il pastore Dameta, durante il canto, ammonisce: Qui legitis flores et humi nascentia fraga, frigidus, o pueri, fugite hinc, latet anguis in herba.“Voi che raccogliete fiori e fragole nate rasoterra, fuggite via di qui, ragazzi: un freddo serpente si nasconde nell’erba”. La fragola, già nella poesia latina, porta dunque con sé una doppia immagine: da una parte la dolcezza del frutto, dall’altra l’insidia dell’erba bassa.

La selvaticità accompagna le fragole per buona parte della storia europea, finché, tra Medioevo ed età moderna, cominciano a essere trasferite dai rovi e dai margini boschivi ai giardini privati, monastici e nobiliari. Qui la fragola diventa presenza ornamentale, pianta gentile, dettaglio di raffinatezza botanica e domestica. Entra nei giardini come piccolo lusso vegetale, coltivato non soltanto per il gusto, ma anche per la grazia delle foglie, dei fiori bianchi e dei frutti rossi, capaci di accendere il verde con improvvisi punti di colore.
La data che tuttavia segna una svolta fondamentale nella storia del famoso “falso frutto” è il 1714. “Falso frutto” perché la base dolce e succosa che mangiamo non è, in senso botanico stretto, il vero frutto: è il ricettacolo del fiore, cioè una specie di cuscinetto carnoso che si ingrossa. I veri frutti sono invece quei piccoli puntini distribuiti sulla superficie, comunemente scambiati per semi, chiamati acheni. Dentro quegli acheni si trovano i semi veri e propri. In parole semplici: noi mangiamo soprattutto il “letto” rosso e morbido della fragola, mentre i veri frutti sono i minuscoli puntini che la ricoprono. Siamo nel primo Settecento, nell’epoca delle tratte oltreoceaniche, delle guerre commerciali, delle grandi esplorazioni scientifiche e dell’assolutismo francese. In questo scenario, l’ingegnere, esploratore e cartografo Amédée-François Frézier portò in Francia la fragola cilena, la Fragaria chiloensis, più grande e carnosa rispetto alla tenera ma fragile fragolina europea. Data però la scarsa produttività del frutto nel continente europeo, la specie cilena fu incrociata con la fragola virginiana, la Fragaria virginiana, originaria del Nord America, più fertile e versatile.
Nacque così la Fragaria × ananassa, dove la “x” indica l’ibrido e il termine ananassa richiama l’ananas, probabilmente per il profumo o per alcune suggestioni aromatiche percepite nelle prime produzioni. È la fragola medio-grande comune che oggi troviamo nei mercati e nei supermercati: più compatta, più resistente e più adatta alla coltivazione rispetto alla piccola fragolina europea. Dall’incrocio delle due Americhe e dall’intermediazione botanica francese, la fragola divenne così un prodotto destinato, nei secoli successivi, alla grande diffusione alimentare e alla sua reperibilità nella grande distribuzione.

Questa trasformazione è importante perché ci permette di capire una cosa: quando parliamo di fragola, in realtà parliamo di una lunga variazione storica. C’è la fragolina selvatica degli antichi, piccola, boschiva, quasi nascosta; c’è la fragola ornamentale dei giardini medievali e nobiliari; c’è la fragola moderna, nata dall’incrocio botanico tra specie americane; e ci sono poi le tante identità locali, come la fragolina di Nemi, la fragola di Carchitti e la Favetta di Terracina. Lo stesso nome, insomma, raccoglie frutti diversi, epoche diverse e paesaggi diversi.

Per quanto concerne il nostro territorio romano e, più in generale, regionale, la fragola assume un ruolo importante nell’atlante fruttifero della tradizione laziale, attraversando boschi, sagre, miti, mercati, Castelli Romani, Colli Prenestini e Agro Pontino.

Il primo collegamento geografico che salta alla mente quando parliamo di fragole nel Lazio è senza dubbio Nemi. Straordinario borgo affacciato sull’inquieto e mitologico lago omonimo, celebre per aver celato per secoli le grandi navi imperiali di Caligola, Nemi è nota ancora oggi con l’appellativo di paese dei fiori e delle fragole. La leggenda narra infatti che le famose fragoline di Nemi, che ricordano quei piccoli frutti di cui solevano cibarsi gli antichi,  piccolissime, dolce-acidule e profumatissime, siano nate dalle lacrime sgorgate dagli occhi di Venere dopo la morte del suo amato Adone. Il rosso minuto della fragolina diventerebbe così, nel racconto mitico, una traccia d’amore e di dolore: un piccolo cuore vegetale nato da una ferita divina.
La storia politico-agricola, invece, ci aiuta a saldare il legame di Nemi con le fragole mediante l’Inchiesta Jacini. Si trattò di una grande indagine parlamentare avviata nel 1877 nel neonato Regno d’Italia, sotto il coordinamento del senatore Stefano Jacini, con l’obiettivo di fotografare la situazione agricola postunitaria del Paese: coltivazioni, condizioni delle campagne, arretratezza produttiva, vita contadina e problemi economico-sociali. Negli atti dell’inchiesta, relativi agli anni 1877-1884, Nemi risulta già associata a prodotti ritenuti tipici, tra cui fragole e fiori.

Il legame tra Nemi e le fragoline affonda quindi in una memoria agricola documentata, che unisce bosco, lago, terra vulcanica, raccolta paziente e lavoro femminile. Le fragolare, donne addette alla raccolta e alla vendita del frutto, sono diventate nel tempo figure simboliche di questa tradizione. Nelle loro mani la fragolina passava dalla terra al cesto, dal cesto alla piazza, dalla piazza alla festa. Erano il volto concreto di una filiera minuta e faticosa, fatta di gesti ripetuti, raccolte ravvicinate, pazienza e conoscenza del territorio.

Ogni anno questa memoria torna nella Sagra delle Fragole e Mostra dei Fiori di Nemi, tradizionalmente legata alla prima domenica di giugno. Per il 2026 l’appuntamento è indicato per domenica 7 giugno. La sagra raccoglie un intero paesaggio: il lago, le strade del borgo, i fiori, i cestini, i costumi delle fragolare e quella dimensione sospesa tra mito e provincia romana che rende Nemi uno dei luoghi più riconoscibili dei Castelli.

Ma la fragola, a Roma, ha avuto anche una vita urbana. Nella Roma dei Papi esisteva infatti una festa oggi quasi dimenticata, il Trionfo delle Fragole, che si svolgeva a Campo de’ Fiori il 13 giugno, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova. I fragolari e le fragolare di Roma e dintorni si davano appuntamento con i propri cesti carichi di fragole; al centro della festa veniva posto un grande canestro con la statua del santo, circondata da panieri colmi di frutti, poi distribuiti ai presenti.

Il collegamento con Sant’Antonio racconta uno dei tanti innesti della Roma popolare: il calendario cristiano assorbe il ritmo delle stagioni, il mercato si fa processione, il frutto diventa offerta e la piazza si trasforma in teatro. In questo passaggio si vede benissimo la capacità romana di mescolare sacro e quotidiano, devozione e cibo, calendario liturgico e fame di stagione.

Spostandoci invece sui Colli Prenestini, la freschezza delle fragole è facile trovarla in questo periodo a Carchitti. Qui la fragola ha soprattutto il sapore della festa agricola contemporanea e comunitaria. La 46ª Sagra delle Fragole di Carchitti anima la frazione nei due fine settimana del 9-10 e 16-17 maggio 2026, con fragole, stand gastronomici, spettacoli, arte, tradizione e intrattenimento per famiglie.Carchitti rappresenta l’altra anima della fragola laziale: meno mitologica di Nemi, più legata alla festa di paese, alla primavera agricola, alla convivialità semplice.Allargando lo sguardo al Lazio, un altro prodotto da ricordare è la Fragola Favetta di Terracina, tipica dell’Agro Pontino. A differenza della fragolina di Nemi, che conserva un’aura boschiva e mitica, la Favetta racconta una storia più recente e agricola: è una varietà di origine francese, introdotta nel territorio di Terracina circa cinquant’anni fa, che ha trovato nel clima pontino il proprio habitat ideale.

Dal punto di vista alimentare, la fragola è uno di quei frutti che sembrano arrivare nel momento esatto in cui il corpo chiede leggerezza. Dopo i mesi più freddi e le cucine più dense, porta acqua, freschezza, colore e una dolcezza gentile. È ricca di vitamina C, contiene sali minerali, idrata, rinfresca e rappresenta un ottimo antiossidante.

La sua forza non sta soltanto nei numeri nutrizionali, ma nell’effetto che produce: alleggerisce la fine del pasto, rende più luminosa una merenda, dà colore a una crostata, accompagna panna, limone, vino, zucchero, gelato e creme. È un frutto che non appesantisce il gesto culinario: chiede semplicità, e proprio nella semplicità trova la sua eleganza.

Anche nell’arte e nella letteratura, la fragola ha conservato una certa ambiguità. In Virgilio è frutto pastorale, basso e nascosto nell’erba; nella tradizione mitica può diventare lacrima di Venere; nella Roma popolare entra nei cesti delle fragolare e nel Trionfo di Campo de’ Fiori. Nell’immaginario europeo, poi, compare spesso come segno di piacere breve, dolcezza fragile e desiderio terreno. Basti pensare alle grandi fragole che abitano il mondo visionario del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, dove il frutto assume dimensioni enormi e quasi irreali, diventando simbolo di attrazione, abbondanza e caducità.

È forse questo il fascino più profondo della fragola: sembra innocente, ma porta con sé un’intera simbologia. Nasce bassa, vicino alla terra; si nasconde tra foglie e rovi; matura in fretta; si rovina facilmente; attira lo sguardo con un rosso vivo e tenero. È un frutto fragile, ma proprio per questo potente. Non ha la solennità della vite, dell’olivo o del grano, eppure racconta con immediatezza la stagione, il desiderio, la raccolta, il passaggio rapido della primavera.

Tra Campo de’ Fiori, Nemi, Carchitti e Terracina, la fragola racconta dunque un Lazio diverso da quello dei grandi monumenti: il Lazio dei mercati, dei cestini, delle sagre, dei boschi, delle mani che raccolgono, delle tavole apparecchiate con poco. Dopo il verde dei carciofi e prima del porpora lucido delle ciliegie, la fragola è il passaggio più tenero e luminoso del maggio romano: piccola come un ricordo, rossa come un’emozione, fragile come le rose che durano poco e proprio per questo, incredibilmente e con il sorriso, sono ricordate.

Tags: Favetta di Terracinafragole Laziofragole Romafragoline di NemiSagra delle Fragole Carchittitradizioni romane
Damiano Gasperini

Damiano Gasperini

Funzionario parastatale, scrive di identità, territorio e romanità, con attenzione alla conservazione delle tradizioni, occupandosi anche di attualità e temi sociali.

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