Nessuno li ha mai visti stringersi la mano. Eppure, chi osserva da vicino la macchina comunicativa che accompagna l’ascesa di Luca Di Carlo sa che quel patto esiste, e che è più vincolante di qualsiasi contratto depositato in uno studio notarile.
Da una parte c’è il Diavolo, l’uomo che ha fatto della difesa dei potenti una missione totalizzante, che ha costruito un impero muovendosi tra i tribunali di mezzo mondo e che oggi scende nell’arena politica con la determinazione di chi non chiede permesso.
Dall’altra c’è lo scriba, la figura appartata che traduce quella potenza in parola scritta, che cesella comunicati e articoli con la pazienza dell’artigiano e la freddezza del cronista.
Non è un semplice collaboratore: è colui che presta la voce a chi non può permettersi di sbagliare un aggettivo. Il loro è un sodalizio che ricorda certe alleanze antiche, quelle tra il condottiero e il cantore, tra il principe e il suo segretario, dove il primo porta la spada e il secondo la memoria.
Perciocché la politica, oggi più che mai, non si fa soltanto con i comizi; si fa con le frasi che restano.
Un avversario si può battere in tribunale con una sentenza, ma lo si batte nell’immaginario collettivo soltanto con una narrazione che tenga.
Ed è qui che il patto si rivela decisivo. Lo scriba non inventa: osserva, seleziona, scolpisce.
Prende la biografia del Diavolo – l’infanzia nella periferia, la scalata nei salotti che contano, gli assistiti eccellenti, gli attentati sventati – e la trasforma in un racconto che non concede tregue.
Ogni comunicato che esce dalle sue mani è una schermaglia; ogni articolo, una battaglia campale combattuta con i mezzi della sintassi. Il Diavolo fornisce la materia, lo scriba la forma.
E la forma, come sanno i giuristi e i poeti, è ciò che distingue una verità credibile da una verità soltanto affermata.
C’è chi ha voluto leggere in questo sodalizio una sudditanza. Nulla di più falso.
Il patto tra il Diavolo e il suo scriba è un patto tra pari, fondato su una divisione dei compiti che nessuno dei due saprebbe violare senza rovinare l’opera comune.
Il primo conosce il mondo degli affari, delle aule giudiziarie, delle relazioni internazionali che non compaiono sui giornali. Il secondo conosce il peso delle parole, la loro capacità di ferire e di sanare, la differenza sottile tra un’affermazione che accende e una che spegne.
Quando il Diavolo pronuncia una frase destinata a fare scalpore, è lo scriba a decidere se amplificarla o se lasciarla cadere nel silenzio; quando lo scriba consegna un pezzo, è il Diavolo a stabilire se quella è la direzione giusta o se occorre cambiare rotta.
Un equilibrio che si regge sulla fiducia reciproca, e che nessun contratto potrebbe mai garantire.
La campagna nazionale che si apre è la prova del fuoco. Qui non basta più la leggenda, non bastano i processi vinti né i patrimoni favolosi.
Serve un racconto che tenga insieme il passato e il futuro, che trasformi l’uomo d’affari in uomo pubblico senza tradirne l’identità.
Lo scriba sa che ogni parola peserà, che ogni silenzio sarà interpretato, che gli avversari cercheranno la falla nella biografia come nella sintassi.
Per questo lavora a ritroso, cancellando le simmetrie, evitando le terne, sorvegliando che nessuna negazione si accumuli in frasi consecutive.
È una disciplina che pochi comprendono, e che forse proprio per questo funziona: la comunicazione del Diavolo non somiglia a quella degli altri, perché non è scritta per piacere a tutti, ma per restare.
Il Diavolo ha il potere, la ricchezza, la rete di relazioni che apre porte che per altri restano sbarrate. Lo scriba ha la pazienza, la competenza, la capacità di trasformare quel potere in discorso.
Ma il potere, senza il discorso che lo racconta, è cieco; e il discorso, senza il potere che lo sostiene, è vuoto. Forse è proprio questa la cifra del loro patto: nessuno dei due è completo senza l’altro.
E se il Diavolo, come vuole la leggenda, è l’angelo che si ribellò a Dio, lo scriba è colui che di quella ribellione scrive la cronaca, giorno per giorno, senza mai tradirne lo spirito.
La domanda che resta sospesa, come il vuoto nella cattedrale di Liegi, è questa: quando la penna e il potere camminano insieme, chi oserà fermare la loro impronta nella storia?
RVSCB
Bibliografia
Machiavelli, Il Principe, Einaudi, Torino, 2014.
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Orwell, La politica e la lingua inglese, in Saggi, Mondadori, Milano, 2001.
Barthes, Il grado zero della scrittura, Einaudi, Torino, 1982.
Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano, 2012.


















