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La cena

"Una domenica per un racconto" di Paolo Congedo

Redazione by Redazione
7 Aprile 2013
in Senza categoria
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La cena
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Finito di pranzare -un pranzo frugale-, mi infilai lesto nel grande letto matrimoniale. La camera, ammobiliata con dei pezzi classici, con degli inserti, ripetuti, di specchi, sapeva di buono. Di famiglia sincera. Certo, non era la mia, di famiglia, e neanche lei era mia moglie, ma era stato amore a prima vista. Fin da quando me la presentò, quella sera, un amico comune. Io rimasi a guardarla e ad ammirarla per ore e ore e lei, divertente e leggera, rideva sguaiata alle battute di tutti. Amava la vita e amava la buona tavola, i suoi chili in eccesso ne erano la prova lampante. Lei li viveva male, proprio male, ma io la adoravo proprio per le sue forme morbide, per le sue curve di chubby girl.
Sensuale e materna nel contempo e io che avevo avuto una madre distante, le avrei sfiorate tutte, quelle curve.
Giusto la sera prima, sulle note di “intimità”, uno straordinario brano di Luigi Mariano, sfogliavo le sue foto e la sognavo nuda. Mai avrei potuto diversamente, se non grazie ai miei sogni a buon mercato.
Quella sera, invece, mi invitò ad assaggiare i suoi manicaretti.
Suonai al campanello di quella casa in periferia, ed il marito, piccolo e calvo, venne ad aprirmi. Mi strinse la mano con vigore e con lo stesso tono mi invitò ad entrare. Fu cordiale da subito e da subito mi fece sentire a mio agio. Il salotto, un trionfo di velluto datato, mi abbracciò, quasi, al mio sedermi. Poi si spostò in cucina con fare veloce e tornò con un calice di buon vino rosso prodotto da lui stesso, dalla sua vigna secolare, la stessa vigna che coltivavano da sempre, da generazioni.
Lei apparve sulla porta in un vestitino scuro e un pendente fra i semi maturi e odorosi di miele, e la mia gola deglutì abbondante saliva. Le strinsi la mano che era già tutto chiaro nei miei progetti: l’avrei avuta.
A tavola, lei, amabile e ammaliante, dirigeva il discorso e a me non rimase altro che mangiarmela con gli occhi. Lo vedevo a pieni occhi, quel seno abbondante, nonostante fosse ben coperto. E i suoi occhi? Che dire… Del suo viso di fata, i miei occhi ne avevano pieno il cuore. Lui, di tanto in tanto, si concedeva una battuta, ma noi quasi lo ignoravamo, tanto che sembrava fosse abituato a subire. Anche lei rispondeva alquanto ai miei sguardi e anche a lei piaceva il mio piede sotto il tavolo che la carezzava.
Poi arrivò una telefonata e il marito, con viso dispiaciuto, mi comunicò che doveva ritornare con urgenza in fabbrica, che sarebbe rientrato il giorno dopo, che doveva lasciare a metà la cena.
Lo salutai calorosamente, mentre entrava in auto.
(POV) L’ALTRO PUNTO DI VISTA
Quella stretta di mano fu cordiale come e più di quando entrò in casa.
Una brava persona, in fondo. Certo, un tantino chiacchierone. Forse avrebbe detto fanfarone. Si gli stava meglio fanfarone, come aggettivo, gli calzava a pennello, comunque era anche lui un tipo.
Girò la chiave e la Citroen partì, come sempre, al primo colpo. Non mancò di salutare la moglie e l’invitato che erano ancora sulla porta a sbracciarsi per lui. Gli era dispiaciuto non poco abbandonare la cena, in fondo sua moglie era un ottima cuoca. Era per quello che l’aveva sposata, no? Anche perché, per il resto, cosa potevano avere ancora in comune? A lui piaceva la bella vita, la pittura, la buona musica e la letteratura raffinata mentre lei era rimasta agli anni della loro gioventù. Ascoltava ancora vecchie nenie popolari.
Erano cambiati tanto, nel corso degli anni, erano cambiati soprattutto gli interessi in comune. Lei non aveva voluto proseguire l’università mentre lui frequentava un master dopo l’altro e, ormai, si sentiva realizzato. Gli amici lo esaltavano e il suo editore lo chiamava tutti i momenti per supportarlo e dargli nuova linfa. Tutti credevano in lui. Tutti tranne la moglie.
A lui piaceva sentirsi vivo e gli piaceva essere raffinato, come mezz’ora prima con quella bottiglia di Bordeaux invecchiato. Era un Bordeaux d’annata e lo aveva riservato per le serate speciali, alle persone speciali come il tizio di poco prima.
Come si chiamava, accidenti, gli sfuggiva il nome. Gli importava poco, specie dopo che si era reso conto che lo aveva considerato come fosse un vino prodotto con le sue mani. Aveva addirittura capito che lui avesse continuato a fare il contadino come suo padre, che produceva piccole quantità di olio e vino. Piccole quantità per un uso prettamente familiare. Lui ci era rimasto male ma aveva lasciato correre. In fondo a cosa serviva parlare con le capre?
In auto si sentiva solo e malinconico mentre si avviava in fabbrica, come la chiamava lui, per valutare il problema sorto durante la seconda ristampa del suo best seller.
Di colpo si irrigidì, mentre la striscia continua scorreva sempre più velocemente sotto la vettura, prese una curva in velocità ma riuscì a mantenere l’auto. Rallentò.
Stava pensando alle ultime settimane di sua moglie la quale aveva riscoperto la bellezza dei trucchi e la nuova lingerie. L’aveva vista diversa, interessata alla vita, a ciò che la circondava. L’aveva vista attenta, come a pranzo, quando l’ospite, per uno stupido errore, gli aveva accarezzato il piede. Lui aveva fatto finta di nulla e soprattutto si era reso conto di essere stato il solo a capire l’errore. Discretamente, aveva trovato il modo di sottrarsi al qui pro quo.
Pochi istanti dopo il viso paonazzo di sua moglie e quel boccone deglutito con gli occhi strabuzzati.
In fondo anche lui, ormai, aveva rinunciato a conquistarla da anni.
Lui era un tipo sensibile e pignolo, come quella sera quando, poco prima di uscire, aveva deciso di passare da standby a rec, le telecamere a circuito chiuso dell’antifurto di casa.

Redazione

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