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"Non scrivo poesie. Ma libero un flusso di pensieri che rendo poetico''

Marco Amoroso racconta del suo primo libro "Un grammo e mezzo di me''

Redazione by Redazione
18 Settembre 2013
in Senza categoria
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"Non scrivo poesie. Ma libero un flusso di pensieri che rendo poetico''
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Amoroso
Marco Amoroso

Enza Li Gioi, curatore del  libro ”Un grammo e mezzo di me”,  descrive Marco Amoroso come un ragazzo atipico,  distante dal suo contesto generazionale di attuale 20enne, dalla sensibilità inconsueta, a tratti come legata a generazioni passate. Amoroso frequentava il Poetry Slam, iniziativa della stessa Li Gioi, gara di poesia che si tiene durante i lunedì al Lettere Caffé di Trastevere. Durante il marzo scorso, si confrontò con Enza, da sempre impegnata in ambito culturale e artistico sin dai tempi dell’amatissima rivista “Lettere”.  In occasione di queste serate, le portò alcuni frammenti che possono definirsi come un flusso narrativo libero, che prende forma attraverso un gioco poetico.
Racconti di viaggi emergevano da questi pezzi di carta. Descrizioni leggere e intense che portarono ad una identificazione di prospettive fra il curatore e l’autore dei frammenti.  Enza li definisce come ” una scrittura leggera e intensa, al tempo stesso traccia del tocco profondo verso le cose e gli oggetti che via via emergevano delicatamente su questi pezzi di carta. Mi riconoscevo in questa mania di appuntare anche su fazzoletti da bar e fogli sparsi le esperienze durante i viaggi, mi riportava indietro verso le mie esperienze”.  Il filo conduttore è proprio il viaggio non tanto in senso fisico ma interiore, transitare da una prospettiva ad un’altra. Questo è l’esordio di ”Un grammo e mezzo di me” il primo libro di Marco.
Anche quelli che possono definirsi ipotesti del suo libro sono da intendersi non come autori bensì come luoghi interiori, passages esistenziali.
Dalla Polvere di John Fante, alla Londra di Pinter, Lisbona di Fernando Pessoa, Parigi vista da Marcel Proust, le canzoni di Bertrand Cantat, é nato così il mio primo libro: ” Un Grammo e Mezzo di ME “, nessuna necessità, nessuna pretesa, nessun protagonista a parte il tempo.
COPERTINA

L’intervista.
Marco è un ragazzo giovanissimo ma ha l’aspetto,  la gestualità e il savoir fair di un uomo. Molto maturo e sobrio nell’esternare le motivazioni del suo libro e il suo approccio alla letteratura. Si racconta in questa intervista con una certa determinazione nel riportare lo stile entro cui si avvicina all’arte della scrittura.
Da dove hai attinto l’ispirazione di scrivere e quali esperienze artistiche credi che ti abbiano maggiormente formato? 
Letteratura, teatro, musica. Scrivere è una cosa che ho dentro e che faccio da sempre. E’ una fra le mie più forti passioni come la musica e il teatro. Ho avuto modo di scrivere sin dal Liceo e al tempo stesso di studiare recitazione con docenti preparati. Mi viene in mente quando mi ritrovai ad interpretare “La dodicesima notte” di Shakespeare. Fu la prima occasione per relazionarmi con l’impatto del pubblico. Da qui capii che mi piaceva leggere e ho cominciato a dedicarmi all’attività di ”Reading” in ambianti più o meno raccolti.  Ma anche la musica ha sempre rappresentato per me parte del mio mondo. Sentivo che sul teatro avrei sempre avuto modo e tempo di formarmi ma sulla musica no. Necessitavo di un gruppo per imparare. Questa parte della mia formazione non potevo sacrificarla.
A questo punto vorrei chiederti di esternare qualcosa sulla tua personalità e sul tuo temperamento.
Credo nelle passioni sfrenate, categorie prive di sfumatura come l’amore, l’amicizia non appartengono al mio mondo di percepire il mondo.  Il mio approccio è quasi sempre esistenziale ed interiorizzato. Lo dicono anche i miei viaggi che altro non sono che la trasposizione dei miei stati più intimi.
Londra: grattaceli, grandezza, casino. E’ in quest’ottica di identificazione fra luoghi e stati interiori che si stempera il flusso di coscienza che muove il mio libro.
Non ami definirti uno scrittore di poesie.
Non amo definirmi in genere. Non scrivo poesie. Ma libero un flusso di pensieri che rendo poetico e cerco di volta in volta di attuare un gioco che risulti poetico.
Parliamo allora di luoghi fisici e interiori. Dei tuoi viaggi esistenziali a partire da Londra e a seguire.
Ne sono stato molto attratto. Londra è molto grande, se ci vai in un’eta che sono i 18 anni-  i 19 vedi molte cose che non hai mai visto,  realtà che non hai visto. E un modo per discostarsi dalla propria base di provenienza. Roma è la mia città ma non ci sono legato accanitamente così come non sento un’appartenenza tipicamente italiana.
Londra è come il caos della post- adolescenza, quando ti affacci ad un altro mondo.  Chiude una parentesi, un modo di essere.
In opposizione a Parigi, più a dimensione. Con Parigi non ti ci ti devi misurare, per fortuna è già fatta per te. Un colpo d occhio, come un quadro bellissimo, su orme di personaggi che mi hanno formato e come aver vissuto nei posti che sognavo. A Parigi non ti senti solo.  Se  ritornassi a Londra da solo mi prenderebbe un attacco di panico. Ma Londra o Parigi non sono città ma sono proiezioni.  Sono esperienze e qualcuno diceva che “l’esperienza è quello che ti rimane quando non hai ottenuto quello che volevi”.
 
Oltre al viaggio interiore senti che qualche altra spinta emotiva abbia mosso il tuo libro?
Gli Altri. Nel libro parlo degli Altri. Di qualcosa di loro che ho immedesimato in me.
“Un grammo e mezzo di me”, è infatti un titolo che ho scelto perché tutti lasciamo un poi di noi, come una giusta dose di droga capace di mandarti fuori ma non troppo, una sorta di cocaina platonica.
E oltre a soffermarmi del raccontare gli altri racconto anche del tempo. Il tempo chi ce lo rende? Il tempo va colto in ogni modo, avanza favorevole e ipocrita, malvagio e felice.
Come dovrebbe approcciarsi un ipotetico lettore al tuo libro?
E’ un libro che va letto senza pensare. Non va spiegato, non so dire e dare spiegazioni.
Quando hai dato il manoscritto che impressione hai avuto?
Sono immortale, ecco qua. Con la scrittura posso dire cose che a voce non potrei esternare, non saprei neanche da dove cominciare.
Voglio che chi legge il mio libro si chieda che pensavo in quel momento e non chi sono in genere perché tutto si evolve ed è costantemente indefinito.
Carmelo bene la pensava in questo modo “non voglio fare un capolavoro, voglio essere un capolavoro”. Vivo di imprevisti e  non mi prendo sul serio. Sarebbe limitante.
Che merito ti riconosci maggiormente nella vita? 
Credo di essere bravo a creare movimento. Ho molte idee.  Sono una persona dinamica.  Ma non credo nelle “collaborazioni” artistiche di cui tanto si parla. La collaborazione non esiste. C’ è il confronto con le persone adeguate al tuo modo di essere e di agire. Un altro merito che mi riconosco è quello di saper osservare. Credo di avere una sensibilità accurata.
Che sensazioni provi rileggendoti? 
Il mio libro l’ho riletto solo una volta. Non lo rileggerei, è un momento unico. Semmai mi piace recuperare le cose sui fogli persi qua e là. Ritornare su quei frammenti che poi si sono uniti in “Un grammo e mezzo di me”. Tuttavia rileggendomi rivivo il momento, sento gli odori di quelle storie che ho cercato di esternare. La creatività sta in questo: nel tentativo di svelarsi.
Un libro lo scrivi per te stesso.
Per saperne di più ..
 
di Silvia Buffo
 
 
 
 
 

Redazione

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