La fontana può dissetare per un momento, e poi tornerà la sete, perché la sete non è d’acqua: è di qualcosa che l’acqua non è. Questa immagine, semplice e implacabile, contiene la scoperta che cambia il rapporto con l’esistenza.
Il mondo, questo mondo di cose e di apparenze che nascono e muoiono, non possiede ciò che gli abbiamo chiesto. Non lo possiede perché non lo ha mai avuto.
Chiedere a una persona di renderci felici equivale a chiedere a una fontana di darci il mare.
Tutto ciò che il mondo offre è destinato a durare poco. Il piacere che proviamo davanti a un bel paesaggio, la soddisfazione di un successo professionale, l’euforia di un amore appena nato: sono esperienze reali e preziose, ma hanno una scadenza.
Il tempo le logora. Le circostanze le modificano. La stessa persona che ci ha fatto battere il cuore un giorno ci guarderà con occhi diversi, e noi guarderemo lei con occhi diversi.
Questo non è cinismo. È osservazione. Chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo lo sa.
Il problema comincia quando trasformiamo questa evidenza in una condanna.
Ci sembra che se il mondo non può darci la gioia duratura, allora la vita sia un inganno, e che l’unica risposta possibile sia la disperazione o la ricerca ossessiva di nuovi piaceri che sostituiscano quelli perduti.
Da qui nasce l’oscillazione perpetua tra entusiasmo e delusione, tra attaccamento e abbandono.
Un pendolo che non si ferma mai perché nessuno gli ha detto che può fermarsi.
Oltre la ricerca della felicità e dell’infelicità c’è la pace.
Questa è la scoperta che cambia tutto.
La pace non è l’assenza di problemi, non è la calma piatta di chi si è arreso.
È uno stato dell’essere che non dipende da ciò che accade fuori.
È la consapevolezza che la nostra gioia più profonda non ha una causa esterna, non ha una radice nelle circostanze, ma nasce da quel fondo di noi stessi che nessuna tempesta può raggiungere.
Quel fondo è senza forma.
È ciò che alcune tradizioni chiamano spirito, altre lo chiamano anima, altre semplicemente lo chiamano essere.
Per arrivare a questa pace occorre smettere di chiedere al mondo ciò che il mondo non può dare.
Smettere di pretendere che una persona ci completi.
Smettere di aspettarci che un lavoro ci definisca.
Smettere di credere che un possesso ci renderà sicuri.
Il mondo può offrirci esperienze piacevoli, incontri significativi, occasioni di crescita.
Ma il compito che gli abbiamo affidato per secoli, quello di dirci chi siamo, di darci un senso, di garantirci la sicurezza interiore: quel compito non gli appartiene.
Non è mai stato suo.
L’errore che ha segnato la nostra civiltà è aver confuso il piacere con la gioia.
Il piacere è un’esperienza dei sensi e delle emozioni.
Ha un inizio e una fine, ed è bene che sia così, perché è proprio la sua transitorietà che lo rende prezioso.
La gioia, invece, è una condizione dell’essere che non dipende dal tempo.
Non finisce quando finisce il piacere. Non comincia quando comincia.
È sempre stata lì, e noi non ce ne accorgevamo perché eravamo troppo impegnati a cercarla altrove.
Quando si comprende questo, cambia il modo in cui si vive ogni cosa.
Il lavoro diventa un’occupazione, non un’identità.
Le relazioni diventano incontri, non ancore di salvezza.
I progetti diventano possibilità, non garanzie.
Si continua ad amare e a costruire, a godere dei beni della terra, ma senza quella disperazione nascosta che rende ogni gioia precaria e ogni perdita devastante.
Si vive nel mondo senza appartenere al mondo.
Si usano le cose senza esserne usati.
Resta un’ultima questione, la più difficile da accettare.
Se la felicità non dipende da ciò che accade, se la gioia autentica viene da dentro, come si fa a trovarla? La risposta che le tradizioni spirituali di ogni tempo hanno dato è sempre la stessa, e non è mai piaciuta a nessuno: smettendo di cercarla.
La gioia non è un oggetto da conquistare, è uno stato da riconoscere.
Si è già dentro di noi, come l’acqua dentro la sorgente.
Basta smettere di cercarla fuori per accorgersi che c’era.
Questa è la liberazione più grande.
È la fine di una corsa che non aveva meta, la fine di un’esigenza che nessuno poteva soddisfare.
E il silenzio che segue, quando finalmente smettiamo di chiedere, è il silenzio in cui comincia a parlare qualcosa che non è mai stato zitto.
RVSCB
Bibliografia
Eckhart, Meister, Trattati e predicazioni, Bompiani, Milano 1998.
Giovanni della Croce, Notte oscura dell’anima, Paoline, Milano 1992.
Teresa d’Avila, Il castello interiore, Mondadori, Milano 1997.
Agostino, Le confessioni, Einaudi, Torino 1995.
Kierkegaard, Søren, La malattia mortale, Edizioni di Comunità, Milano 1965.
Weil, Simone, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1976.
Merton, Thomas, La preghiera come amore, Garzanti, Milano 1998.
Tolle, Eckhart, Il potere di Adesso, Astrolabio, Roma 1999.
Hillman, James, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.
Krishnamurti, Jiddu, La libertà dal conosciuto, Astrolabio, Roma 1970.

















