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A via Fani due 007 dovevano proteggere le Br

Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all'ANSA la sua inchiesta

Fabio Galli by Fabio Galli
23 Marzo 2014
in Cronaca
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A via Fani due 007 dovevano proteggere le Br
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Il 16 marzo 1978, Aldo Moro venne rapito in via Fani, a Roma. Un poliziotto in pensione, Enrico Rossi, ha raccontato all’ANSA le sue indagini riguardo ai due misteriosi uomini che erano a bordo di una moto Honda, in via Fani, a Roma, durante il rapimento di Aldo Moro. Le indagini sono nate da una lettera anonima con l’autodenuncia “post mortem” del presunto passeggero della Honda, che ha fornito elementi per risalire al conducente della moto (anche lui morto, nel 2012) e ha riferito che erano “uomini dei servizi con il compito di proteggere l’azione delle Br”.
«Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì».
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 «in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani». Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava “entrando” con il suo motorino sulla scena dell’azione.
«Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge Rossi – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma». E’ una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. «Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade». Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa «una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato». Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi – dall’agosto 2012 – prima di parlare, poi decide di farlo, «per il semplice rispetto che si deve ai morti».
di Fabio Galli

Fabio Galli

Fabio Galli

Fabio Galli è un informatico e giornalista, con una passione per le storie che scavano nel cuore umano e nei segreti nascosti nelle pieghe del quotidiano. Oltre a dirigere un moto club storico a Roma, dove si intrecciano la sua passione per le moto d’epoca e il desiderio di portare avanti tradizioni in un mondo sempre più tecnologico, è un amante della scrittura creativa, del mistero e dei ritorni al passato.

Con il suo romanzo "La porta socchiusa", Fabio esplora il confine tra il ricordo e il presente, raccontando storie di ritorni e segreti sepolti. Con uno stile che affonda le radici nel realismo emotivo, le sue opere riflettono la sua passione per i temi universali dell'identità e del perdono, trasportando il lettore in un viaggio di introspezione e scoperta.

Quando non scrive o gestisce il club, Fabio condivide le sue esperienze di vita quotidiana e tecnologia sui suoi canali digitali, dove combina il fascino delle innovazioni tecnologiche con il rispetto per il passato.

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