C’è una categoria di francesi che conosce la patria meglio di chiunque altro: quelli che l’hanno lasciata. Marianna Rocher appartiene a questa specie rara, forgiata non dai salotti di Parigi ma dalla polvere delle frontiere e dal banco di un’impresa da condurre oltre i confini. Vent’anni di attività imprenditoriale, cinque espatri in tre continenti: il suo è un curriculum che non si legge, si attraversa. È il ritratto di una donna dalle forti convinzioni, cresciuta sul campo e nel confronto costante con la realtà, che ha imparato una verità semplice eppure scomoda: non si ricomincia la propria vita dall’altra parte del mondo senza tenacia, né senza un attaccamento alla propria terra che cresce, paradossalmente, proprio con la distanza.
Oggi quella distanza le ha restituito uno sguardo lucido sullo Stato che ha lasciato alle spalle. Candidata alle elezioni senatoriali, consigliera dei francesi all’estero e responsabile politica dell’8ª circoscrizione per il Rassemblement National, Rocher ha trasformato l’esperienza dell’esilio in una missione: denunciare l’abbandono dei connazionali oltrefrontiera e il cedimento dell’Europa sui propri confini. Dalle frontiere violate ai consolati deserti, la sua è una requisitoria che parte da Ceuta — l’enclave spagnola trasformata in simbolo della resa europea — e arriva dritta al cuore dello Stato francese, accusato di abdicare alla sua missione più elementare: proteggere i propri cittadini.
L’abbiamo incontrata per parlare di frontiere, di consolati, di “Tre I” e di quel 27 settembre che, nelle sue parole, non sarà un semplice appuntamento elettorale ma un vero punto di svolta.
Lei ha trascorso vent’anni lontano dalla Francia, costruendo imprese in tre continenti. Cosa insegna l’espatrio a chi poi torna a guardare la propria patria?
Vent’anni di attività imprenditoriale, cinque espatri in tre continenti: il mio percorso è quello di una donna dalle forti convinzioni, forgiata dall’esperienza sul campo e dal confronto costante con la realtà. Guidare un’impresa e conquistare mercati internazionali mi ha insegnato una cosa semplice: non si ricomincia la propria vita dall’altra parte del mondo senza tenacia, né senza un attaccamento alla propria patria che cresce, paradossalmente, proprio con la distanza. È un paradosso che ho imparato a conoscere bene: più lontano vai, più chiaramente capisci ciò che hai lasciato, ciò che vale la pena difendere. Eppure, da lontano, si vede anche ciò che non funziona. Dalle frontiere europee violate ai nostri consolati abbandonati, si impone un’unica, implacabile constatazione: lo Stato francese sta abdicando alla sua missione più elementare — proteggere i propri cittadini.
Partiamo da Ceuta. Perché proprio questa enclave è diventata, ai suoi occhi, il simbolo di un’Europa che capitola?
Alla frontiera meridionale del continente, l’enclave spagnola di Ceuta rappresenta la dimostrazione più cruda della resa europea. Filo spinato, termocamere, droni: l’arsenale schierato non è mai bastato a contenere una pressione migratoria che l’Europa ha scelto di delegare invece di governare. Nel maggio 2021, migliaia di persone varcarono il confine in poche ore sotto lo sguardo impotente delle autorità: la prova evidente che affidare la custodia dei propri confini a Paesi terzi espone costantemente al ricatto geopolitico. Ceuta non è un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di una politica della rinuncia, di cui l’Europa sconta ogni giorno il prezzo nell’incapacità di garantire la stabilità del continente. Chi volesse liquidarla come un episodio isolato si inganna: è il segnale di una resa che si ripete, e che l’Europa paga ogni giorno in termini di credibilità e di sicurezza.
Questa debolezza alle frontiere, dice, non è un episodio isolato. È il sintomo di qualcosa di più profondo…
È il sintomo di un disimpegno generalizzato dello Stato, subito in prima persona dai nostri connazionali residenti all’estero. Quando la voce diplomatica della Francia si affievolisce, l’intera rete di protezione dei cittadini d’oltralpe — dall’ambasciata fino all’ultimo villaggio in cui risiede una famiglia francese — finisce per sgretolarsi. La debolezza che vediamo a Ceuta non è un caso a sé: è la stessa logica che svuota i nostri consolati, che ritarda i nostri passaporti, che lascia sole le nostre famiglie davanti a una crisi internazionale. Lo Stato si sta ritirando da ogni fronte, e chi paga il prezzo di questo arretramento sono i francesi che vivono fuori dai confini.
Sul campo, come si traduce questo disimpegno? Lei parla di “Tre I”…
Sì, sul campo questo disimpegno si traduce nella formula delle “Tre I”. La prima è l’insicurezza fisica e diplomatica crescente: di fronte all’instabilità globale e al moltiplicarsi delle crisi internazionali, le nostre comunità pagano il prezzo di una presenza strategica indebolita e dell’assenza di un supporto consolare tempestivo. La seconda è l’insicurezza amministrativa trasformata in un percorso a ostacoli: la digitalizzazione forzata ha disumanizzato gli uffici consolari, riducendo il rilascio di un passaporto o di un semplice certificato di stato civile a una prova di resistenza, quando non a un’attesa dai tempi insostenibili. La terza è l’insicurezza sociale e fiscale a carico delle famiglie: rette scolastiche ormai fuori controllo, che rendono inaccessibile a molte famiglie l’accesso agli istituti francesi all’estero; una fiscalità ingiusta che penalizza chi possiede un’unica abitazione in Francia, considerata alla stregua di un bene speculativo invece che per ciò che realmente è — l’ancora fondamentale per garantire un ritorno sereno in patria; un regime iniquo per i pensionati residenti all’estero e un’Assemblea dei Francesi all’Estero ridotta a mero organo consultivo. Su ogni fronte, lo Stato viene meno al dovere di tutelare chi dovrebbe proteggere.
Lei parla di una “duplice resa”. Cosa intende, e perché le elezioni senatoriali del 27 settembre sono decisive?
Siamo di fronte a una duplice resa: un’Europa che cede sui propri confini e uno Stato che abbandona i propri cittadini oltrefrontiera. Per questo le elezioni senatoriali del 27 settembre non rappresentano un semplice appuntamento elettorale, ma un vero punto di svolta. Il Senato non può più restare il luogo del compromesso sterile e delle rinunce silenziose: è arrivato il momento che l’Alta Assemblea torni a essere ciò che dovrebbe essere, un luogo dove si prendono decisioni e si difendono i francesi, non dove si assecondano le rinunce.
Cosa chiede, concretamente, ai grandi elettori?
Il 27 settembre, la scelta dei grandi elettori sarà decisiva. L’obiettivo è portare all’Alta Assemblea una voce ferma, che esiga il pieno controllo delle frontiere, restituisca autorevolezza alla nostra diplomazia e garantisca finalmente servizi consolari e una protezione sociale all’altezza dei doveri della Repubblica verso i propri figli nel mondo. Non servono promesse: servono fatti, una presenza, una voce che non si pieghi.
Un’ultima domanda: crede davvero che la Francia possa svegliarsi?
La Francia non si sveglierà da sola: sta a noi tracciare la rotta.



















