Un’antica usanza siciliana diventa il punto di partenza per una riflessione sul presente. È questa l’idea alla base de La banda muta, il nuovo film diretto da Alessia Bottone e prodotto da Pistacchio Film, realizzato grazie al sostegno del bando Nuovo IMAIE. Per la regista veronese si tratta di un ulteriore passo in un percorso artistico che, in appena sei anni, l’ha portata a realizzare quattro cortometraggi e a collaborare con autori di primo piano del cinema italiano e internazionale, tra cui Pietro Marcello e Luca Guadagnino.
L’opera prende forma da un racconto dello scrittore Gaetano Savatteri, che ha affidato alla regista l’adattamento cinematografico del testo. Al centro della vicenda si trova la “banda muta”, una particolare formazione musicale tradizionalmente presente durante funerali e processioni ma chiamata, paradossalmente, a non eseguire alcun brano. Un’immagine fortemente simbolica che attraversa l’intero racconto.
La storia si sviluppa attorno alla morte di Elio, scrittore ottantenne e figura cardine della narrazione. Attraverso il suo funerale, il film osserva il modo in cui la società contemporanea affronta il dolore e conserva il ricordo di chi non c’è più. Tra i presenti emergono atteggiamenti e comportamenti che invitano a interrogarsi sulla difficoltà di condividere autenticamente il lutto e sulla crescente tendenza a trasformare ogni esperienza personale in un momento da esibire pubblicamente. Un tema che richiama fenomeni attuali legati alla spettacolarizzazione anche degli aspetti più intimi dell’esistenza.
Sebbene la storia affondi le proprie radici nella cultura siciliana, le riprese sono state effettuate interamente a Roma grazie al Premio IMAIE e al Premio Panalight. La produzione ha coinvolto diverse location della Capitale, tra cui la Caserma Gandin, scelta per la sua capacità di restituire un’atmosfera sospesa e rigorosa, perfettamente in linea con il tono del film.
«Girare questo film a Roma è stata una sfida non da poco», racconta Bottone. «Abbiamo dovuto ricreare ambienti, atmosfere e scenari riconducibili alla Sicilia all’interno di una caserma. Grazie al lavoro della scenografa Silvia Del Buono, del colonnello Orazio Bellinghieri e della costumista Marcella De Marinis siamo riusciti a costruire l’immaginario che avevo in mente e a raccontare al meglio la vicenda del protagonista».
Nel film Roma non svolge soltanto il ruolo di sfondo, ma diventa parte integrante della costruzione visiva e narrativa, entrando in dialogo con l’identità siciliana della storia. La regista, che vive e lavora nella Capitale da cinque anni, riconosce alla città un ruolo decisivo anche nel proprio percorso professionale.
«Non avrei voluto realizzare questo progetto in un’altra città», spiega. «Quando abbiamo girato il film non avevo contatti professionali in Sicilia, mentre a Roma avevo già costruito una rete di collaborazioni grazie al lavoro svolto a Cinecittà. All’inizio ambientarmi non è stato semplice, ma col tempo mi sono affezionata profondamente a quartieri come Monteverde, Testaccio e Pigneto».
Il rapporto con Roma nasce nel 2019, anno della vittoria del bando Zavattini, e si consolida attraverso le prime importanti esperienze sui set cinematografici. Tra queste, il lavoro come interprete per Angelina Jolie durante la realizzazione di Without Blood, girato tra Cinecittà e il centro storico della Capitale.
«Poco dopo mi sono ritrovata davanti al Colosseo accanto a Russell Crowe», ricorda la regista. «In quell’occasione lavoravo come assistente personale dell’attore durante le riprese di The Pope’s Exorcist. Sono state esperienze fondamentali per la mia crescita professionale».
Con La banda muta, Alessia Bottone prosegue così una ricerca cinematografica che intreccia memoria, identità e osservazione del presente, utilizzando il linguaggio del cinema per interrogarsi sul significato dei riti collettivi in un’epoca sempre più dominata dalla visibilità.















