Quanti palati ha allietato il FRASCATI DOC? Moltissimi e forse non saranno mai troppi. L’acidità equilibrata, la sapidità caratteristica, le moderate note floreali designano un vino che, da molti secoli, rappresenta la bevuta più felice per romani e non.
Il cuore del Frascati risiede nell’area generata dall’antico Vulcano Laziale. Sulle pendici settentrionali dei Colli Albani, circa 8.300 ettari costituiscono il fulcro di produzione vinicola di questa storica bottiglia, una superficie paragonabile a quella dell’intera città di Vicenza.
Capire la biondezza sapida del Frascati DOC significa scavare nel terreno in cui nasce: ceneri vulcaniche, lapilli, pozzolana, tufo, terre rosse e rocce laviche donano ai vitigni una mineralità immediatamente riconoscibile. Inoltre, l’altitudine dei vigneti, compresa tra i 70 e i 500 metri sul livello del mare, l’esposizione nord-ovest e il clima mediterraneo di transizione, con piogge annuali ed estati asciutte, ne permettono un’eccellente maturazione. Il vino sorge quindi come un bianco sapido, figlio del vento, del vulcano e della luce.
Il suo disciplinare è piuttosto rigoroso: prevede che il Frascati DOC sia ottenuto da Malvasia Bianca di Candia — più produttiva, capace di contribuire al volume e all’immediatezza — e/o Malvasia puntinata, più mandorlata, agrumata e floreale, per almeno il 70%. Il restante 30% può comprendere Bellone, maturo e sapido; Greco, utile ad aggiungere struttura; Bombino bianco, capace di donare un’anima beverina; e Trebbiano, nelle sue due declinazioni: toscano, ampio e neutro, utile anche per quantità, e giallo, più marcato e territoriale.
Il vino Frascati è chiaramente legato all’antica città di Tusculum. Una pittura parietale risalente al V secolo a.C., oggi custodita nel Castello di Agliè, in Piemonte, raffigura due caproni dionisiaci combattenti sotto un tralcio di vite. Rimanendo nell’antichità romana, è giusto ricordare anche Catone il Censore, autore del De agri cultura e proveniente da una famiglia di viticoltori tuscolani. Oppure il mito raccontato dall’autore latino Macrobio, vissuto tra IV e V secolo d.C., che narra di come il grande oratore rivale di Cicerone, Ortensio Ortalo, nel I secolo a.C., utilizzasse il vino tuscolano al posto dell’irrigazione tradizionale per far crescere i suoi lussuosi platani.
Prima di essere quindi il classico vino da “fuori porta”, la beva frascatana rappresenta l’eredità della civiltà agricola romana.
Nel Medioevo, poi, il vino non scompare. Papa Sergio I, rivale dell’imperatore bizantino Giustiniano II, in una bolla nomina le “vigne sotto Frascati” tra via Appia e via Latina. Nel 1515, gli Statuti di Frascati, emanati da Marcantonio I Colonna, sono importantissimi per il vino perché stabilivano zone da destinare a vigneto, modalità per determinare il tempo della vendemmia e regole sul commercio del vino. Il disciplinare cita l’articolo 96, che regolava anche la vendita del vino forestiero e imponeva prezzi e controlli da parte dei soprastanti: una sorta di tutela ante litteram.
Quando poi Frascati, l’intera zona albana e i Castelli Romani in generale diventano luogo di vacanza nobile e cardinalizia, il vino giunge all’apice del successo: il noto “primo sommelier” Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, definisce il vino frascatano uno dei migliori del territorio. Un terroir, quello dove nasce il nostro vino, dominato dalle Ville Tuscolane, storicamente fondamentali anche come luoghi di rappresentanza, otium, giardini, fontane e palazzi nobiliari. Tanto che Frascati diviene meta imprescindibile per il Grand Tour intrapreso da tantissimi intellettuali tra Settecento e Ottocento, come Goethe, Walter Scott, Stendhal, Mark Twain, Ibsen e Zola, e da artisti come Gaspar van Wittel, Charles de Chatillon e Claude Lorrain.
Dal punto di vista letterario, persino il celebre poeta romano Trilussa nomina il Frascati nel componimento Er battesimo civile: “Pe’ nun faje er battesimo davero, / ho battezzato la pupetta mia / co’r vino de Frascati all’osteria / davanti a ‘no stennardo rosso e nero”. Qui il liquido biondo sostituisce l’acqua santa per battezzare una bambina chiamata “Anarchia”. Alberto Bevilacqua, invece, nonostante il cognome, in alcuni suoi versi dedica al vino frascatano parole sensuali e luminose: “T’accenderà questo vino frascatano / il nero immemore degli occhi, / sarà amore sotto la tua nuda pelle dorata / ti donerà ricreata / nel cuore d’altri anni la tua età”.
Nel bicchiere il Frascati DOC si presenta generalmente con un colore giallo paglierino, talvolta attraversato da riflessi dorati appena accennati. Non è un vino che deve imporsi con violenza: il suo fascino è nella misura. Al naso può ricordare fiori bianchi, mela, pera, agrumi maturi, mandorla fresca ed erbe di campo. In bocca la sua identità si riconosce nella freschezza, nella scia sapida e in quella chiusura asciutta che invita naturalmente al cibo.
Per questo il Frascati resta uno dei vini più adatti alla tavola romana. Si abbina felicemente ai fiori di zucca fritti, ai filetti di baccalà, ai supplì, ai carciofi alla romana, alla gricia, alla carbonara, alla cacio e pepe, ma anche alla porchetta dei Castelli, ai formaggi freschi, alle fritture di pesce e ai piatti marini della tradizione laziale. La sua forza è proprio questa: pulisce, accompagna, rinfresca, senza coprire.
Anche l’etichetta, nel caso del Frascati, racconta un mondo. Alcune bottiglie scelgono immagini legate alle Ville Tuscolane, altre richiamano il vulcano, la romanità, la Malvasia, i paesaggi dei Castelli o una sobria eleganza da vino quotidiano. Ma dietro ogni buona etichetta dovrebbe restare chiara la stessa promessa: non un bianco qualunque, ma un vino romano, collinare, vulcanico e popolare.
Bisogna però precisare che parlare di Frascati non significa indicare un’unica espressione vinicola. Il FRASCATI DOC rappresenta la versione più storica, agile e quotidiana: un bianco fresco, sapido, immediato, profondamente gastronomico, perfetto per accompagnare la tavola romana senza sovrastarla. Diverso è il discorso per il Frascati Superiore DOCG, che ambisce a una maggiore struttura, a una più evidente profondità gustativa e a una beva meno semplice, più adatta anche a piatti importanti o a una degustazione più attenta. Accanto a questi vive poi il Cannellino di Frascati DOCG, anima dolce e antica della denominazione, ottenuto da uve raccolte tardivamente e talvolta leggermente appassite: dorato, morbido, avvolgente, ideale con ciambelline al vino, crostate, pasticceria secca e dolci della tradizione castellana
Il Frascati DOC, quindi, non è soltanto una bevanda. È un paesaggio liquido. È la luce dei Castelli, la memoria di Tusculum, l’eco delle ville nobiliari, il vociare delle osterie, il dialetto di Trilussa, il pranzo domenicale, il bicchiere fresco accanto a un fritto dorato. Un vino semplice solo in apparenza, capace di raccontare Roma senza nominarla troppo: con la sua biondezza sapida, la sua beva gentile e quel gusto finale che sa di terra vulcanica, pane, luce e convivialità.

















