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Dati ISPRA: meglio l’aria, peggiora la cementificazione dei territori

Pubblicati venerdì 11 ottobre i dati ISPRA sulla qualità dell’ambiente urbano per 60 comuni del paese. Roma Capitale del traffico.

Redazione by Redazione
18 Ottobre 2013
in Senza categoria
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Dati ISPRA: meglio l’aria, peggiora la cementificazione dei territori
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Pubblicati venerdì 11 ottobre i dati della IX edizione ISPRA sulla “qualità dell’ambiente urbano” per 60 comuni del paese. Al centro dell’indagine il monitoraggio della concentrazione di sostanze inquinanti nell’aria, la qualità ed efficienza della mobilità del traffico automobilistico su strade urbane, la qualità della mobilità del traffico automobilistico e l’approvvigionamento idrico.
di Marco Caffarello
 
Pubblicati venerdì 11 ottobre gli attesi dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) sulla “qualità dell’ambiente urbano” per 60 comuni del paese, dal Nord al Sud.
Al centro dell’indagine dell’ente il monitoraggio della concentrazione di sostanze inquinanti presente nell’aria, la qualità e la presenza del verde nelle aree edificate, la qualità ed efficienza della mobilità del traffico automobilistico su strade urbane, l’approvvigionamento idrico e il processo di cementificazione delle aree rurali. Obiettivo dello studio, arrivato alla sua IX edizione, conciliare la qualità della vita dei cittadini con l’impegnativo impegno della sostenibilità ambientale.
Dagli ultimi dati emergono, nonostante gli ultimi allarmi lanciati da varie associazioni ambientaliste, alcuni miglioramenti, sopratutto per ciò che riguarda la qualità generale dell’aria. I dati ISPRA dimostrano infatti una complessiva inversione di rotta delle condizioni ambientali,probabilmente dovute a politiche più efficienti e con le quali la sostenibilità dello sviluppo è il centro di ogni scelta da adottare.
Nel periodo compreso tra il 2011 e il 2012, riferisce l’ISPRA, la concentrazione nell’aria delle sostanze inquinanti è stata generalmente in calo, una realtà che ha riguardato 56 delle 60 città campione. L’impatto che l’aria ha sulla nostra salute può essere valutato, spiega ISPRA, sia attraverso lo studio e quantificazione degli effetti nella salute, come ad esempio l’aumento delle affezioni delle vie respiratorie ola maggior incidenza dei casi d’asma, ma anche grazie all’uso di rilevatori appostati nelle città e che i comuni hanno l’obbligo di installare, realtà inoltre disciplinata dalla stessa UE.
Il monitoraggio della qualità dell’aria si è concentrato in particolare sul rilevamento di alcune sostanze tossiche ed inquinanti come il benzene, l’Ozono troposferico, il biossido d’azoto, nichel, cadmio, arsenico e particolato (PM10).
Desta la preoccupazione dei ricercatori l’ancora attuale alta concentrazione atmosferica di una specifica classe inquinante, il Particolato Primario, PM10, o Materia Particolata,  sebbene rivelata solo nelle grandi città, sopratutto del centro-nord, della Campania e della Sicilia. Si tratta di una materia presente nell’aria sotto forma di particelle microscopiche, facilmente respirabile, la cui esistenza è dovuta ai processi di combustione di attività legate all’uomo, quali possono essere motori a scoppio, impianti di riscaldamento, inceneritori, usura dell’asfalto e delle gomme, ec. Un vero nemico della nostra salute che ha causato, prendendo come riferimento solo le casistiche relative al biennio 2006 -2008, 5876 morti in Italia. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le morti dovute all’inalazione di PM10 sono pari allo 0,5% delle cause totali dei decessi in un anno. In particolare l’aumento del PM10, testimone concreto della costante crescita demografica delle popolazioni urbane, è dovuto, riferiscono i dati, alla crescita dell’uso dei riscaldamenti domestici, realtà che incide per un 37% della presenza complessiva del pulviscolo nell’aria.
Un realtà che non può non mettere al centro il bisogno di arrivare, nel minor tempo possibile, a politiche che rilancino l’uso di sistemi ecologici e sostenibili di riscaldamento dei contesti urbani, quali ad esempio l’uso di specifici materiali capaci di ottimizzare l’immagazzinamento del calore solare, o dei pannelli solari termici,ec.
Nonostante ciò, riferiscono i dati, sebbene oltre il livello d’allarme consentito ne rimane la concentrazione, si è comunque registrata nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011 una debole ma significativa riduzione di PM10, sopratutto nelle realtà di Roma, Taranto, Bari, Milano, Napoli, Aosta e Torino.
L’altra causa  di PM10 nell’aria, incidente per un 31%, è la crescita del traffico automobilistico urbano, fenomeno che è, tuttavia, anche alla base dei livelli troppo alti di un altro grande nemico per l’atmosfera, l’azoto. Causa degli alti livelli di concentrazione di biossido d’azoto l’eccessivo uso dei trasporti  per 49 delle 60 città oggetto del monitoraggio ISPRA.
Anche in questo caso il trend  resta decrescente, unica eccezione la città di La Spezia, dove il porto navale, sostengono i ricercatori, può giocare un ruolo. Caratteristica che coinvolge per sua stessa natura altre città come Napoli, Genova e Livorno, contesti urbani in cui sono stati riscontrati, sebbene decrescenti, alti livelli del gas. In altre città come Brindisi, Taranto e Sassari, l’elevata concentrazione di azoto, gas generato dalle combustioni a temperature molto alte, è dovuto, riferisce ISPRA, alla massiccia produzione degli impianti siderurgici ed industriali, che, come l‘ILVA di Taranto conferma, contribuiscono sistematicamente all’inquinamento dell’ambiente e ad ammalare la salute dei civili.
Anche altre sostanze, dimostrano fortunatamente i dati, sembrano diminuire; tracce di benzene, monossido di carbonio e biossido di zolfo non superano, infatti, i livelli d’allarme che negli anni precedenti erano stati invece riscontrati. Probabilmente è un successo che si deve al progresso delle tecnologie, che hanno così permesso di ridurre la quantità utilizzata nella lavorazione, produzione e raffinazione dei combustibili delle industrie e delle macchine. In netto calo sopratutto il benzene di cui, sebbene rappresenti ancora oggi la principale sorgente emissiva di sostanze inquinanti per quasi tutte le città analizzate, 50 su 60, incidendo per un equivalente del 50% nel panorama delle sostanze inquinanti, da un attenta lettura dei dati e da un conseguente confronto con quelli precedenti, si registra un vero crollo: – 42% a Trieste, – 78% a Genova. Le sole città dove ancora elevate sono le presenze di benzene sono Roma, Milano e Taranto. Non è un caso, quindi, che la Capitale d’Italia sia la città nel paese ad avere il maggior numero di autovetture private che superano il milione e 600mila unità. Seconda in questa classifica della città con il maggior traffico urbano, Milano con 600mila autovetture private, seguono Napoli con 500mila e Torino.
Se tuttavia sono in calo le emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, probabilmente in parte dovuto all’attuale condizione di crisi economica che ha rallentato la produzione industriale e generato un calo degli acquisti, i dati ISPRA mostrano invece in crescita il fenomeno di cementificazione del suolo. Così infatti recita il comunicato stampa ufficiale dell’Istituto:
 
“Crescono le superfici artificiali e impermeabili: nel complesso le 51 aree comunali soggette a monitoraggio hanno cementificato un territorio pari a quasi 220.000 ettari (quasi 35.000 solo a Roma), con un consumo di suolo giornaliero pari a quasi 5 ettari di nuovo territorio perso ogni giorno (sono circa 70 a livello nazionale). Il 7% del consumo giornaliero in Italia è concentrato nelle 51 città analizzate. In testa Napoli e Milano che hanno ormai consumato più del 60% del proprio territorio comunale. La maggior parte dei Comuni indagati ha destinato a verde pubblico meno del 5% della propria superficie; a Messina, Cagliari e Venezia le più alte quote di aree naturali protette, fondamentali per la conservazione della biodiversità urbana.”
 
E’ ovvio che la violenza perpetrata ai danni dell’ambiente e delle superfici edificabili non possa non investire anche le sue stesse risorse, come l’acqua. Particolare attenzione è stata dedicata, infatti, all’acqua, sia nei termini di consumo, sia nei termini di “rete”, quali sono i sistemi di rete fognaria, di distribuzione, di depurazione, ec. Anche per questa indagine emergono dati confortanti: il consumo medio dell’acqua da parte della popolazione nel 2011 è infatti calata del 14,5% rispetto al 2000. Ad essere le più virtuose, le città di Monza, Parma, Piacenza, Genova, Torino e Novara. Se molti sono i centri urbani ad aver dimostrato un’affidabilità del risparmio idrico, questione centrale, sopratutto in prospettiva, dato il costante aumento demografico della popolazione mondiale, pochi invece sono le realtà autosufficienti: solo Valle d’Aosta, la provincia autonoma di Trento, l’Abruzzo, la Sicilia e la Sardegna hanno dimostrato di essere autosufficienti dal punto di vista idrico. Le altre, invece, sono tutte impegnate in un complesso scambio idrico, sistema nel quale la Puglia recita la parte della regione meno autosufficiente, mentre la Basilicata, la regione che più di ogni altra sopperisce alle mancanze dei territori limitrofi, Puglia compresa che riceve dalle terre lucane il 60% delle acque potabili e da destinare ai servizi.
 
http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/stato-dellambiente/qualita-dellambiente-urbano-ix-rapporto.-edizione-2013

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