Due carabinieri italiani costretti a inginocchiarsi e minacciati da un colono israeliano nei Territori Occupati. Non è una scena di un film distopico, ma un episodio reale che ha spinto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare l’ambasciatore israeliano in Italia. Un gesto diplomatico formale, doveroso, ma che rischia di restare simbolico davanti a una questione molto più ampia: la percezione di una libertà d’azione quasi illimitata concessa a Israele, anche quando travalica il diritto, il buon senso e il rispetto delle istituzioni straniere.
L’episodio non è isolato. Da anni i coloni israeliani nei territori palestinesi operano in un contesto di protezione militare e politica che spesso sfocia in abusi, intimidazioni e violenze, raramente punite con decisione. Che un cittadino israeliano possa permettersi di umiliare militari di un Paese alleato come l’Italia senza apparenti conseguenze immediate è un segnale inquietante: non solo di arroganza individuale, ma di un sistema che tollera, quando non giustifica, l’arbitrio.
Israele è una democrazia, alleata dell’Occidente e partner strategico. Ma nessuna alleanza può trasformarsi in una licenza permanente di ignorare le regole, il diritto internazionale e la dignità degli altri. Quando la protezione politica diventa impunità, la democrazia si indebolisce e la credibilità dell’Occidente si erode.
La convocazione dell’ambasciatore è un passo, ma non basta. Serve una presa di posizione più netta: l’amicizia non può significare silenzio, e la sicurezza non può giustificare ogni abuso. Se Israele vuole continuare a essere considerato una democrazia modello, deve dimostrarlo anche nei comportamenti dei suoi cittadini e nella risposta delle sue istituzioni.
Perché la libertà senza responsabilità non è democrazia: è prepotenza istituzionalizzata.




















