Roma — Mezzo secolo di relazioni diplomatiche. Un traguardo che, nel linguaggio asciutto delle cancellerie, suona come una data da registrare negli annali, un numero da archiviare, un anniversario da celebrare con i consueti cerimoniali.
Ma quando si parla del legame tra il Regno del Marocco e la Santa Sede, quei cinquant’anni raccontano una storia molto più profonda, molto più viva, molto più necessaria. Non solo un rapporto tra uno Stato e un’istituzione religiosa, ma un modello, forse unico nel suo genere, di come il dialogo tra il mondo islamico e quello cristiano possa non solo esistere, ma prosperare, diventare fertile, produrre frutti di pace e di comprensione reciproca.
Un modello che in un tempo segnato da divisioni crescenti e da muri che si innalzano ovunque, si fa esempio luminoso di ciò che la pazienza, il rispetto e la volontà di incontrarsi possono costruire.
Per celebrare questa ricorrenza, l’Ambasciata del Regno del Marocco presso la Santa Sede ha promosso un evento ufficiale di altissimo profilo, ospitato dalla Pontificia Università Gregoriana e realizzato in collaborazione con il Sovrano Militare Ordine di Malta, due istituzioni che da sempre incarnano, ciascuna a suo modo, l’impegno per il dialogo, la cultura e l’azione umanitaria.
L’incontro, che si è svolto nella storica sede della Gregoriana, cuore pulsante della cultura teologica e filosofica della Chiesa universale, ha rappresentato molto più di una cerimonia celebrativa. È stato un momento di riflessione profonda, un’occasione per ripercorrere il cammino comune di questi cinquant’anni e, soprattutto, per guardare avanti, alle sfide che attendono un mondo sempre più frammentato, lacerato da conflitti che sembrano non avere fine, scosso da venti di guerra che soffiano con violenza inaudita.
A dare il tono ai lavori sono state le voci di alcuni tra i più autorevoli protagonisti di questo dialogo. In prima fila, André Azoulay, Consigliere di Sua Maestà il Re Mohammed VI, figura di straordinaria statura intellettuale e politica, da decenni testimone e artefice della visione marocchina di un Islam aperto, tollerante, capace di dialogo con l’altro. Al suo fianco, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, che con la sua consueta misura e profondità, con quella pacatezza che non è mai debolezza ma sapienza, ha voluto sottolineare il valore unico di questa relazione, fondata non su calcoli di opportunità ma su un comune impegno per la pace e la dignità umana.
A fare gli onori di casa è stata Rajae Naji, Ambasciatrice di Sua Maestà il Re del Marocco presso la Santa Sede, che con passione e competenza ha ripercorso le tappe principali di questo mezzo secolo, ricordando come il Regno del Marocco abbia sempre fatto della convivenza e del rispetto delle diversità una scelta di fondo, una cifra identitaria che precede e supera qualsiasi contingenza politica.
E proprio su questo punto si è concentrata una parte significativa del dibattito, che ha visto alternarsi voci autorevoli del mondo accademico e religioso.
Abdellah Ouzitane, Presidente dell’Università Al Mowafaqa di Rabat, ha offerto una prospettiva preziosa sul ruolo del Marocco come laboratorio di dialogo interreligioso nel cuore del mondo islamico, sottolineando come l’insegnamento della convivenza non sia un’opzione ma una necessità per le nuove generazioni. Ambrogio Bongiovanni, Decano della Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Gregoriana, e Alfredo Luciani, docente della stessa Università ed esperto di dialogo interreligioso, hanno contribuito con le loro riflessioni a delineare un quadro completo e articolato, dove la teologia del dialogo si intreccia con la prassi diplomatica e con l’impegno concreto per i più vulnerabili.
Il ruolo del Marocco, in questo quadro, è emerso con chiarezza. Non solo come Paese a maggioranza musulmana che ha saputo custodire e valorizzare la propria componente ebraica e cristiana, ma come attore consapevole e protagonista sulla scena internazionale.
L’iniziativa del Re Mohammed VI per la formazione degli imam e delle imam, il sostegno alle comunità cristiane in Medio Oriente, l’impegno per la pace in Palestina e in tutto il Mediterraneo, sono stati richiamati come esempi di una politica che non si accontenta di dichiarazioni di principio, ma traduce in azioni concrete la volontà di costruire ponti. E dall’altra parte, la Santa Sede, con la sua rete diplomatica capillare e la sua autorevolezza morale, ha trovato nel Marocco un interlocutore privilegiato, capace di capire e di sostenere un approccio alle relazioni internazionali che mette al centro la persona umana, la sua dignità, la sua libertà religiosa.
In questo quadro, la figura del cardinale Pietro Parolin emerge con forza: non solo come il diplomatico che ha saputo coltivare con sapienza questo rapporto negli anni, ma come l’uomo di Chiesa che incarna nella sua stessa persona la possibilità di un dialogo vero, profondo, che non teme le differenze ma le accoglie come ricchezza. La sua presenza all’evento, le sue parole misurate ma cariche di significato, hanno rappresentato il sigillo di un impegno che la Santa Sede non ha mai fatto venire meno, e che sotto la sua guida ha trovato espressione compiuta.
Un ruolo fondamentale, in questo percorso, è stato giocato anche dal Sovrano Militare Ordine di Malta, la cui presenza all’evento ha sottolineato l’importanza della dimensione solidale e dell’azione concreta.
L’Ordine, da sempre impegnato in attività umanitarie in tutto il mondo, condivide con il Marocco e con la Santa Sede una visione della cooperazione internazionale che non si limita all’assistenza materiale, ma si fa carico della sofferenza delle persone, senza distinzione di fede o di nazionalità.
In un tempo in cui i conflitti sembrano moltiplicarsi e le crisi umanitarie si susseguono senza tregua, questo impegno comune diventa un messaggio potente, un’alternativa concreta alla logica dello scontro.
L’evento si è concluso con un’analisi delle prospettive future, con uno sguardo rivolto alle sfide che attendono il dialogo tra culture e religioni nel prossimo futuro.
E il messaggio che è emerso con forza è stato quello della continuità. Non una continuità statica, ripetitiva, ma una continuità dinamica, capace di rinnovarsi e di adattarsi alle nuove circostanze. Il Marocco e la Santa Sede, dopo cinquant’anni di relazioni diplomatiche, hanno dimostrato di avere gli strumenti e la volontà per affrontare insieme le complessità di un mondo in rapido cambiamento.
Hanno dimostrato che il dialogo non è una concessione, ma una necessità. Che la pace non è una tregua, ma un lavoro quotidiano. Che il rispetto dell’altro non è una debolezza, ma la più grande delle forze. E in questo percorso, il cardinale Parolin ha incarnato con la sua presenza discreta ma incisiva, con la sua capacità di ascolto e di mediazione, con la sua instancabile dedizione al servizio della pace, quella continuità di intenti che ha reso possibile questo mezzo secolo di fruttuosa collaborazione.
Si moltiplicano i muri e le barriere, la paura dell’altro sembra diventare il principale motore delle politiche nazionali e internazionali, l’urgenza di trovare nemici da combattere sembra prevalere su ogni altra considerazione, la celebrazione di questi cinquant’anni di dialogo tra il Marocco e la Santa Sede ha offerto una prospettiva diversa, quasi controcorrente.
Ha ricordato che un’altra strada è possibile. Che le religioni, quando sono vissute con autenticità e con il coraggio di aprirsi all’altro, non sono motivo di divisione, ma risorsa inestimabile per la costruzione della pace. E che il dialogo, quello vero, quello che chiede pazienza, ascolto, capacità di mettersi in discussione, è ancora la via maestra per uscire dalla barbarie della guerra e dell’odio.
Un messaggio che, alla vigilia di una Pasqua che si annuncia ancora una volta segnata dai conflitti in Medio Oriente e nel cuore dell’Europa, acquista un valore profetico. Perché la pace non si costruisce con i trattati, né con le armi. Si costruisce con le relazioni, con il tempo, con la pazienza di chi sa aspettare e con la determinazione di chi non si arrende. Come hanno insegnato, per cinquant’anni, il Marocco e la Santa Sede.
E come ha saputo testimoniare, con la sua sapienza e la sua umiltà, il cardinale Pietro Parolin, che di quella pace è stato, in questi anni, uno degli artefici più preziosi e più silenziosi.
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