Festa del cinema di Roma 2026: L’attore e regista italiano riflette sulla messa in scena cinematografica, il rapporto con la regia di Jean-Pierre Jeunet e la sfida di tradurre la grande letteratura sul grande schermo.
Sergio, da regista oltre che da attore, come giudica lo sguardo e il lavoro di regia di Jean-Pierre Jeunet su questo film?
R: Ho sempre adorato Jean-Pierre. È un vero maestro perché sa maneggiare il dramma e il melodramma con una sapienza rara, condendo tutto con quel suo tocco inconfondibile di surrealismo e leggerezza. Sul set ho ritrovato esattamente questo: la capacita di prendere un racconto intriso di dolore, lutto ed empatia e trasformarlo in un percorso di rinascita pieno di vita. In questo caso, poi, Jeunet è riuscito in un’impresa quasi invisibile: è stato capace di nascondersi dentro le pagine del romanzo di Valérie Perrin. Il suo stile visivo non ha prevaricato la storia, l’ha amplificata.
D: Lei ha un’esperienza lunghissima e riconosciuta negli adattamenti cinematografici, pensiamo al sodalizio con sua moglie Margaret Mazzantini. Che difficoltà si incontrano nel dirigere un film tratto da un bestseller?
R: Se c’è una cosa che mi si può riconoscere, è proprio una certa competenza sui film tratti dai libri. Mettere in scena un romanzo, soprattutto quando ha avuto un successo planetario, è un’operazione complessa e rischiosa. Spesso si assiste a uno strano paradosso: da romanzi mediocri si riescono a ricavare capolavori cinematografici, mentre da opere letterarie straordinarie talvolta nascono film del tutto ordinari. Trovare la giusta chiave di regia senza tradire l’anima del testo è un equilibrio difficilissimo, ed è per questo che trovo formidabile il risultato ottenuto da Jeunet.
D: C’è stato qualche confronto da regista a regista tra lei e Jeunet sul montaggio o sulle scelte di regia?
R: Vogliamo svelare un retroscena? Jean-Pierre in montaggio mi ha tagliato una scena molto importante, una sequenza in cui si raccontava a fondo il “retrobottega dell’anima” del mio personaggio, Sasha! È chiaro che da attore un po’ ti dispiace, ma da regista l’ho capito al cento per cento. Avendo diretto diversi film, so perfettamente che l’arte della regia è fatta anche di rinunce: a volte, per far funzionare il ritmo di un racconto, devi avere il coraggio di eliminare cose bellissime.
D: Cosa porta a casa, nel suo bagaglio da artista, da un’esperienza di regia come questa gestita da altri?
R: Come dico sempre, di un film non è importante solo la fase di realizzazione, ma i ricordi e le lezioni che ti porti a casa. Lavorare con Jean-Pierre mi ha ricordato quanto sia fondamentale la complicità sul set, anche quando si gira in contesti apparentemente cupi come un cimitero. E poi ritrovare quella leggerezza italiana nel dramma è sempre un bell’esercizio di regia e di recitazione.
Anna Rita Santoro

















