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Il banco frigo spento

Caffè della VerGOGNA - edizione del 3 Novembre 2026

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
3 Novembre 2026
in Editoriale
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Il banco frigo spento

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Caffè della VerGOGNA – edizione del 3 Novembre 2026

Un attacco informatico ha mandato in tilt i sistemi della grande distribuzione nella notte, e all’alba i banchi frigo dei supermercati sono rimasti spenti mentre i responsabili delle catene cercavano di capire quali dati fossero stati esfiltrati e quali pagamenti fossero rimasti sospesi. A Palazzo Chigi è stato convocato un vertice dell’intelligence, come si conviene a ogni emergenza che finisce sui giornali, e i tecnici hanno rassicurato che la situazione è sotto controllo mentre i clienti, davanti alle porte chiuse di un punto vendita, guardavano il proprio telefono per capire se la spesa fosse stata addebitata due volte. Le infrastrutture digitali del Paese, che reggono ormai la logistica, i pagamenti e le forniture alimentari, sono esposte a un rischio che nessuno ha mai voluto prendere sul serio, e la scoperta arriva ogni volta dall’emergenza invece che dalla prevenzione.

 

Nelle stesse ore, l’Agenzia delle Entrate ha inviato le sue comunicazioni prima delle scadenze di novembre, e il meccanismo è quello di sempre: incrocio dei dati dei bancomat, conteggio dei chilometri del pendolarismo, revisione delle detrazioni. Se un cittadino lavora, viene controllato con una precisione che nessun altro settore pubblico conosce, mentre chi gestisce la cosa pubblica si aumenta gli staff e delega le responsabilità ai comitati d’emergenza. Lo Stato che ha lasciato marcire le proprie infrastrutture ha trovato il modo di essere chirurgico soltanto con chi paga le tasse, e la sproporzione tra l’attenzione riservata al contribuente e quella riservata ai grandi sistemi è la misura esatta di come sia stata pensata la macchina.

I governatori regionali hanno protestato contro i tagli da centinaia di milioni di euro alla sanità pubblica, e le corsie degli ospedali si sono svuotate mentre le liste d’attesa si allungano fino all’anno successivo. Chi ha bisogno di una visita specialistica sa che dovrà aspettare mesi, e chi ha la possibilità di pagare si rivolge altrove: la sanità pubblica, che è il più grande patrimonio di questo Paese, viene smontata pezzo per pezzo mentre i governatori, anche quelli di centrodestra, alzano la voce contro un governo che taglia proprio le voci di spesa che riguardano i più fragili. Le loro proteste hanno il merito di dire ad alta voce ciò che i cittadini scoprono ogni giorno in sala d’attesa.

Sui mercati internazionali l’energia è arrivata a costare dodici volte quanto costa negli Stati Uniti, e la soluzione di Palazzo è stata il solito gioco delle tre carte: annunci in televisione la sera, mannaia sulla spesa sociale la mattina. Il confronto con l’America è impietoso e nessuno, in Europa, ha ancora spiegato perché un continente che importa energia a prezzi competitivi la rivenda ai propri cittadini a un prezzo che rende impossibile competere con chiunque altro. Le imprese italiane, che già convivono con la burocrazia e con il costo del lavoro, pagano la bolletta più alta d’Occidente e poi ascoltano i ministri parlare di crescita.

Da questo sfondo è arrivata la voce del leader corsaro, che ha parlato di un Palazzo che ha paura dei lavoratori e delle piazze, di un fisco cannibale che usa gli algoritmi come clava, di un teatrino da sventrare. Le sue parole hanno il merito di intercettare un umore reale, quello di un Paese che si sente trattato da suddito e che cerca un interprete capace di dirlo senza giri di parole. La politica, che da anni risponde a ogni protesta con un vertice d’urgenza e a ogni emergenza con un comitato, ha smesso di offrire soluzioni e si limita a gestire il malcontento, e chi promette di sventrare il teatrino troverà ascolto finché quel malcontento resterà senza risposta. Il punto, però, è che sventrare un teatrino è facile; costruire qualcosa al suo posto richiede competenza, tempo e una pazienza che nessuno ha più voglia di concedere.

I palazzi governativi sono stati transennati ancora una volta, e le transenne, che dovrebbero durare il tempo di una manifestazione, sono diventate l’arredo permanente di una capitale che ha smesso di distinguere la normalità dall’emergenza. Nei bar di periferia, dove si paga il conto di ogni crisi, l’unica certezza è che a saldare il costo della farsa di Palazzo sono sempre gli stessi, e che i banchi frigo, quando si spengono, si spengono per tutti. Su un marciapiede davanti a un supermercato chiuso, accanto a un carrello vuoto che nessuno ha spostato, resta il ronzio di un generatore che tenta di tenere accesa la luce, e sotto quella luce, in attesa di sapere se il proprio carrello esiste ancora, c’è un uomo che ha capito prima degli altri come funziona.

Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino, 2013
Tito Boeri, La crisi non è uguale per tutti, Rizzoli, Milano, 2015
Guido Crainz, Il paese reale, Donzelli, Roma, 2012
Marco D’Eramo, Il selfie del mondo, Feltrinelli, Milano, 2017
Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina, Milano, 2017
Andrew Keen, Internet non è la risposta, Mondadori, Milano, 2015
Luc Boltanski, Ève Chiapello, Lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1999

The Darkened Fridge Rack Coffee of SHAME, November 3, 2026 Edition

A cyberattack paralysed retail systems overnight, and at dawn the supermarket freezer aisles remained dark while chain managers tried to determine what data had been exfiltrated and what payments remained suspended. At Palazzo Chigi an intelligence summit was convened, as is proper for every emergency that hits the papers, and technicians reassured that the situation was under control while customers, before the closed doors of a store, checked their phones to understand whether groceries had been charged twice. The country’s digital infrastructure, which now supports logistics, payments and food supply, is exposed to a risk no one ever wanted to take seriously, and the discovery always arrives through emergency rather than prevention.

In the same hours, the Revenue Agency sent its communications before November deadlines, and the mechanism is the usual one: cross-checking debit card data, counting commuter kilometres, reviewing deductions. If a citizen works, they are checked with a precision no other public sector knows, while those managing public affairs increase their staff and delegate responsibilities to emergency committees. The state that let its own infrastructure rot has found a way to be surgical only with those paying taxes, and the disproportion between attention reserved for taxpayers and that reserved for major systems is the exact measure of how the machine was designed.

Regional governors protested against cuts of hundreds of millions of euros to public healthcare, and hospital wards emptied while waiting lists lengthened into the following year. Whoever needs a specialist visit knows they will wait months, and whoever can afford to pay turns elsewhere: public healthcare, the greatest asset of this country, is dismantled piece by piece while governors, even centre-right ones, raise their voices against a government cutting precisely the expenditure items concerning the most fragile. Their protests have the merit of saying aloud what citizens discover every day in waiting rooms.

On international markets energy has reached twelve times the cost of the United States, and the Palace solution was the usual three-card monte trick: announcements on television in the evening, axe on social spending in the morning. The comparison with America is pitiless, and no one in Europe has yet explained why a continent importing energy at competitive prices resells it to its own citizens at a price making competition with anyone else impossible. Italian enterprises, already living with bureaucracy and labour costs, pay the highest bill in the West and then listen to ministers speak of growth.

From this backdrop came the voice of the corsair leader, who spoke of a Palace fearing workers and squares, of a cannibalistic treasury using algorithms as batons, of a theatre to gut. His words have the merit of intercepting a real mood—that of a country feeling treated like a subject and seeking an interpreter capable of saying it without beating around the bush. Politics, which for years has answered every protest with an emergency summit and every emergency with a committee, has stopped offering solutions and merely manages discontent, and whoever promises to gut the theatre will find listening ears as long as that discontent remains unanswered. The point, however, is that gutting a theatre is easy; building something in its place requires competence, time and a patience no one wants to grant anymore.

Government buildings were barricaded once again, and the barriers, which should last the time of a demonstration, became permanent fixtures of a capital that stopped distinguishing normality from emergency. In peripheral bars, where the bill for every crisis is paid, the only certainty is that the cost of the Palace farce is always settled by the same people, and that the freezer racks, when they go dark, go dark for everyone. On a sidewalk before a closed supermarket, beside an empty trolley no one moved, lingers the hum of a generator trying to keep the light on, and under that light, waiting to know whether their trolley still exists, sits a man who understood before others how it works.


References Joseph Stiglitz, The Price of Inequality, Einaudi, Turin, 2013 Tito Boeri, The Crisis Is Not Equal for All, Rizzoli, Milan, 2015 Guido Crainz, The Real Country, Donzelli, Rome, 2012 Marco D’Eramo, The World’s Selfie, Feltrinelli, Milan, 2017 Luciano Floridi, The Fourth Revolution, Raffaello Cortina, Milan, 2017 Andrew Keen, Internet Is Not the Answer, Mondadori, Milan, 2015 Luc Boltanski, Ève Chiapello, The Spirit of Capitalism, Rizzoli, Milan, 1999

 

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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