Ci sono artisti che non invecchiano, ma semplicemente affinano il proprio sguardo, trasformando il tempo in una materia viva e luminosa. Pupi Avati, spegnendo quest’oggi 88 candeline, continua a rappresentare un presidio insostituibile di cinema e umanità nel panorama culturale italiano.
In un’epoca che corre all’impazzata e insegue l’efficienza a tutti i costi, Avati ci regala da oltre cinquant’anni una lezione opposta e rivoluzionaria: la bellezza di fermarsi ad ascoltare l’eco dei ricordi, la provincia che profuma di nebbia e di jazz, e la forza inesauribile dei sentimenti.
L’età come “vulnerabilità” e conquista
Nelle sue uscite più recenti e nelle pagine dei suoi romanzi, il regista bolognese ha spesso riflettuto sul significato degli anni che avanzano. Lontano da qualsiasi retorica giovanilista, Avati ha definito l’età matura come una straordinaria forma di “vulnerabilità” che coincide, paradossalmente, con la più alta delle libertà.
È il traguardo in cui ci si spoglia dell’ansia di dover dimostrare qualcosa al mondo, riscoprendo lo sguardo puro, incantato e commosso dei bambini. Una condizione che permette di “rinnamorarsi” continuamente della vita, conservando la voglia di fantasticare, di creare e di stupirsi come un ragazzo.
Un universo narrativo senza tempo
Dalle prime, spiazzanti incursioni nel gotico padano (La casa dalle finestre che ridono) ai capolavori corali e agrodolci dedicati ai legami familiari e amicali (Regalo di Natale, Festa di laurea, Storia di ragazzi e di ragazze), Avati ha costruito un archivio emotivo in cui tutti possiamo riconoscerci. Il suo cinema e la sua scrittura non cercano mai il sensazionalismo effimero, ma preferiscono accarezzare le fragilità umane, i rimpianti, la nostalgia e la speranza.
A 88 anni, Pupi Avati resta quel “ragazzo” ostinato e visionario capace di abitare il set e la pagina scritta con la stessa, viscerale passione. A lui va il più caloroso degli auguri: grazie per continuare a insegnarci che l’arte più grande è quella di restare, nonostante tutto, profondamente vivi.
Anna Rita Santoro e Ubaldo Santoro


















