Copenaghen, 26 gennaio 2026 – Nella penombra maestosa della cattedrale di Copenaghen, le parole del cardinale Pietro Parolin hanno risuonato come un monito e una speranza, un ponte gettato tra il IX secolo e le inquietudini del nostro tempo.
Il segretario di Stato vaticano, giunto in Danimarca come legato pontificio per il XII centenario della missione di Sant’Ansgar, ha tracciato un parallelo profetico e disarmante.
Nuove, subdole forme di schiavitù – economiche, culturali, spirituali – che avvelenano anche l’indifferenza, qui la figura del monaco benedettino che riscattò la libertà degli schiavi emerge con una forza dirompente, una bussola etica per una società smarrita.
La Chiesa, ha affermato con voce pacata ma ferma il porporato, conserva la sua credibilità non attraverso il potere, i numeri o le strategie, ma unicamente quando la fede si fa carne viva, testimonianza tangibile, atto concreto di liberazione, giustizia e misericordia.
È questo il cuore pulsante di un messaggio che vuole essere un antidoto alla stanchezza della storia e un invito a ritrovare l’audacia evangelica.
La celebrazione eucaristica di domenica 25 gennaio è stata molto più di un rito commemorativo; è stata una lectio magistralis sulla natura autentica della presenza cristiana nel mondo.
Parolin, portando i saluti di Leone XIV, ha dipinto la missione di Ansgar non come una campagna di proselitismo, ma come un contagio di gioia.
Partendo dal passo di Isaia che esalta la bellezza dei piedi del messaggero di buone notizie, il cardinale ha spiegato che il primo missionario in terra scandinava non portava con sé dottrine astratte, ma l’esperienza travolgente di essere stato perdonato e liberato da Dio.
Desiderava condividerla, trasformando il cuore di chi ascoltava. I suoi piedi erano belli, ha sottolineato Parolin, perché calpestavano la terra della Danimarca pagana portando una novità capace di restituire dignità e aprire cammini di libertà vera.
Un’immagine potente che spoglia la missione di ogni velleità di potere per vestirla di pura gratuità.
Il racconto della vita di Ansgar, tratteggiato con sapienza narrativa dal segretario di Stato, assume i toni di un’avventura spirituale di straordinaria attualità.
Dal monastero di Corbie a quello di Corvey, fino alla scelta coraggiosa di seguire l’imperatore Ludovico il Pio per accompagnare il re danese Harald Klak, il monaco incarna il paradosso cristiano della forza nella debolezza.
Il suo discepolo, san Remberto, rimase colpito dal vedere quell’uomo compiere scelte dolorose, segnate dalla rinuncia e dall’incertezza, con una fiducia incrollabile.
Ansgar non offriva soluzioni preconfezionate o astratte teorie; viveva, semplicemente, da cristiano. Testimoniava con la sua esistenza una visione dell’uomo la cui dignità è intrinseca, anteriore a qualsiasi calcolo utilitaristico, in netto contrasto con le logiche del successo e dell’influenza che dominano il nostro tempo.
È qui che Parolin ha toccato il punto più alto e provocatorio della sua omelia, richiamando la “stoltezza della croce” di cui parla San Paolo.
In un mondo che idolatra il risultato misurabile, l’efficienza e il consenso, la missione di Ansgar, costellata di opposizioni e apparenti fallimenti, può sembrare un’impresa folle.
Eppure, ha osservato il cardinale con acume teologico, proprio in quella stoltezza si nasconde la sapienza più profonda di Dio: un amore capace di donarsi completamente, senza riserve.
La Chiesa non cresce primariamente attraverso le statistiche, ma attraverso esistenze trasformate, attraverso uomini e donne che, come Ansgar, scelgono la fedeltà, la perseveranza e l’amore anche quando il frutto non è immediatamente visibile.
La missione, ha ribadito, comincia sempre da un cuore rigenerato, non da un progetto strategico.
Guardando alla Danimarca di oggi, nazione la cui identità è indelebilmente segnata dall’eredità cristiana, Parolin ha lanciato un appello alla comunità cattolica e a tutti gli uomini di buona volontà.
La risposta alle nuove schiavitù – dalle catene del debito e dello sfruttamento a quelle dell’isolamento e della disperazione spirituale – non può che passare attraverso il servizio silenzioso, la solidarietà operosa, il rispetto incrollabile per la dignità di ogni persona.
Citando il motto episcopale del Papa, *In Illo uno unum* (In Lui, un solo essere), il porporato ha concluso che la salute della comunità dei credenti si misura dalla sua capacità di camminare con Cristo, di restargli vicino nella concretezza spesso grigia della storia.
Sant’Ansgar, con la sua scelta di riscattare gli schiavi prima ancora di predicare, ricorda che il Vangelo è prima di tutto un fatto, un accadimento di libertà che si incarna nelle pieghe dell’umano.
In un’era digitale affamata di sensazionalismi effimeri, le parole pronunciate sotto le volte della cattedrale di Copenaghen risuonano come un richiamo alla sostanza.
Parolin, con il linguaggio raffinato del diplomatico e la profondità del pastore, ha offerto non una ricetta di marketing ecclesiale, ma una riflessione radicale sull’essenza della testimonianza.
Ha ricordato che la fecondità autentica nasce nell’humus nascosto dell’amore che unisce e della fiducia nell’azione di Dio, persino nelle situazioni più fragili.
La lezione del monaco benedettino, riletta con sguardo profetico, diventa così un manifesto per un umanesimo rinnovato, dove la credibilità si costruisce giorno per giorno, con i piedi ben piantati nella realtà e il cuore rivolto all’orizzonte della misericordia.
RVSCB



















