Per molti dovrebbe essere l’extrema ratio, l’ultimo terribile atto punitivo per il vero criminale. Per altri, invece, è ignominioso il fatto che essa esista ancora nel 2026, quando la civilizzazione globale avrebbe dovuto già da tempo sopprimere questa inevitabile contraddizione etica. Sulla pena di morte vi è, insomma, un’enorme spaccatura, nella quale le due fazioni contrapposte presentano una formazione eterogenea: a favore del mantenimento o dell’abolizione si compattano individui con idee politiche, sociali e religiose molto diverse tra loro.
Pena di morte nel mondo: il paradosso dei numeri
Ma andiamo per gradi e cominciamo dai numeri. Il primo evidenzia subito un’incredibile contraddizione.
Infatti, alla fine del 2025, Amnesty International, su 199 Paesi ed entità esaminati, ne classificava 113 come abolizionisti per tutti i reati (per esempio Italia e Francia), 9 come abolizionisti per i reati ordinari, come l’omicidio, ma con pena ancora possibile per reati militari o situazioni eccezionali (per esempio il Brasile), 23 come abolizionisti de facto, dove la pena di morte è ancora prevista dalla legge ma non viene eseguita da molti anni (per esempio Russia e Corea del Sud), e 54 come mantenitori (per esempio Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita).
Rispetto a questa classificazione, nel 2026 vanno registrati tre cambiamenti: il 30 marzo Israele ha ampliato l’applicabilità della pena capitale per determinati omicidi terroristici, pur restando lontana nel tempo l’ultima esecuzione. Il Libano, invece, è divenuto abolizionista a tutti gli effetti con una legge entrata in vigore il 20 agosto, contrapponendosi al recente sviluppo del Burkina Faso, dove il 20 ottobre il Parlamento ha approvato la reintroduzione della pena di morte, dopo averla abolita per i reati ordinari nel 2018.
Un ipotetico ricalcolo delle 199 entità, sulla base di queste modifiche e delle categorie di partenza, porterebbe a 114 abolizionisti totali, 7 per i reati ordinari, 24 de facto e 54 mantenitori. Si tratta, tuttavia, di una rielaborazione indicativa, non di una nuova classificazione ufficiale di Amnesty.
Eppure, sempre Amnesty ha documentato nel 2025 almeno 2.707 esecuzioni in 17 Stati, il massimo registrato dal 1981 e il 78% in più rispetto al 2024. Il numero reale è sicuramente maggiore, dato che la Cina mantiene segrete le proprie cifre. Il dato sconvolgente, però, è che almeno 2.159 di queste esecuzioni documentate sono avvenute soltanto in Iran. Seguono, molto distaccate, l’Arabia Saudita, con almeno 356, e lo Yemen, con almeno 51.
Il paradosso che si può evincere è incredibile: da un lato si restringe il numero delle giurisdizioni che utilizzano realmente la pena, dall’altro alcune di quelle rimaste la applicano con intensità vertiginosa.
Prima di chiudere la questione numerica è interessante ricordare due aspetti: quasi un’esecuzione documentata su due nel 2025, precisamente 1.257, pari al 46%, è stata inflitta per reati legati alla droga, che secondo l’interpretazione degli standard delle Nazioni Unite non rientrano tra i reati più gravi per i quali la pena capitale può essere ammessa.
L’altro aspetto è geografico: guardando alla classificazione di fine 2025, la pena capitale appare soprattutto un fenomeno asiatico, dove la mantengono 27 Paesi su 44; seguono le Americhe (13 su 35) e l’Africa (13 su 54), mentre in Europa resta soltanto la Bielorussia (1 su 50) e in Oceania nessuno Stato la mantiene (0 su 16). Quindi soltanto il 27% delle 199 entità esaminate mantiene la pena capitale e appena l’8,5% del totale ha effettivamente eseguito condanne nel 2025.
Ma, analizzando i Paesi mantenitori dal punto di vista demografico, troviamo Stati particolarmente popolosi come Stati Uniti (con le loro suddivisioni interne), Cina, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Nigeria e India. Considerando tutti i Paesi mantenitori, una stima demografica elaborata nel dossier indica che vi vive circa due terzi della popolazione mondiale:. Non va sottovalutato, quindi, il contrasto tra i pochi Stati che effettivamente nel mondo eseguono condanne capitali e la maggior parte della popolazione mondiale che vive in Paesi dove questa possibilità rimane prevista dalla legge.
Dall’antichità all’azoto: i metodi e l’idea di una morte «più umana»
Ma quali sono i metodi utilizzati? Come è cambiata la pena di morte nella storia e per quale motivo?
Purtroppo, la pena capitale accompagna la storia della giustizia fin dall’antichità: prevista già nel Codice di Hammurabi, nell’antica Roma rifletteva anche le gerarchie sociali — la decapitazione, associata soprattutto a persone di rango elevato, si contrapponeva alla crocifissione, riservata in particolare a schiavi, ribelli e individui considerati di condizione inferiore — mentre nell’Europa medievale e moderna le esecuzioni pubbliche rappresentavano uno strumento di punizione e intimidazione.
La svolta arrivò con l’Illuminismo, grazie soprattutto a Cesare Beccaria e alla sua opera Dei delitti e delle pene (1764), con la quale, tra gli altri messaggi, l’autore milanese evidenziava quello sociale: una detenzione lunga e severa avrebbe potuto garantire, in sostituzione alla pena capitale, un effetto etico-sociale migliore, pur rimanendo duramente punitiva. In seguito, nonostante successivi ripristini, il primo Stato moderno generalmente ricordato per aver abolito per legge tortura e pena di morte fu il Granducato di Toscana, nel 1786, grazie al granduca Pietro Leopoldo.
Il Novecento è stato però il secolo più contraddittorio. Da una parte, rivoluzioni, tribunali militari, dittature e due guerre mondiali hanno dimostrato come lo Stato possa devastare pesantemente vite umane; dall’altra, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 non abolì la pena di morte, ma affermò il diritto alla vita, sulla cui base si sarebbero costruite limitazioni sempre maggiori.
La storia della pena capitale è infatti anche la storia del tentativo di rendere l’uccisione giudiziaria «più umana».
Amnesty ha documentato nel 2025 l’uso di decapitazione, impiccagione, iniezione letale, fucilazione e ipossia da azoto: metodi che esistono ancora oggi a sostegno dell’omicidio statalizzato. Il tentativo di confermare la pena cercando ogni volta di ridurre o eliminare il dolore finisce sempre per incontrare nuovi ostacoli.
Infatti, se l’innovazione moderna viene giustificata dai sostenitori come uno strumento di miglioramento civile rispetto al metodo precedente, ciò non impedisce errori e sofferenza durante le esecuzioni. La ghigliottina avrebbe dovuto superare l’imprecisione della decapitazione manuale; la sedia elettrica l’arcaicità dell’impiccagione; la camera a gas la brutalità della sedia; la medicalizzazione dell’iniezione letale la violenza del gas. Infine, i documentati problemi di accesso venoso hanno spinto alcuni Stati statunitensi a ricorrere anche all’ipossia da azoto. Tuttavia, neppure questo metodo, utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2024, sembra aver risolto definitivamente il problema della sofferenza: le prime esecuzioni hanno evidenziato convulsioni, difficoltà respiratorie e possibili complicazioni legate alla maschera, alimentando nuovi interrogativi sulla reale possibilità di rendere indolore la pena capitale.
Retribuzione, dignità e deterrenza: le ragioni dei contrari e dei sostenitori
L’aspetto più interessante della questione riguarda senza dubbio i problemi filosofici, morali ed etici che ruotano attorno alla pena di morte.
I contrari temono l’errore giudiziario (Timothy Evans in Inghilterra, Jean Calas in Francia e, con le dovute differenze, il controverso caso italiano di Nicola Bellomo, fucilato nel 1945), dato che, vista la fallibilità di tutte le creazioni umane, se una sentenza sbagliata può essere annullata, un’esecuzione mortale evidentemente no.
Un altro argomento è legato alla dignità umana e alla riabilitazione: lo Stato non dovrebbe infierire mortalmente su un individuo ormai inoffensivo e, allo stesso tempo, non dovrebbe negargli ogni possibilità di pentimento, recupero e reinserimento.
Oltre alle alternative all’esecuzione, come l’ergastolo e altre pene con lavori forzati, e alla proporzionalità della pena (punire un crimine non significa infliggere al criminale lo stesso male che egli ha causato), uno degli argomenti più forti degli abolizionisti riguarda la deterrenza: non è dimostrato scientificamente che la pena di morte riduca gli omicidi più di altre pene detentive molto severe.
Non bisogna nemmeno trascurare il problema dell’uguaglianza. In determinate situazioni, differenze sociali, economiche, geografiche e razziali possono, a fronte dello stesso reato o di circostanze simili, indurre alla comminazione di pene differenti.
I sostenitori, però, non mancano di argomentazioni. La prima è il concetto di retribuzione: alcuni crimini sono talmente gravi che soltanto la pena capitale rappresenterebbe una condanna proporzionata alla colpa.
Oltre al riconoscimento pubblico della gravità dei fatti nei confronti delle famiglie delle vittime, vi è il concetto di deterrenza, prima nominato, su cui si concentra il maggior dibattito: secondo i sostenitori, la paura della pena capitale, se non impedisse del tutto i crimini, potrebbe almeno scoraggiare alcuni potenziali criminali. Infine, l’incapacitazione, ovvero l’eliminazione definitiva della possibilità che il criminale torni a nuocere, sia in carcere sia dopo un’eventuale liberazione, e gli elevati costi della detenzione a carico della collettività rappresentano ulteriori ragioni addotte dai sostenitori.
Focalizzandoci sugli illustri pensatori, insieme a Beccaria, i contrari possono vantare fare affidamento su grandissimi nomi del passato.
Per esempio, Victor Hugo condusse un’enorme battaglia letteraria e parlamentare contro la pena capitale, culminata anche nel 1848, spostando l’attenzione dalla discussione filosofica alla riflessione intimista: un condannato non è soltanto un criminale, ma un essere umano che attende di essere deliberatamente assassinato dallo Stato.
Fëdor Dostoevskij, condannato a morte e sottoposto a una finta esecuzione, rappresenta nella sua opera letteraria la differenza tra morire e sapere con certezza l’orario e la modalità con cui un’autorità ha deciso che si debba lasciare la vita.
Albert Camus attaccò l’idea di deterrenza, mentre il grande Immanuel Kant sosteneva il concetto di retribuzione caro ai sostenitori. Nella sua Metafisica dei costumi sosteneva che la pena capitale rappresentasse l’estrema, ma possibile, espressione della proporzione retributiva.
Religioni e opinione pubblica: un mondo tutt’altro che uniforme
Per quanto concerne le opinioni e i movimenti, entriamo su un terreno decisamente non uniforme. Le stesse religioni sono le prime a mostrare contraddizioni.
Il cattolicesimo viene da una lunga storia di accettazione, senza dimenticare le decapitazioni, le impiccagioni e le torture che hanno accompagnato anche la giustizia degli Stati pontifici ai tempi del potere temporale dei papi. Dal 2018, però, il Catechismo della Chiesa cattolica ha definito la pena capitale «inammissibile».
Sul versante protestante e ortodosso non esiste un magistero unico: nella storia ci sono state posizioni abolizioniste e retributiviste, anche in base al rapporto con i vari poteri statali. Per l’ebraismo, la Torah contempla la pena capitale, ma la tradizione rabbinica ha posto forti limitazioni alla sua applicazione e movimenti come quello Reform e quello Conservative sono contrari. Se nel buddhismo il principio fondamentale è il non nuocere, nell’islam le diverse interpretazioni giuridico-religiose alimentano discussioni profonde: in alcuni Stati a maggioranza musulmana il ricorso alla pena capitale rimane abbondante.
L’opinione pubblica, invece, è valutabile, ma entro certi limiti. Infatti, non esiste un sondaggio mondiale unico e comparabile che possa darci una percentuale attendibile tra le due fazioni. Anche perché, sebbene la questione sembri dicotomica, sarebbe difficile porre un quesito capace di coglierne tutte le sfumature. O meglio, sarebbe difficile riscontrare le stesse risposte modificando leggermente la domanda. «La pena di morte è moralmente giusta?» produrrebbe risposte diverse da «Siete favorevoli alla pena di morte per omicidio?». Le sfumature cambierebbero le percentuali da valutare.
Negli Stati Uniti, Gallup registrava nel 2025 il 52% di favorevoli e il 44% di contrari alla pena di morte per una persona condannata per omicidio, il livello di sostegno più basso rilevato dall’istituto dal 1972. La divisione per partito — 81% dei repubblicani, 47% degli indipendenti e 32% dei democratici — è molto più marcata della differenza nazionale complessiva.
Il Giappone costituisce quasi l’immagine opposta. Nel sondaggio governativo realizzato tra ottobre e dicembre 2024, su 3.000 adulti contattati e 1.815 risposte valide, l’83,1% affermò che mantenere il sistema era «inevitabile», mentre il 16,5% riteneva dovesse essere abolito.
La Francia dimostra invece che opinione pubblica e legislazione possono divergere a lungo: nel 1981 il Parlamento abolì la pena capitale nonostante sondaggi che mostravano ancora un forte sostegno al suo mantenimento. Dal punto di vista della teoria democratica, il caso pone una domanda difficile: le norme fondamentali sui limiti del potere statale devono seguire sempre la maggioranza del momento, oppure una democrazia costituzionale può deliberatamente sottrarle alle oscillazioni emotive dell’opinione?
Ciononostante, credo che il quesito più complesso sia il seguente: se l’omicidio viene considerato eticamente, giuridicamente, filosoficamente e moralmente il peggior atto che un essere umano possa compiere, è giusto che venga punito con lo stesso atto? Com’è possibile l’utilizzo di quel sistema che si considera, nella sua base, ignominioso, immorale e brutale? Come può reggere questa contraddizione? Può esistere la pena di morte solo perché quello schifoso crimine diviene legale, statalizzato, burocratizzato e quindi moralmente lecito?
È l’eccezione che conferma la regola oppure la più grande, paradossale e schifosa delle contraddizioni umane?


















