La legge elettorale torna a occupare un posto centrale nel confronto politico italiano. Tra l’esigenza di garantire maggioranze più solide e quella di preservare la rappresentatività del Parlamento, prende forma l’ipotesi dello “Stabilicum”, un nuovo modello che punta a intervenire su uno dei problemi più discussi della Seconda Repubblica: la difficoltà di tradurre il risultato delle urne in governi stabili. Ma quali sarebbero concretamente i suoi meccanismi e quali effetti potrebbe produrre sugli equilibri politici? Ne abbiamo parlato con Filippo Marra, analista politico e studioso dei sistemi elettorali, per comprenderne caratteristiche, differenze rispetto alle precedenti leggi elettorali e possibili criticità.
Una riforma che riapre il cantiere elettorale
Nel dibattito politico italiano, ciclicamente, la legge elettorale torna al centro della scena. Dopo stagioni segnate da modelli come il Porcellum, l’Italicum e il Rosatellum, il nuovo progetto denominato “Stabilicum” punta a risolvere uno dei nodi storici del sistema: la stabilità dei governi.
Secondo le anticipazioni circolate nel 2026, la riforma si muove lungo una direttrice chiara: introdurre un premio di governabilità consistente e meccanismi che favoriscano maggioranze nette, pur mantenendo una base proporzionale.
Per capire logiche, rischi e implicazioni della proposta, abbiamo intervistato Filippo Marra, analista politico e studioso dei sistemi elettorali.
Dottor Marra, partiamo dalle basi: cos’è lo Stabilicum?
«Lo Stabilicum è un tentativo di sintesi tra proporzionale e maggioritario, con un obiettivo esplicito: garantire la governabilità. Il cuore della riforma è il premio di maggioranza assegnato alla forza politica o coalizione più votata, a condizione che raggiunga una soglia significativa di consenso».
Marra sottolinea come la proposta riprenda una logica già vista in passato:
«Non è una rivoluzione totale, ma un’evoluzione. Ricorda molto l’Italicum, che prevedeva un premio alla lista più votata e un possibile ballottaggio».
Entriamo nei dettagli: come funzionerebbe il sistema?
«Il meccanismo è piuttosto articolato. In sintesi:
- se una lista o coalizione supera il 40 per cento dei voti, ottiene un premio consistente di seggi, circa 70 alla Camera e 35 al Senato;
- se nessuno raggiunge il 40 per cento ma qualcuno supera il 35 per cento, si va a un ballottaggio tra i primi due;
- se nessuno raggiunge neppure il 35 per cento, il sistema resta proporzionale puro».
Questo schema, spiega Marra, «è costruito per evitare una frammentazione estrema, ma anche per non forzare artificialmente la rappresentanza».
Qual è la differenza principale rispetto alle leggi precedenti?
«La differenza sta nella scala del premio e nella sua condizionalità.
L’Italicum, ad esempio, prevedeva un premio al 40 per cento e un ballottaggio, ma riguardava solo la Camera e non fu mai realmente applicato».
«Il Rosatellum, invece, è un sistema misto che combina collegi uninominali e quota proporzionale, senza un vero premio di maggioranza».
Lo Stabilicum tenta quindi, secondo Marra, «di reintrodurre un meccanismo forte di decisione elettorale, riducendo l’incertezza post-voto».
Il tema della soglia di sbarramento resta centrale?
«Assolutamente sì. Le soglie servono a limitare la frammentazione. In Italia, negli anni, sono variate: dal 2 al 10 per cento nel Porcellum fino al 3 per cento più recente».
«Nel modello Stabilicum, le soglie continuano a svolgere una funzione chiave: impedire che partiti molto piccoli condizionino la formazione delle maggioranze».
I sostenitori parlano di “governabilità”, i critici di “distorsione democratica”. Dove sta la verità?
Marra sorride: «Entrambe le cose. Ogni legge elettorale è un compromesso tra rappresentanza e governabilità».
Poi entra nel merito:
«Un premio ampio rischia di alterare il rapporto tra voti e seggi, ma senza un meccanismo di questo tipo l’Italia ha spesso prodotto parlamenti senza maggioranza chiara».
Il punto, secondo lui, è l’equilibrio:
«La domanda non è se il sistema sia perfetto — non lo è — ma se sia più funzionale rispetto agli attuali blocchi istituzionali».
Che impatto potrebbe avere sul sistema politico?
«Se approvato nella sua forma attuale, lo Stabilicum potrebbe:
- favorire la nascita di coalizioni pre-elettorali più solide;
- ridurre il potere dei piccoli partiti;
- incentivare una dinamica bipolare o, quantomeno, tripolare semplificata».
Ma c’è anche un rischio:
«Potrebbe accentuare la polarizzazione e rendere il sistema meno inclusivo».
Un’ultima domanda: è davvero la riforma definitiva?
Marra è netto:
«In Italia nessuna legge elettorale è mai definitiva. Lo dimostra la storia recente: ogni sistema nasce con l’idea di durare, ma viene poi modificato o sostituito».
E conclude:
«Lo Stabilicum è l’ennesimo tentativo di risolvere un problema strutturale: come tradurre il voto in un governo stabile senza tradire la rappresentanza. È una sfida aperta, non una soluzione definitiva».
Il progetto Stabilicum si inserisce dunque in una lunga tradizione di riforme elettorali italiane, tutte alle prese con lo stesso dilemma: trovare un punto di equilibrio tra stabilità e rappresentanza.
Se da un lato la proposta punta a rafforzare la possibilità di formare maggioranze parlamentari più definite, dall’altro riapre il confronto sugli effetti che un premio di seggi può produrre sulla rappresentatività del voto.
Come spesso accade quando si interviene sulle regole elettorali, il confronto non riguarda soltanto formule e percentuali, ma il modo stesso in cui il consenso degli elettori viene tradotto in rappresentanza parlamentare e, successivamente, nella formazione di una maggioranza di governo.