C’era un tempo in cui chiamarsi attore, regista, produttore o sceneggiatore richiedeva anni di gavetta, studio, sacrifici e una dedizione quasi religiosa per la settima arte. Oggi, purtroppo, basta aver passeggiato sullo sfondo di una scena per cinque secondi, con il volto sfocato dietro al protagonista, per alzarsi la mattina e riscriversi la biografia sui social: “Attore, regista, produttore, sceneggiatore e cantante”.
Un’incredibile metamorfosi a buon mercato che trasforma una semplice comparsa in un “tuttofare” dello spettacolo. Ma la realtà è ben diversa, e chi il cinema lo ha fatto e amato sul serio non ha mai avuto paura di chiamare le cose con il proprio nome. Come ricordava un grande produttore cinematografico del passato, la definizione corretta per queste figure è una sola: ciarlatani. Persone che distruggono il cinema ( senza esperienza e senza scuole Cinematografiche)
L’illusione del tuttofare e la trappola del lungometraggio
Il fenomeno dei finti professionisti non si limita al mero vanto personale al bancone del bar o sulle piattaforme digitali. Il problema vero sorge quando la presunzione supera il limite dell’auto-promozione e questi personaggi decidono di fare il “grande salto”: produrre e dirigere un proprio lungometraggio.
Attirati dall’accessibilità delle tecnologie moderne — che permettono a chiunque di girare in alta definizione anche con un budget ridotto — questi improvvisati cineasti si lanciano in imprese titaniche senza avere le basi del linguaggio cinematografico. Il risultato? Film privi di struttura narrativa, recitati con legnosità, girati senza un’idea di regia e montati a caso, che hanno l’unica pretesa di far “piacere” il cinema, vendendo un’illusione di professionalità che non esiste.
Come la ciarlataneria ammazza la settima arte
Questo fenomeno non è innocuo, ma porta con sé conseguenze concrete che danneggiano l’intero settore:
Svalutazione dei mestieri del cinema: Il messaggio implicito che passa è che chiunque possa improvvisarsi regista o attore senza alcuna preparazione. Questo svilisce il lavoro di maestranze, sceneggiatori e interpreti che hanno dedicato la vita allo studio della recitazione e della drammaturgia.
Saturazione del mercato e perdita di fiducia: Quando il pubblico o gli addetti ai lavori si trovano di fronte a prodotti amatoriali spacciati per grandi opere d’autore, si crea un senso di sfiducia generale. Il “rumore di fondo” generato da questi progetti finisce per soffocare i giovani talenti reali che cercano faticosamente spazio.
Confusione tra visibilità e competenza: L’apparenza sostituisce la sostanza. Far credere di essere anche cantanti o poliedrici artisti totali solo per aver inciso una traccia amatoriale o fatto da comparsa in un musical contribuisce a creare un circo di comparse che giocano a fare le star.
Ritrovare la dignità del set
Il cinema è un’arte collettiva rigida, complessa e severa. La differenza tra chi il cinema lo vive davvero — rispettandone la storia, le tecniche e la fatica — e chi lo usa semplicemente come palcoscenico per il proprio ego è abissale.
Per salvare la dignità della settima arte occorre tornare alla lezione dei grandi maestri e dei veri produttori di una volta: distinguere con fermezza il talento dalla cialtroneria, la formazione dall’improvvisazione, e ricordarsi che una comparsa resta una comparsa, finché non dimostra con il lavoro duro, e non con le parole, di essere diventato un artista.
Anna Rita Santoro
















